• venerdì , 15 dicembre 2017

Tra sventolio di bandiere, slogan e manifestazioni di piazza, siamo proprio sicuri di sapere cosa sia l’alternanza scuola lavoro?

Mismatch del mercato del lavoro, bacchettate Ue e rimedi inattuati o attuati a metà. Se l’alternanza diventa scontro politico

 di Pasquale Annese

Abstract

Analisi dello scontro socio-politico sull’alternanza scuola-lavoro, all’indomani di uno sciopero studentesco che forse è stato strumentalizzato

 

Analizzare un fenomeno, individuare delle soluzioni, sposare una tesi piuttosto che un’altra, prendere decisioni politiche richiede una profonda conoscenza della realtà nella quale si opera attraverso studi non viziati da tendenziosità o schemi preconcetti, ma da dati il più possibile oggettivi (Luigi Einaudi).

Questa riflessione può aiutarci a contestualizzare e comprendere alcuni fenomeni che attualmente stanno investendo  la scuola italiana, non ultime le manifestazioni di piazza contro l’alternanza scuola lavoro.

Partiamo allora da dati concreti, attestati da indagini nazionali ed internazionali, utili a fotografare senza preconcetti  lo stato dell’arte della scuola italiana, anche alla luce  delle indicazioni dell’Unione Europea  che, a più riprese, ha esortato i sistemi formativi nazionali (Italia in primis) ad attivare strategie educative incentrate sulla capacità di ri-orientare e curvare l’offerta di istruzione e formazione ai fabbisogni professionali richiesti dal mercato del lavoro  (PROGRAMMA EDUCATION AND TRAINING 2020-ET 2020). Ciò in virtù di proiezioni al 2020, che vedono l’Italia, con il Portogallo, come il Paese con il più alto tasso di lavoratori con bassi livelli di qualificazione (37,1% contro la media UE del 19,5%) ed una forte carenza di forza lavoro altamente qualificata (17,5% contro il 32% dell’U.E.). Un sistema definito dal CENSIS fuori centro che, se dovesse radicarsi e strutturarsi, ammesso che già non lo sia, comprometterebbe le dinamiche di sviluppo e la capacità competitiva dell’intero sistema produttivo italiano nel prossimo futuro.

Le proiezioni al 2020(1), infatti,  vedono l’Italia convivere con una forte carenza di competenze elevate ed intermedie legate ai nuovi lavori e un disallineamento complessivo dell’offerta formativa rispetto alle richieste del mercato del lavoro, a maggior ragione ove si consideri l’alta percentuale dei cd. neet (not in education, employment or training), oltre due milioni di giovani che risultano esclusi dal circuito formazione/lavoro, cioè non lavorano e non frequentano alcun corso di studi, nè possiedono un diploma o una qualifica professionale. Dato che fa il pari, purtroppo, con quello degli early school leavers, cioè di coloro che  abbandonano precocemente gli studi senza aver conseguito un diploma e che rappresentano ancora una percentuale altissima dell’istruzione professionale e  tecnica in Italia.

La Ue più volte ha esortato l’Italia ad attivare strategie educative incentrate sulla capacità di ri-orientare e curvare l’offerta di istruzione e formazione ai fabbisogni professionali richiesti dal mercato del lavoro

Una situazione ormai consolidata nel sistema di istruzione italiano, dove per anni si è perpetuato il sinallagma concettuale secondo cui prima viene la scuola e poi il lavoro, prima il sapere e poi il saper fare, prima le conoscenze e poi le competenze. Una concezione avulsa  dalla realtà che, invece di ricondurre a unitarietà la frammentazione dei saperi rivenienti dai molteplici contesti formali ed informali di apprendimento, perpetua  un’artificiosa ed anacronistica visione di sviluppo umano e professionale della persona, per la quale le fasi dell’apprendimento vengono concepite temporalmente slegate e separate da quelle applicative dell’apprendimento medesimo. Con il paradosso che oggi assistiamo,  da un  lato, ad imprese che non trovano mano d’opera di cui hanno bisogno per competere nei mercati nazionali ed internazionali e, dall’altro, a giovani sottoccupati o disoccupati che non trovano lavoro perché non in possesso delle competenze chiave richieste dal mercato del lavoro. Il cosiddetto mismatch del mercato del lavoro (2).

Anche perché, da parte delle forze intellettuali  più conservatrici di questo Paese, non si è voluto dare centralità alla dimensione educativa e culturale del lavoro, in una prospettiva di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, che potesse agevolare l’inserimento lavorativo dei giovani e, in particolar modo, dei soggetti più a rischio di esclusione, non foss’altro per abbattere gli alti tassi di abbandono e dispersione scolastica che vedono l’Italia, purtroppo, tra i primi posti nel panorama europeo. Non si è voluto, cioè, operare in una prospettiva pedagogica ben delineata, per la quale il concetto di cultura viene inteso non solo come il risultato di una ricerca intellettuale, patrimonio di una fascia elitaria della popolazione (dei percorsi liceali, per intenderci), ma anche come il prodotto di una ricerca tecnica in contesti professionalizzanti. Percorsi, questi ultimi, all’interno dei quali  il lavoro viene concepito non come una mera applicazione di prassi e procedure, ma come un’opportunità culturale per sé e per gli altri proprio perché coinvolge tutte le sfere della personalità: la sfera cognitiva, quella socio-affettiva, quella relazionale e quella emotiva.(3).

