• venerdì , 15 Novembre 2019

Buona o meno buona

la scuola è come noi la facciamo

di Rita Bortone

Un dibattito povero
Sotto l’ombrellone di questo caldissimo agosto, oltre alle (fastidiose) domande su cosa penso della buona scuola (talvolta la domanda è reale, nel senso che la persona vorrebbe davvero capirne qualcosa, talvolta la domanda è fittizia e serve solo per esternare la propria interessata o ideologica ostilità), ricevo telefonate diverse: insegnanti felici che mi annunciano di essere stati immessi in ruolo, insegnanti allarmati che mi chiedono consiglio in merito alla domanda per le assunzioni nazionali, dirigenti che si interrogano e mi interrogano su questioni di Rav, di curricoli verticali, di piani di miglioramento, di offerte formative triennali, di formazione dei docenti…
Anche su fb, oltre ai post di insegnanti che minuto per minuto aggiornano sull’andamento di nomine e graduatorie, riprende il dibattito su temi che vanno oltre le pur importanti questioni delle assunzioni.
Ho appena condiviso sulla mia bacheca l’intervento critico pubblicato da Maurizio Muraglia (Cidi di Palermo) su ciò che è diventato oggi, sulle spiagge e nei corridoi, il “discorso sulla scuola”. L’ho condiviso perché mi trovo in sintonia su alcune affermazioni: “Sembra che tutti concordino sul fatto che fasi zero, A, B, C, GAE, scioperi, mobilitazioni, LIP, referendum abbiano come scopo ultimo far imparare meglio gli studenti. (…) Oggi sono assolutamente certo che non è così. Si chiama autoreferenzialità, ovvero la cornice che parla di se stessa senza più sapere di che cosa è cornice”.
Mi trovo in sintonia in particolare sulla sua convinzione che la buona scuola passa non attraverso le graduatorie e le assunzioni (quelle sono altre questioni, pur di sicura rilevanza sociale!), ma attraverso ciò che si fa in classe durante le lezioni: “…testi, narrazioni, ipotesi, calcoli, immagini, concetti, formule, stati, parlamenti, cellule, clima e quant’altro… E tutti questi argomenti si possono fare malissimo o benissimo. E se si fanno malissimo è cattiva scuola, e se si fanno benissimo è buona scuola”.
Avevo espresso analoghe convinzioni in precedenti articoli su questa rivista (Non c’è buona scuola senza professionalità docente, settembre 2014 Scuola e Amministrazione; Una scuola migliore, novembre 2014 Scuola e Amministrazione; Un piano triennale di formazione in Fare scuola in un mondo che cambia, Nikeditrice 2015): lamentavo che nel quadro generale della buona scuola non fosse dedicato spazio ad aspetti formativi e culturali che mi sembravano molto rilevanti, esprimevo la paura che questa mancanza potesse incidere sulla gerarchia delle attenzioni attribuite dagli insegnanti ai diversi obiettivi formativi e, in polemica con le posizioni e gli slogan assunti da qualche sindacato, sostenevo che la scuola pubblica, che nasce in funzione della istruzione e formazione della popolazione, non dovrebbe esser connotata come scuola buona o cattiva né come scuola giusta o ingiusta, bensì come scuola efficace o inefficace, cioè capace o incapace di realizzare gli obiettivi formativi e culturali che il Paese le affida.
E sostenevo che comunque nessun intervento risolverà i problemi della scuola italiana fino a quando non verrà ripensato il profilo del docente e non verrà adeguata e valorizzata la sua professionalità. In tale logica condividevo l’idea della valutazione e del merito, pur rilevando nelle affermazioni dei politici ambiguità e omissioni.
Oggi, a distanza di un anno da quel primo documento, condivido l’amarezza di Maurizio Muraglia sulla pochezza culturale del dibattito che si è sviluppato intorno alla scuola, ma rilevo che se i decisori politici da un lato e i sindacati dall’altro hanno determinato una focalizzazione della discussione su cose che si chiamano GAE ed assunzioni e fasce A e B e C, altre categorie “interne” alla scuola non hanno certo proposto approfondimenti di analisi o di prospettive né hanno dimostrato maggiore spessore culturale. E mi domando se ciò sia responsabilità della buona scuola o se questa abbia solo portato a galla, nel diffuso vociare che ne è nato, i vuoti culturali già esistenti, le faziosità corporative, la inesistenza di una idea di scuola comune, che possa orientare un cambiamento condiviso.
Il tempo della discussione non finisce mai, ma oggi è soprattutto tempo di scelte e di azioni, e sono queste che determineranno una scuola buona o meno buona. Continuo ad esser convinta che la scuola siamo noi.
Leggiamo dunque la nuova norma non per discuterla, ma per attuarla.

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