• venerdì , 15 dicembre 2017

Una cultura del dialogo anche nella scuola

La crescita dei cittadini di domani passa attraverso un’educazione morale che abitui a sentirsi parte di una comunità

di Antonio Santoro

La necessità, avvertita, di “arginare le correnti del ritorno a Hobbes” pone l’esigenza di promuovere la cultura del dialogo affinché la frequenza scolastica si caratterizzi ancor più, secondo l’auspicio e la speranza di Cesare Scurati, come “esperienza biograficamente costruttiva e socialmente innovativa”.

Spero che il lettore di Scuola e Amministrazione vorrà scusarmi se, a distanza di alcuni mesi, torno a segnalare l’esigenza della “attivazione di itinerari (scolastici) di natura educativa” (1): la necessità, dunque, che sistematicamente e responsabilmente si coltivi, nelle diverse realtà del sistema-scuola, la prospettiva della formazione di “cittadini futuri che sappiano rispondere adeguatamente alla pluralità e alla diversità e che siano in grado di gestire produttivamente i conflitti attraverso il dialogo e forme di convivenza pacifica, di solidarietà e di altruismo, oltrepassando quell’imperante individualismo che oggi contrappone il condominio all’agorà” (2).

Si tratta di una sollecitazione e di un impegno che in termini più o meno espliciti ritrovo nell’ultimo scritto (Retrotopia) di Zygmunt Bauman, nel quale si rileva, con sofferenza e viva preoccupazione, che nella società liquida del tempo presente neppure il Leviatano di Hobbes sembra più in grado di assolvere la missione attribuitagli, quella di “domare la crudeltà innata degli esseri umani, dando così all’uomo la possibilità di vivere in compagnia di altri uomini una vita che altrimenti sarebbe «misera, ostile, animalesca e breve»”: cioè quella di reprimere o almeno di contenere “l’aggressività endemica dell’uomo”, che sempre più sfocia “nella propensione alla violenza”, la quale oggi “non sembra affatto diminuita, e tanto meno estinta”, poiché “è invece ben viva, e sempre pronta a scattare con preavviso minimo, e a volte perfino senza” (3).

Oltrepassare “l’imperante individualismo che oggi contrappone il condominio all’agorà”: perché non iniziare dai banchi scolastici?

Anche secondo Bauman, “noi stiamo tornando al mondo di Hobbes […] ad esempio (per la) crescente emulazione di azioni violente” (4), quindi per il continuo manifestarsi di una “aggressività che (spesso) nasce dal senso intollerabile di umiliazione e mortificazione, o dall’orrore altrettanto insopportabile dell’esclusione e del degrado sociale” (5), oppure ‘semplicemente’, e più in generale, perché da tutti, dalle “forze coalizzate dei mercati, (dai) nostri insegnanti, (dai) manager sul posto del lavoro, perfino (dai) media […] siamo stati (e continuiamo ad essere) ribattezzati «individui in competizione»” (6).

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