In quest’alveo si colloca l’alternanza scuola lavoro che, diversamente dagli stage e dai tirocini formativi e di orientamento , e previa co-progettazione scuola-territorio dei percorsi formativi, riconosce un equivalente valore formativo  sia a quelli realizzati nel contesto scolastico, sia a quelli realizzati in azienda, coerentemente con il PECUP dell’indirizzo di studi dello studente. Trattasi, infatti, di una “metodologia didattica” che ha come carattere distintivo quello di valorizzare di più e meglio l’aspetto formativo dell’esperienza pratica attraverso  le soft skills, che in questo contesto mobilitano componenti cognitive, emotive, motivazionali, sociali e comportamentali, mettendole in gioco in contesti non solo d’aula, ma anche di extra-aula. In una visione quasi olistica del sapere, avvalorata da principi costituzionalmente statuiti di diritto-dovere al lavoro quale strumento per la crescita economica, sociale e morale dei cittadini (Artt.1, 4 e 35 della Costituzione), e da direttive europee in materia di istruzione e formazione, che sottolineano la necessità di garantire maggiore occupabilità ed esercizio dei diritti di cittadinanza attiva. Vedasi a tal riguardo il Libro Bianco di J.Delors (1993), il Libro Bianco di Cresson (1995), nonchè i Consigli Europei di Lisbona (2000),  Barcellona (2002) e successivi.

Le proiezioni al 2020 vedono l’Italia, con il Portogallo, come il Paese con il più alto tasso di lavoratori con bassi livelli di qualificazione (37,1% contro la media UE del 19,5%)

E allora più di una domanda nasce spontanea.

Perché tanto movimentismo (studentesco e non) contro l’alternanza scuola lavoro?  Perché minare alle fondamenta una delle innovazioni più interessanti della legge 107, piuttosto che valutarne con oggettività i punti di forza e di debolezza? Perché enfatizzare casi isolati di “mala alternanza” per colpire a monte un’esperienza che, proprio per la sua forte valenza formativa e professionalizzante, tende ad offrire, proprio alle classi più deboli della popolazione, opportunità di inserimento nel mondo del lavoro che altrimenti sarebbero  appannaggio quasi esclusivamente dei ceti più forti? Perché proprio in un Paese che negli ultimi anni ha visto acuirsi preoccupanti fenomeni di scarsa mobilità sociale, per i quali l’appartenenza familare influenza e discrimina, più di ogni altra variabile,  il percorso scolastico delle giovani generazioni  ed il loro inserimento sociale e lavorativo?

Mi vengono in mente tante risposte.

La prima, la più banale, è che certi movimenti studenteschi, per un fatto meramente identitario, non possono rinunciare, specie nei periodi pre-natalizi…., a dare un senso alla propria appartenenza ideologica, che nasconde quasi sempre una vera appartenenza politica, riempiendo le piazze (quando ci riescono) per veicolare messaggi che, magari anche in buona fede,  vengono fatti propri più o meno consapevolmente dalle masse studentesche.

Una seconda risposta, più articolata,  potrebbe essere che siamo di fronte ad un sistema -paese ancorato ancora a  vetusti retaggi culturali, ideologici e sindacali, per niente disposto a misurarsi con i problemi veri che lo attanagliano: elevati tassi di dispersione scolastica, di abbandono scolastico, di neet, di early-school-leavers e bassi tassi di mobilità sociale. Fenomeni che  dovrebbero far riflettere proprio le forze più conservatrici di questo Paese, quelle più ricalcitranti ad ogni forma di modernizzazione, cha a parole dicono di voler combattere le diseguaglianze sociali attraverso eguali opportunità lavorative, o esperienze on the job, mentre nei fatti proprio dalla forte precarizzazione sociale traggono  linfa vitale per il proprio proselitismo politico e sindacale. Un paese dove le riforme più conservatrici e autoritarie sono passate con qualche baratto, mentre quelle più innovative sono state strozzate nella culla prima del loro nascere.

Perché minare alle fondamenta una delle innovazioni più interessanti della legge 107, piuttosto che valutarne con oggettività i punti di forza e di debolezza?

Taking decisions for the future man standing with many direction Una terza risposta è che la scuola, e più in generale il sistema-Italia, non sono riusciti in questi anni a trasferire nelle nuove generazioni quella cultura del sacrificio, dell’adattamento, della ricerca continua di occasioni di crescita professionale e culturale inizialmente magari  anche precarie, ma potenzialmente volano di future progressioni di carriera e di ascesa economica e sociale. Stiamo parlando dell’incapacità delle nuove generazioni (e dei loro genitori) di condividere un’idea di formazione tarata  su esperienze  orientanti e riorientanti dal punto di vista formativo, quali quelle attuate in contesti di alternanza scuola lavoro. Non si è compresa, cioè,  la valenza orientativa dei percorsi di alternanza scuola lavoro, specie in un’ economia complessa e dinamica quale quella attuale, anche in contesti che prevedono lavori umili e apparentemente sottodimensionati.

