• domenica , 25 giugno 2017

Raccontare, raccontarsi

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L’esperienza di un progetto visionario, un sogno di libertà, fatto di doni e di racconti…da mangiare

Di Rita Bortone

Uno strano articolo

Questo è uno strano articolo, che non ragiona sulla scuola, ma racconta. E neanche racconta la scuola, racconta il raccontare e il raccontarsi. E nel racconto, lo sappiamo, ciascuno legge quello che gli pare, e magari qualcuno, in questi racconti, ci legge anche qualcosa di scuola.

Forse il contenuto di questo strano articolo in fondo è questo: la bellezza e la magia del pensiero che diventa racconto e  del racconto che diventa scuola  e di una scuola che diventa gioia, della mente e dell’anima.  Forse il contenuto è  la magia delle parole dette e scritte e lette, che sono allegre o tristi, ricche o poverelle, sentite o inventate, ma possono unire piccoli e grandi, figli e genitori, studenti e insegnanti, assistenti e dirigenti. Vi sembra poco?

Questo è uno strano articolo, che parla di un libro di racconti ma non è una recensione. Ma forse  neanche parla di un libro di racconti, parla di ciò che c’è prima del libro di racconti, forse parla delle ragioni e dei modi di un libro di racconti.

Forse il contenuto di questo strano articolo in fondo è questo: una gioia condivisa intorno al raccontare, una gioia che in una scuola come tante, di una città come tante, hanno costruito insieme  piccoli e grandi, figli e genitori, studenti e insegnanti, assistenti e dirigenti. Insieme. Vi sembra poco?

E ciascuno ci leggerà quel che vuole, in questo strano articolo, ma qualcosa dovrà pur trovarla, della bellezza e della magia e della gioia del raccontare a scuola. E forse qualcuno rifletterà su come si può crescere insieme e far crescere insieme, attraverso parole allegre o tristi, ricche o poverelle, sentite o inventate, ma dette e scritte e lette. E se rifletterà, vi sembra poco?

Raccontare è una cosa semplice, raccontarsi no …

(…) se state intraprendendo la lettura de I Racconti della Zia Galatea e vi aspettate che l’autrice sia una scrittrice che si è attribuita un nome d’arte, o se vi state chiedendo chi sarà mai la zia Galatea, dovrete andare oltre la visione realistica delle cose ed abbandonarvi ad un sogno … piccolo ma pur sempre un sogno, una allegoria che evoca  tutto intorno emozioni di familiarità, calore umano, conforto, protezione e quindi allegria e voglia di esprimersi. La zia Galatea è un personaggio creato da due persone di scuola che già tanto tempo fa sostenevano   che “raccontare è una cosa semplice …..ma raccontarsi no”, che “raccontare è un esercizio della mente, raccontarsi è un percorso di crescita e di identità” ed  è  più complicato e difficile soprattutto se manca quel senso di complicità, intimità, comprensione e ascolto senza giudizio, che solo una parola calda come “Zia” può richiamare.

E’ questa l’esperienza narrata nelle pagine e nei testi dei nostri ragazzi: crescere attraverso se stessi!

Una gioia condivisa intorno al raccontare, una gioia che in una scuola come tante, di una città come tante, hanno costruito insieme  piccoli e grandi, figli e genitori, studenti e insegnanti, assistenti e dirigenti. Insieme

Quando ero un’insegnante (in un’altra scuola della città), il progetto “I Giovedì della Zia Galatea” rappresentava per me un mistero incomprensibile, ne rimanevo affascinata perché ritenevo coraggiosa e sfrontata  la scelta di affiancare alla scuola ortodossa fatta di tempi, luoghi, lezioni, voti, regole, la scuola delle emozioni e della libertà del pensiero. Arrivata come Dirigente proprio in questa scuola, ho attinto a piene mani (… forse a pieno cuore di educatrice) dalla ricca riserva di racconti ed esperienze ereditata, ed ho potuto godere della immensa gioia di veder crescere  menti libere, ragazzi e ragazze  capaci di attraversare la propria vita fermando in un racconto le cose belle e le gioie, ma anche le cose tristi e i dolori troppo pesanti per la propria età, apprendendo nello stesso momento, di se stessi e della propria esistenza, tutto quello che nessuna disciplina insegna.

