• lunedì , 19 febbraio 2018

“Non più spensierati, ma atrocemente indifferenti”

Due satire per riflettere ed educare sulla tragedia della guerra e i suoi strascichi, in ogni tempo e in ogni luogo

 

Di Vincenzo Sardelli

 

 LA PRIMA, LA MIGLIORE
testo e regia: Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari e Davide Berardi
produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione

Info: Tel. +39 333 8463641, info@berardicasolari.it

Età: dai 14 anni

 

L’UOMO SEME
racconto di scena ideato diretto e interpretato da Sonia Bergamasco
da “L’uomo seme” di Violette Ailhaud (traduzione di Monica Capuani)
drammaturgia musicale a cura di Rodolfo Rossi
e del quartetto vocale Faraualla
con Sonia Bergamasco, Rodolfo Rossi, Loredana Savino, Gabriella Schiavone, Maristella Schiavone, Teresa Vallarella
scene e costumi Barbara Petrecca
luci Cesare Accetta
cura del movimento Elisa Barucchieri
assistente alla regia Mariangela Berardi
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
Produzione Teatro Franco Parenti / Sonia Bergamasco
si ringrazia per la collaborazione Triennale Teatro dell’Arte, e il Comune di Lucera

Info: Tel. 0259995228 produzione@teatrofrancoparenti.it.

Età: dai 15 anni

 

Abstract

Nell’anno del centenario dalla fine della Prima Guerra Mondiale, la scuola è chiamata a una riflessione sui conflitti, più che mai ora, che si contano circa cinquanta Stati coinvolti in guerre sanguinose, alcune delle quali durano da decenni. La tecnologia bellica avanza proporzionalmente al numero di vittime civili, e le migrazioni forzate ne sono una conseguenza diretta.  La prima, la migliore e L’uomo seme portano sul palco, con cinismo, la crudezza e l’assurdità: tratti comuni a tutte le guerre di ieri, oggi e domani.

 

Due satire penetranti sulla stupidità e sulla violenza della guerra. Due riflessioni dolci-amare sulle logiche di potere, sul cinismo di chi tratta gli uomini come marionette, in cui i soldati sono carne da macello. Sono gli spettacoli L’uomo seme di e con Sonia Bergamasco, e La prima, la migliore (compagnia Berardi-Casolari) in tournée ancora in questo 2018.

È il romanzo di Erich Maria Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale a ispirare la pièce teatrale La prima, la migliore, testo e regia di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari, con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari e Davide Berardi. Un titolo affilato e paradossale per questa produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione.

La Grande Guerra fu una tragedia che sconquassò l’Europa e inghiottì vite a palate. La prima, la migliore è un mix contraddittorio d’idealismo e disillusione, di fatiche e velleitarismi. E richiami al presente, a tratti didascalici.

È una luce fioca a squarciare il buio sulla scena. Berardi, anfibi ai piedi e divisa grigioverde, descrive la crudeltà del conflitto attraverso gli occhi di un giovane soldato. Narra ferite ancora aperte nella memoria collettiva.

La scena è uno schermo polisemico. È lastra di ferro, come le improbabili armature che provavano a difendere i soldati nella terra di nessuno; oppure è vela squarciata dalla tempesta di granate. Sembra radiografia di teschi, ma è anche barricata agli sguardi e agli attacchi dei nemici.

Corde rigide come reticolati, elastiche come fionde, come bende sugli occhi. Bandiere come drappi, allegorie della retorica nazionalista e di una pietas di facciata. Nelle coreografie che vivacizzano la messinscena campeggia la cecità.

Ma qui la cecità, prima che condizione fisica (Berardi è attore non vedente) è metafora di sguardi insensibili al dolore, di scelte dall’alto che trattano uomini come soldatini di piombo.

La cecità, in guerra, è categoria dello spirito. Ciechi i carnefici, cieche le vittime. Uomini striscianti come topi, come talpe, annaspavano verso la morte nelle viscere della terra. Sangue, fango, neve. Le scarpe si sfaldavano.

Una pioggia di palle di carta si rovescia sulla scena come bomba a grappolo. Luci stroboscopiche sono lampi sinistri. Barlumi squarciano la notte come bengala.

La colonna sonora di Davide Berardi è un susseguirsi di sonorità elegiache. Si alternano clangori metallici, esplosioni sinistre. Ma il musicista riproduce anche canti di tenerezza naif: una nenia della tradizione abruzzese; oppure sequenze di una tarantella del Gargano. Lu tamburru de la guerra”, brano popolare di Domenico Modugno scritto quando l’Italia si preparava al Boom. Tutto ci ricorda che la guerra è tragedia senza coordinate spazio-temporali.