Poi, per carità, alcune critiche ci stanno tutte. Vedasi la mancata disponibilità delle imprese a supportare tale progetto educativo e farsene carico non solo nella fase attuativa, ma anche in quella della progettazione esecutiva. Cosa che, in alcuni contesti, può aver determinato una realizzazione dei percorsi di alternanza poco coerente con il profilo professionale in uscita dello studente. Vedasi la mancata attivazione  del registro nazionale per l’alternanza col quale istituire una banca dati nazionale di imprese disposte a realizzarla.  Vedasi l’inesperienza e spesso l’incapacità, specie dei licei, di organizzare i percorsi  di alternanza per un numero  rilevante di studenti.

Che è cosa diversa dal combattere a monte il principio che sta alla base dell’alternanza scuola lavoro, anche in controtendenza  rispetto ad una recente indagine CENSIS, condotta su un campione rappresentativo di Dirigenti scolastici, che ha evidenziato quanto essa sia importante per permettere agli studenti di avere una migliore conoscenza delle dinamiche del mondo del lavoro, consentire alla scuola di realizzare una didattica meglio orientante in funzione di un curriculum di studio più curvato sul contesto territoriale di riferimento, aumentare le opportunità di lavoro, influenzare positivamente i livelli motivazionali degli studenti, contrastare i fenomeni di dispersione scolastica e fungere da stimolo all’ innovazione continua della didattica. Pur a fronte di criticità esistenti, quali la difficoltà di reperimento delle risorse finanziarie e soprattutto  di coinvolgere le aziende e gli altri soggetti economici potenzialmente interessati all’iniziativa, oltre all’ incapacità  del mondo scolastico di far propria tale metodologia didattica. Perché tale è, e tale va considerata. Una “metodologia didattica”, e non una mera esperienza lavorativa!

Forse agli studenti che hanno scioperato andrebbe spiegato che l’hanno fatto contro se stessi e il loro futuro, contro il loro progetto di vita che passa inevitabilmente attraverso il crocevia dal lavoro

Quanto ai ragazzi, la questione è molto delicata.

Diciamolo pure, coloro che si sono riconosciuti in percorsi di ASL ben organizzati da parte della propria scuola non hanno scioperato. Non ne avevano motivo e non lo hanno fatto. Coloro che qualche motivo   ce l’ avevano, lamentando  situazioni poco edificanti e non coerenti con il proprio percorso scolastico, bene avrebbero fatto a non mischiarsi nella massa indistinta della protesta e pretendere, invece,  dalla propria scuola  una migliore  organizzazione dei percorsi di alternanza. Degli altri …….non sarà magari che, come qualcuno ha candidamente  ammesso,  si sia trattato ancora una volta di uno sciopero meramente politico?

Perché non scioperare, invece,   per una  selezione meritocratica di una classe docente e dirigente degna di tale nome? Perché non scioperare per garantire una stabilità di organico alle scuole ed evitare di assistere all’inverecondo balletto di docenti che si trascina ogni anno fino al mese di ottobre/novembre? Perché non scioperare per garantire agli alunni disabili un docente di sostegno almeno per tre anni? Per citare solo alcuni dei motivi di protesta. Questa sì che sarebbe stata una battaglia di civiltà a vantaggio della qualità della scuola e delle fasce più deboli ed a rischio di esclusione della popolazione!

Ad un ragionamento costruttivo si preferisce invece il clamore della piazza, gli slogan e le bandiere! Già, la piazza. Ieri come oggi, oggi come domani, domani come dopodomani! L’importante, tra uno slogan e l’altro, è  aver lottato contro qualcosa, contro qualcuno. Ieri contro le varie riforme (Berlinguer, Moratti, Gelmini, Renzi) – senza contare che, se avessimo preso un pezzo di ciascuna di esse, oggi avremmo un sistema formativo migliore -, oggi contro l’alternanza scuola lavoro, domani contro le prove INVALSI ed il sistema nazionale di valutazione, e via discorrendo.

Forse a questi ragazzi andrebbe spiegato che l’altro ieri, forse inconsapevolmente, hanno scioperato contro se stessi, contro il loro futuro, contro il loro progetto di vita che passa inevitabilmente attraverso il crocevia dal lavoro. E che, nel contempo, hanno perso una splendida occasione per scioperare contro  i mali veri della scuola italiana.

Bibliografia

ITALIA 2020, PIANO DI AZIONE PER L’OCCUPABILITÀ – Fonte: Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca  

Rapporto sulla scuola in Italia-FONDAZIONE AGNELLI

G.Bertagna – Lavoro e formazione dei giovani – LA SCUOLA – BRESCIA 2011