(…)

Marcella, la preside di oggi

Cosa accade, da quindici anni a questa parte, il primo e il terzo giovedì di ogni mese in una scuola media del sud…

Le storie che vi presentiamo sono state create nel corso dell’anno scolastico 2015-2016, ma sono nate all’interno di un Progetto, I Giovedì della zia Galatea. Progetto di ricercAzione tra testi da assaporare e pietanze da leggere, che in una scuola secondaria di I Grado della città di Lecce coinvolge, da più di quindici anni, ragazzi, genitori, insegnanti, collaboratori scolastici, personale per l’Assistenza agli alunni disabili.

Il Progetto ha realizzato un percorso di ricerca e sperimentazione finalizzato, attraverso interventi curricolari o integrativi della didattica curriculare, all’inclusione ed alla maturazione della personalità di ciascun alunno in una fase particolarmente delicata, segnata dalle trasformazioni della pubertà.

E’ emerso sin dall’inizio, in maniera chiara e diffusa, il bisogno forte da parte dei ragazzi, di “emozionarsi”, di raccontare e raccontarsi. D’altra parte noi insegnanti sappiamo bene come le emozioni abbiano un ruolo fondamentale nelle relazioni, si ripercuotano sull’apprendimento favorendolo o ostacolandolo e possano rappresentare una forte spinta motivazionale allo studio e all’incontro con l’altro, alla collaborazione, alla cooperazione, all’acquisizione di “competenze chiave” indispensabili per imparare in modo efficace.

Il Progetto, nel tempo, si è sempre più caratterizzato come tratto distintivo e identitario del nostro Istituto ed ha riscosso un crescente tasso di “gradimento” da parte sia degli alunni che delle loro famiglie, che ne riconoscono il valore formativo e l’alto livello di inclusività.

Il suo punto di partenza è stato individuato nel raccontare, sia nell’accezione del produrre storie, materiali connessi ad esperienze, sia in quella metaforica di trovare i fili del discorso coi quali tessere, intrecciare, organizzare frammenti instabili della propria vita in rapporto con l’apparente stabilità mondo.

Cosa accade dunque,  da quindici anni a questa parte, il primo e il terzo giovedì di ogni mese in una scuola media del Sud, frequentata da circa seicento alunni. Una Scuola media come tante, con alunni come tanti, con insegnanti come tanti. Con bisogni e sogni come tanti. Forse.

Al lettore l’arduo compito di leggere dentro e oltre le storie. Di riflettere.

Testi da assaporare… dunque.

Il primo e il terzo giovedì di ogni mese la Scuola è in festa. Il primo e il terzo giovedì di ogni mese i ragazzi, entrando in classe, trovano, sulla cattedra, alcuni fogli contenenti una selezione di racconti e/o poesie “speciali”. Sono stati scelti dalla “zia Galatea” (metafora della Scuola che accudisce e ama i propri “nipotini” e ne promuove il benessere fisico, psichico e intellettivo) tra tutti quelli che le sono stati fatti pervenire, tramite la mail ziagalatea@gmail.com. Tali racconti sono stati scritti dai ragazzi durante alcune ore di attività scolastica o in momenti di creatività personale, sulla base di parole-stimolo “evocative”, suggerite dalla zia Galatea, immediatamente collegabili con le tematiche trattate nella Programmazione di classe o con le problematiche vissute dai ragazzi in questa fase così delicata della loro vita. Parole rigorosamente “concrete” in grado di evocare pensieri, sogni, storie, concrete e perciò “speciali”, “diverse”, non ovvie.

I racconti sono quindi letti, tutti insieme e a voce alta, in classe  e fatti oggetto di discussione collettiva insieme al proprio insegnante.