 «Oggi, nella patria della nostra giovinezza, camminiamo come viaggiatori di passaggio. Gli eventi ci hanno consumato. Siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai. Non siamo più spensierati ma atrocemente indifferenti. Sapremo forse vivere nella dolce terra, ma quale vita?». La prima, la migliore è uno spettacolo anarchico e a tratti enigmatico che spazia tra diversi registri. Si passa dal monologo solenne a momenti d’avanspettacolo. Il duo Berardi-Casolari richiama un’epopea ipocrita. Seguono sequenze di fisicità cameratesca, cesure ilari, per esorcizzare la morte.

Personaggi come maschere grandiosamente negative. Opportunismo snervante di politici imbonitori. Berardi, ispiratissimo, sviscera l’assurdità nazionalista per concludere che gli uomini sono fratelli al di là delle divise che indossano. Si sofferma sulle condizioni di vita disumane. Oppure, con piglio esistenzialista, s’interroga sul senso di vuoto e assurdo che la guerra produce nelle coscienze. Gabriella Casolari, comprimaria in sordina, incarna il lato grottesco dello spettacolo, con scenette beffarde. Ma propone anche, avvolta in un cono d’ombra, una meditazione tutta femminile sulla crudeltà della guerra: tragicommedia del vivere, epos derisorio del morire.

Altra storia sulla crudeltà della guerra, declinata stavolta interamente al femminile, è L’uomo seme, romanzo breve di Violette Ailhaud trasposto per il teatro da Sonia Bergamasco. Esso descrive con laconicità di emozioni e sincerità il desiderio di amore e riproduzione delle donne di Saule-Mort, un villaggio dell’Alta Provenza.

Siamo nel 1852. Gli uomini del paesino vengono uccisi, deportati o imprigionati perché ostili al colpo di stato di Napoleone III. In paese restano solo mogli, figlie, madri e fidanzate. Con dolore e tenacia, cercano di ricostruire la comunità.

A narrare questa storia è la sedicenne Violette, che evoca con semplicità la solitudine, il bisogno di un abbraccio, la propria curiosità verso l’altro sesso.

Le donne stringono un patto: condivideranno il primo uomo che metterà piede nel villaggio. Avrà precedenza quella che lui toccherà per prima. Subito dopo, il seme maschile sarà diviso senza generare rivalità.

Infine l’uomo arriva. Per Violette è un misto di curiosità e paura: «Conosco la mia fame ma non so cosa bisogna fare. Eppure conosco le cose dell’amore: ne abbiamo parlato spesso tra donne». Anche se Violette si era ripromessa di tenere a bada l’amore e di mirare soltanto all’istinto primordiale di dare continuità alla specie, i sentimenti la intrappolano. Lei ne resta volentieri prigioniera.

I mesi passano, le pance crescono, la vita ritorna sotto forma di vagiti e seni pieni di latte. Nulla può cancellare il dolore subito, l’assenza che ha scavato voragini. Tuttavia questo manipolo di donne trova nell’uomo-seme una nuova speranza di vita, una ragione per andare avanti sino a quando altri uomini compariranno all’orizzonte.

Sonia Bergamasco, ideatrice, regista e interprete di questo racconto, crea uno spettacolo corale in forma di ballata. È un allestimento raffinato che si vale delle scene e dei costumi di Barbara Petrecca. L’elegante disegno luci di Cesare Accetta rinforza la narrazione emotiva.

Al centro della scena un enorme albero spoglio stilizzato, i rami come mani tese semoventi. Quest’albero è habitat, totem, reticolato, trincea. Rappresenta le radici e l’attaccamento alla vita. È il bisogno di rinascere: le donne non si allontanano per il timore di scoprire che, oltre l’orizzonte delle loro terre, non ci siano che silenzio e morte.

Bergamasco racconta lo spaccato di vita di una giovane donna, le sue lacerazioni, un amore che la farà vibrare e che pure resterà dimezzato. La sua voce risuona in scena roca e sofferta. Rimbomba anche fuori campo in assoli che sono flussi di dolore.
Un punto di vista originale. Una riscrittura ricca di pennellate e colori. La forza di questa drammaturgia sta nell’alternarsi di ricordi e sogni, in un senso di resilienza e fragilità tutte femminili. La debolezza sta in un recitato lento, sospeso, sostanzialmente monocorde. Anche i cambi di ritmo che potrebbero essere avviati dalla comparsa in scena dell’uomo non sembrano sfruttati pienamente. E allora la Bergamasco si affida all’accompagnamento del quartetto vocale pugliese Faraualla (Loredana Savino, Gabriella e Maristella Schiavone, Teresa Vallarella) per un itinerario musicale che fonde ritmi, timbri, voci ed espressioni musicali variegate in soluzioni armoniche dal sapore atavico.
È la drammaturgia sonora a sortire gli indispensabili cambi di ritmo. Le Faraualla sono creature mitologiche dalla religiosità taumaturgica, vestali ingenue e ammiccanti. Alla comparsa dell’uomo sono mantidi dal canto a cappella, capaci di potenti accensioni erotiche. Le mani si sfiorano, gli sguardi diventano abbacinanti.