Gli alunni procedono, infine, tramite votazione, alla designazione del racconto prescelto e formulano per iscritto la motivazione di tale scelta. Si procede, nei giorni immediatamente successivi, alla lettura e alla premiazione in Aula Magna dei tre racconti che hanno ricevuto il maggior numero di preferenze.

I racconti diventano, quindi, per ciascun ragazzo, spunto o punto di partenza per la scrittura di nuove storie.

E… Pietanze da leggere.

Il primo e il terzo giovedì di ogni mese i ragazzi fanno “ricreazione” tutti insieme, ciascuno nell’atrio del proprio piano: niente merendine e patatine, ma solo panini, focacce e torte preparate dai genitori.

Il Progetto di ricercAzione  in una scuola secondaria di I Grado della città di Lecce coinvolge, da più di quindici anni, ragazzi, genitori, insegnanti, collaboratori scolastici, personale per l’Assistenza agli alunni disabili

L’allestimento di atri e corridoi e il riordino al termine delle attività, sono a cura dei ragazzi delle classi coinvolte, secondo il criterio della rotazione, suddivisi in piccoli gruppi e coordinati dai docenti di sostegno e dai collaboratori scolastici dei rispettivi piani.

Chi avrà offerto torte e focacce meriterà in cambio storie e racconti….

Beatrice, l’insegnante di oggi e di ieri

Nessuno prendeva otto o sei o dieci per quel pezzo, perché i pezzi erano un unico grande racconto …

Beatrice mi ha chiesto di presentare questa raccolta di racconti ed io mi domando se fare una presentazione seria,  strutturata, pedagogicamente pensata, oppure scrivere in libertà quello che mi viene in mente mentre leggo gli scritti dei ragazzi.

Opto per la seconda alternativa e mi concedo di buttare giù soggettivissimi pensieri che al lettore sembreranno disorganici, ma che legano mie esperienze antiche e recenti, professionali ma non solo.

Il diario rosso, ovvero la propria memoria e l’elogio della scrittura per se stessi

“Ferma in queste pagine i momenti irripetibili della giovinezza felice: dolci e o amari che oggi ti sembrino, ti sarà caro riviverli un giorno”.

Compivo 16 anni e avevo espresso il desiderio di avere in regalo un diario vero, di quelli col lucchetto, che potesse conservare i miei segreti. E arrivò: rosso, di pelle, lucchetto e chiavetta, impenetrabile. E con dedica. Scrivevo e scrivevo e scrivevo e mi piaceva da morire stare da sola a scrivere le cose che accadevano, le cose che pensavo, le cose che speravo, e quel diario si popolò di tutte le persone che allora erano importanti per me, dalla famiglia alle amiche ai primi amori. Dai litigi alle delusioni ai balli guancia a guancia. Quando le pagine del diario finirono io trovai il sistema di aggiungerne altre, perché non era finita la mia voglia di scrivere. E non finì mai. E ancora mi piace scrivere, per fare ordine in pensieri confusi, per rendere partecipi gli altri delle cose che studio e che imparo (perché in realtà mi piace ancora anche leggere), per esprimere  emozioni e opinioni, per entrare in relazione con gli altri e scambiare idee,  per  lasciare traccia di me nelle carte. Scrivere mi dà misura della mia esistenza, mi dà quasi l’illusione d’essere un po’ immortale, di poter regalare parte di me alle persone che mi vogliono bene.

“Certe giornate d’ottobre”,  ovvero le lontane esperienze di un’insegnante  che amava scrivere e far scrivere

Tra le carte che non riesco a buttar via c’è un giornalino (allora si diceva così: un giornalino) che si chiama “Otranto II D”. E’ un insieme di fogli ciclostilati (allora esisteva una cosa che si chiamava ciclostile: bisognava battere a macchina certe carte speciali che si chiamavano matrici – io usavo quelle della Gestetner– e poi queste matrici venivano duplicate per il numero di copie desiderate) perché allora il computer non esisteva, e neanche il fotocopiatore!

Questo giornalino raccoglie i racconti, o meglio i liberi pensieri su alcuni temi condivisi, di ragazzini di una seconda media (una mitica IID!) che ora hanno più di 50 anni. La maggior parte di loro erano figli di contadini o di pescatori, e non avevano grandi opportunità culturali nella Otranto di allora.

Ma come non stupirsi e non gioire leggendo Martire che scrive  “certe giornate d’ottobre sono incomparabilmente belle e dolci” (quell’ incomparabilmente: dove lo ha preso? Dove lo ha sentito, lui che aiuta il suo papà a coltivare barbatelle?)  o leggendo Sandro che scrive “il fiume che passa per la mia città non è un fiume, ma io lo considero fiume” (dove la trova questa determinazione, questa chiarezza di idee, lui che è così pasticcione, così confuso, così pigro nei pensieri?).

Il Preside di quell’insegnante, allora, leggeva i compiti in classe di tutte le classi (allora il tempo i Presidi ce l’avevano!)  e diceva all’insegnante: “Signorina, (allora le insegnanti erano signorine e signore, l’uso di  professoressa non era ancora diffuso!), i compiti dei suoi ragazzi sono i più belli da leggere, e sa perché? E no, quell’insegnante non sapeva perché, né conosceva i compiti delle altre classi. E il Preside, anziano ed esperto, le diceva: perché lei parla molto e fa parlare molto i ragazzi, di tutte le cose, non solo delle materie d’insegnamento, e perché chiede ai suoi alunni di scrivere e scrivere e scrivere di tutto…”.

Quell’insegnante non seppe mai se davvero i suoi alunni scrivevano meglio degli altri, ma era vero che in quella II D si parlava e si discuteva e si raccontava e si scriveva sempre, sempre, sempre…

Beatrice, ovvero la passione per le parole e per le vite narrate

Quella professoressa di Otranto II D un giorno incontrò un’altra professoressa che amava molto le parole, e i racconti, e soprattutto amava i ragazzi, quelli belli e quelli brutti, quelli bravi e quelli meno bravi, e parlava e li faceva parlare, e raccontava e li faceva raccontare. Le vite, i ricordi, i sogni, i dolori, le paure, i desideri. E a questa professoressa piaceva anche il teatro, e univa l’amore per il racconto all’amore per il teatro, e i racconti li trasformava in teatro e i ragazzi erano felici di vedere le loro parole diventare importanti e degne di stare in uno spettacolo teatrale, e tutti volevano esserci, e per esserci tutti lavoravano e scrivevano e lavoravano e scrivevano. E in questo raccontare, e in questo scoprire la bellezza dei loro stessi racconti, e in questo crescere attraverso le parole, in questo i ragazzi diventavano tutti bravi, e tutti bravi allo stesso modo, perché tutti facevano parte come di un unico grande racconto, e dei pezzi che lo componevano qualcuno era più bello e qualcuno era meno bello, ma nessuno prendeva otto o sei o dieci, per quel pezzo, perché erano tutti un unico grande racconto della vita  della scuola.

E allora quelle due professoresse si incontrarono e si vollero bene, perché tutte e due volevano troppo bene ai ragazzi e alle parole dei ragazzi, e tutte e due credevano che raccontare è una cosa bellissima, e che raccontando un ragazzo è felice di esistere, e si conosce e conosce gli altri e cresce e diventa grande e crescono anche le sue parole  e la voglia di usarle, di mostrarle, di sperimentarle.

E allora le due professoresse fecero tante cose belle insieme: qualche volta litigavano, ma poi facevano pace, perché tutte e due volevano fare cose belle insieme, per i ragazzi, sempre per i ragazzi.

Zia Galatea, ovvero la voglia di giocare e di fantasticare, ma anche di riconoscersi e di crescere insieme

La zia Galatea non è mai stata zia di una classe sola, è sempre stato un gioco d’Istituto. Un  gioco, serio, d’Istituto. Uno spazio di incontro e di confronto, nell’Istituto. Una rappresentazione di mondi e di storie, d’Istituto. Un affaccio delle classi negli spazi aperti dell’Istituto. Un momento per accogliere ed essere accolti, per rappresentarsi e riconoscersi nell’Istituto.