Supportano il canto le fascinose coreografie di Elisa Barucchieri e la drammaturgia sonora di Rodolfo Rossi, fatta di percussioni, sibili, tonfi. E poi ci sono i rumori dell’esterno, quelli degli spari, degli uccelli, delle cicale.

L’uomo seme è il racconto di un femminile arcaico legato al cerchio delle stagioni e ai rituali della terra. Queste donne sopportano la violenza, ma riescono ad arginare gli oltraggi della guerra e dell’odio. Tornano a gioire, anche se ristagna un sottofondo malinconico. L’istinto di sopravvivenza è restituito con vivacità.

L’attenzione alla forma, importante non solo da un punto di vista estetico, aiuta a mettere a fuoco i personaggi, a centrarne pensieri e gesti. La ricercatezza stilistica contribuisce a caratterizzare la noia, il tormento, l’estasi, gli effetti dell’isolamento, il candore virgineo e la voglia di abbandono di un universo femminile che la Bergamasco non si stanca di indagare.

PERCHÉ LO CONSIGLIAMO

L’art. 11 della nostra Costituzione afferma che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Il 2018 è l’anno del centenario della fine della “Grande Guerra”, che causò morte e distruzione a livello planetario e, con la successiva, epidemia di Spagnola, si portò via in totale 50 milioni di persone. La Prima Guerra Mondiale avrebbe dovuto, persino nella concezione della Sinistra massimalista, porre fine a tutte le guerre e stabilire un nuovo ordine mondiale basato su libertà, uguaglianza e fratellanza, i princìpi chiave della Rivoluzione Francese. Di fatto le tensioni civili e internazionale non sono mai cessate, e i Paesi a livello planetario coinvolti in guerre sono attualmente una cinquantina.

L’impegno politico anche da posizioni di minoranza, l’impegno della scuola, deve fare il possibile per rappresentare questo terribile stato di cose, per combatterlo aspramente.

Scriveva nel 1795 Immanuel Kant: «Se c’è un dovere, e se insieme a esso esiste una fondata speranza di rendere reale lo stato del diritto pubblico, pur solo in una progressiva approssimazione all’infinito, allora la pace perpetua, che segue quelli che finora falsamente sono stati chiamati trattati di pace (in realtà solo degli armistizi) non è un’idea vuota ma un compito che, risolto poco a poco, si fa sempre più vicino alla sua meta (poiché i tempi in cui succedono progressi uguali diventano sperabilmente sempre più brevi)». Dopo oltre due secoli, queste parole restano una vana profezia: in realtà dovrebbero stimolarci a riflettere su ciò che non è drammaticamente stato, riportando quel pensiero al centro di una prospettiva storica.

Sono circa 65 milioni le persone nel mondo in fuga dalle guerre tra richiesta d’asilo in paesi industrializzati, e 40.8 milioni di persone costrette a fuggire dalla propria casa ma che si trovavano ancora all’interno dei confini del loro paese.

A livello globale, questo significano che quasi una persona su cento è oggi un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato. In tutto, il numero di persone costrette alla fuga è più alto del numero di abitanti della Francia, del Regno Unito o dell’Italia.

In molte regioni del mondo le migrazioni forzate sono in aumento dalla metà degli anni Novanta, in alcuni casi anche da prima, tuttavia il tasso di incremento si è alzato negli ultimi cinque anni. Le ragioni principali sono tre: le crisi che causano grandi flussi di rifugiati durano, in media, più a lungo (ad esempio, i conflitti in Somalia o Afghanistan stanno ormai entrando rispettivamente nel loro terzo e quarto decennio); è maggiore la frequenza con cui si verificano nuove situazioni drammatiche o si riacutizzano crisi già in corso (la più grave oggi è la Siria); la tempestività con cui si riescono a trovare soluzioni per rifugiati e sfollati interni è andata diminuendo dalla fine della Guerra Fredda.

I rifugiati sono emblematici di un numero sempre più alto di civili coinvolti come vittime dirette delle guerre. Se un secolo fa i morti tra i civili furono il 10 percento, con la Seconda Guerra Mondiale furono circa il 50 percento. Adesso, in barba alle “bombe intelligenti”, le vittime dirette delle guerre superano il 90 percento del totale. E in questi casi si parla di “effetti collaterali”.

Una riflessione della scuola su questi dati, anche veicolata da uno spettacolo teatrale è importante non solo per “ripudiare” la guerra come afferma la Costituzione, ma anche per stabilire un approccio più consapevole alla questione migratoria.