Ricordo l’atrio del piano una volta arredato con grandi bacheche di legno, che rallegravano l’ingresso dei visitatori, adulti e ragazzi, abituali e occasionali, con tanti e tanti fogli attaccati sul legno, racconti e racconti firmati da una Silvia, o da un Andrea, o da un Giovanni….Racconti e vite dell’Istituto

I Giovedì della Zia Galatea”: una scelta coraggiosa e sfrontata, affiancando alla scuola ortodossa fatta di tempi, luoghi, lezioni, voti, regole, la scuola delle emozioni e della libertà del pensiero

E ricordo l’atrio del primo piano una volta percorso da fili aerei come per dover stendere i panni, ma appesi a quei fili tanti e tanti fogli aggrappati appunto da mollette per stendere i panni: racconti e racconti firmati da un Maicol, da una Sara, da un Ivan. Racconti e vite appesi ai fili dell’Istituto.

Allora la zia Galatea non aveva un indirizzo di posta elettronica, e ancora si faceva la fatica di scrivere a mano (!!!), ma i racconti arrivavano lo stesso, tanti.

E negli spazi professionali si discorreva della funzione pedagogica, se non anche terapeutica, della narrazione e dell’autonarrazione. E ci si chiedeva il perché di quell’amore intenso per questa zia fantastica, che nel nome raccoglieva l’Istituto intero e tutti i suoi ragazzi,  e  i loro pensieri semplici o già profondi, di ragazzini felici ma anche infelici.

Ricordo le merende contestate, i rischi igienici paventati, le seriose opposizioni per il “tempo perso”,  le rigide chiusure  delle aule, ma anche la gioiosa cooperazione delle mamme, delle assistenti educative, delle collaboratrici scolastiche, e poi delle insegnanti illuminate che comprendevano il valore di quei foglietti e di quell’inedito baratto (tu mi dai una focaccina io ti regalo il mio racconto),  e, nel tempo, il lento aprirsi delle aule, lo spalancarsi delle menti, la concessione all’assaggio e all’allegria, allo spazio condiviso, all’emozione inaspettata.

Pensieri e parole, ovvero la bellezza semplice e immortale di “certe giornate d’ottobre”

Certe parole sono messe insieme e sono costruite in modo da essere belle, più belle di altre, piccoli gioielli, semplici, ma gioielli. E non muoiono mai. Perché se sono state costruite così, hanno costruito esse stesse un pensiero così, e il pensiero vive e cresce e lievita e trasforma se stesso e la mente e produce nuove parole e di nuovo comincia il magico cerchio senza fine della parola e del pensiero che si rincorrono, sempre crescendo insieme.

certe giornate d’ottobre hanno ormai più di cinquant’anni, ma tra cinquant’anni ancora vivranno le parole belle di oggi:

vi immaginate se un giorno la luna scendesse sulla terra e tutti i bambini del mondo ci giocassero come se fosse una grande palla? (…)

la luna piano piano si alzava e si schiariva e il mare brillava di argento sempre più (…)

quando ero piccolo avevo paura del buio, allora i miei genitori comprarono una lampada a forma di mezzaluna da mettere vicino al mio lettino (…) per anni mi sono addormentato con la luce di quella lampada, ne ero affascinato (…)

(…) spesso mi chiedo come sarebbe stata la mia vita con il nonno che non ho potuto avere (…)

(…) io avevo sempre desiderato un nonno dolce, amorevole, giocherellone e chiacchierone, il contrario di come era lui (…)

 (…) il nonno non si sente tanto bene da tempo e ho una paura matta che gli possa capitare qualcosa di brutto e che mi abbandoni anche lui

(…) quando lui, così alto e imponente, mi portava sulle sue spalle durante il tragitto da casa alla scuola materna, io mi sentivo fiero e orgoglioso di dominare tutto stando su di lui (…)

(…) di ritorno, tappa fissa all’edicola, ci comprava le figurine dei calciatori, ed ogni volta, puntualmente, svuotava il giornalaio di tutte le figurine (…)

(…) quel giorno, quel giorno in cui mio padre partì dallo Sri Lanka per venire qua, volete sapere cosa ha messo nella valigia marrone? (…)

(…) la mia era bordeaux, già abbastanza vecchia e un po’ bruttina, ma poco importava…Dentro, oltre ai vestiti e alle mie bambole preferite, ci misi un po’ di tristezza e l’affetto per la mia famiglia e per le mie amiche da cui mi stavo allontanando, ma anche un po’ di curiosità per la nuova scuola, la nuova casa e gli amici che avrei trovato (..)

(…) L’hobby della mia mamma? Essere felice! Non sopporta le persone tristi, odia la tristezza! (…)

 (…) c’è chi piange dentro di sé e chi lo fa di nascosto, chi piange poco e chi piange tanto (…) io piango e piango tanto e a non finire, guardo un film e piango, sono felice o agitata e piango, penso a ciò che potrebbe succedere e piango, piango sentendo una storia, leggendo, guardando la TV …  e spesso mi vergogno … tuttavia piangere mi fa sentire bene (…)

(…) la sera, poi, è bellissima quella sensazione  di quando ci si rintana nel piumone, e nel letto si crea quel tepore che la mattina, quando suona la sveglia, è difficile abbandonare (…)

(…) mi piace leggere libri di storia, avventura, fantasia, ma oltre ad essere un lettore mi piacerebbe molto diventare uno scrittore …quando io penso di scrivere una storia mi si apre la mente e vedo come un film nella mia testa e così scrivo, scrivo e scrivo…io non voglio diventare per forza ricco, ma giuro che scriverò storie (…)

Un scuola gioiosa, ovvero il bisogno di crescere nel  sorriso

Un signore che si chiama Popper  diceva che «Fino a quando molti insegnanti sono insegnanti amareggiati, amareggeranno i bambini e li renderanno infelici…. Fintantoché nella scuola restano insegnanti amareggiati (…) la scuola non potrà diventare migliore».

Ma il signor Popper non è il solo a pensarla così. Due altri signori, che si chiamano Benasayag e Schmit e di mestiere curano le anime, hanno scritto un libro che si chiama “L’epoca delle passioni tristi”, e nell’ultimo capitolo scrivono una cosa che mi sembra proprio adatta a questo terribile momento in cui vediamo brutta la società, brutta la scuola, brutto il mondo, brutte le prospettive  di pace e di unione, brutto tutto, insomma. Quei signori scrivono questa cosa: “Le passioni tristi, l’impotenza e il fatalismo, non mancano di un certo fascino. E’ una tentazione farsi sedurre dalla disperazione, assaporare l’attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare alla minaccia terroristica, cala come un mano a ricoprire ogni altra realtà. E’ a questo che ognuno di noi deve resistere: creando. Le passioni tristi sono una costruzione, un modo di interpretare il reale, e non il reale stesso. E non possono far altro che arretrare, di fronte allo sviluppo di pratiche gioiose”.

La zia Galatea è una zia allegra che ha mille nipoti e a tutti vuole bene in maniera uguale, e li fa tutti lavorare, ma con allegria, e se sbagliano li corregge e li aiuta. E’ una pratica gioiosa.

Se si è tristi non si ha voglia di fare niente. Se si pensa di non essere capaci non si ha voglia di fare niente. Se si ha paura di prendere un brutto voto non si ha voglia di fare niente. Per aver voglia di fare cose è necessario essere allegri,  e vedere gente allegra intorno,  e sapere che ce la si può fare, sempre, e sentire che a scuola  non si è soli, mai.

Rita, la preside di ieri

Il volume I racconti della zia Galatea, curato da Beatrice Chiantera,  è stato realizzato dalla Scuola secondaria di 1° grado dell’Istituto Comprensivo “Galateo-Frigole” di Lecce  ed è stato pubblicato da Oistros Edizioni nel marzo 2017