• lunedì , 25 giugno 2018

Che senso ha far finta che ci interessino le competenze?

Di Rita Bortone

Mi è stato chiesto di dare uno sguardo d’insieme ai quesiti che insegnanti e dirigenti pongono ancora relativamente allo sviluppo delle competenze, così come chieste e richieste dai documenti nazionali. Avevo cominciato a pensarci, ma in questi ultimi giorni me n’è passata la voglia, ed oggi mi domando quale senso possa avere, e per chi, parlare di competenze e ragionare sulle possibili modalità del loro sviluppo.

La drammaticità dell’oggi ci insegna (ahimé!) che la cultura e la competenza non servono, e gli attuali contesti di realtà  sono maestri ben più efficaci di qualsiasi scuola, e forniscono  modelli di riferimento molto più facili da seguire.

Non è il luogo adatto per analizzare le vicende politiche e istituzionali che stanno dilaniando il Paese, ma è legittimo, mi sembra, guardare in ottica pedagogica quanto è sotto gli occhi di tutti: come potrà la scuola affermare che il possesso di competenze culturali e tecniche costituisce condizione necessaria per l’affermazione, il successo, il lavoro, visto che i massimi livelli istituzionali sono oggi occupati da soggetti notoriamente sprovvisti di competenze sia specifiche che trasversali, sia  culturali che tecniche, e notoriamente privi (molti di essi) persino di expertises maturate in esperienze di qualsivoglia forma e natura?

Ha la scuola, essa stessa, gli strumenti per smentire la presunta dignità (anzi la presunta supremazia) di un cosiddetto pensiero del popolo contro ogni tipo di elite anche culturale?

 

E non diventa forse inutile retorica, in questo contesto, qualsiasi chiacchiera sui contenuti culturali, valoriali, etici, e sulle abilità che costituiscono le cosiddette competenze di cittadinanza, visto che l’essere cittadino si va identificando ogni giorno di più con l’essere partecipe inconsapevole di gazzarre mediatiche e di demenziali social network in cui un’opinione vale quanto un’altra e non c’è differenza tra la mia e la tua, e uno vale uno, e impunemente ci si può augurare la morte di chi non la pensa come noi?

 

Mentre scrivo, vivo l’angoscia della tragedia istituzionale che il Paese sta vivendo, delle foto del Presidente della Repubblica sostituite dalle foto di Alberto di Giussano nei Comuni del Nord Italia, delle insensate minacce di impeachment al Presidente da parte di sorridenti futuri ministri cui è stato momentaneamente sottratto il giocattolo del potere, o delle cupe minacce di meno sorridenti futuri ministri che al potere prossimo hanno preferito rinunciare per un potere ancora più forte nell’immediato avvenire.

In questo Paese cosa può significare, se non tragicomica retorica, o velleità insensata, chiedere alla scuola pubblica di sviluppare competenze e tra queste privilegiare le cosiddette competenze di cittadinanza?

In un post di un mio amico docente universitario (mi si perdoni la scarsa modernità e la inadeguatezza della citazione…), leggevo, ieri, questa sintesi: “Ogni società ha le sue élite, che interpretano lo spirito del tempo, e dirigono gli eventi favorendo (e appoggiandosi ai) propri clientes. Poi ci sono le masse, che sono unicamente guidate dai sentimenti, più o meno vivi e distinti, che spesso non si identificano nemmeno con i propri interessi,  e seguono acriticamente le élite. Quando una società non è in grado di permettere una circolazione continua e razionale delle élite attraverso  una vera competizione (cioè l’occupazione dei posti di responsabilità da parte dei migliori e dei più capaci in ogni settore ), la società decade e non riesce a fare scelte adeguate e funzionali al suo progresso (Pareto, Hayek e tanti altri che hanno studiato l’evoluzione dei fenomeni sociali)” (B.M., post del 27maggio, ore 12,06).

Io non conosco né Pareto né Hayek, capisco solo un po’ di quello che accade nel Paese, e un po’ di più di quello che accade nella scuola.

 

E mi chiedo quale ruolo ha la scuola, e da quale parte sta, in questo pericoloso rondò di élite che non sono formate dai migliori e di masse che seguono acriticamente queste élite, e le sostengono, e ad esse conferiscono poteri fino a ieri impensabili?

 

Quanta materia, nella drammatica quotidianità dell’oggi, per l’educazione alla cittadinanza e per lo sviluppo del pensiero critico, del pensiero argomentativo, del pensiero logico e scientifico, fondamenti delle competenze culturali necessarie per interagire consapevolmente con la realtà!

Ma quale scuola utilizza tale materia? E da quale parte sta la scuola?

Sembra lontana anni luce la domanda su come fare ad essere insieme scuola di massa e scuola di qualità; oggi non ce lo domandiamo più: oggi siamo una scuola di massa e basta, senza neanche più aspirazioni se non nelle parole. E non siamo scuola di massa perché ci vengono tutti i ragazzi.

Siamo di massa tutti, giovani e adulti, docenti e dirigenti, e riproduciamo al nostro interno le dinamiche che caratterizzano la società: anche da noi i posti di responsabilità non sempre sono occupati dai migliori; anche da noi le posizioni acritiche prevaricano spesso la riflessione e la lucidità del pensiero; anche da noi le parole sono cariche di promesse i cui frutti sono sempre di là da venire, anche da noi mancano competenze ed expertises nonostante i ruoli occupati…

 

Blateriamo di pensiero critico e di riflessività in azione, di argomentazioni logiche e di strategie di ricerca,  di metodi rigorosi e di criteri scientifici. Fingiamo di interpretare indicazioni nazionali che chiedono di “utilizzare modelli appropriati per investigare su fenomeni e interpretare dati sperimentali, riconoscere, nei diversi campi disciplinari studiati, i criteri scientifici di affidabilità delle conoscenze e delle conclusioni che vi afferiscono; utilizzare gli strumenti culturali e metodologici acquisiti per porsi con atteggiamento razionale e critico di fronte alla realtà, ai suoi fenomeni e ai suoi problemi” (Linee guida Istituti Tecnici e Professionali).

Costruiamo progetti per educare alla cittadinanza e per commentare la Costituzione, per insegnare a sostenere o a confutare tesi sulla base di dati e di argomenti a sostegno, per sviluppare – così diciamo – competenze sociali e civiche…

Oggi un leader politico, un ministro, un capo del governo, può impunemente sostenere le più grosse menzogne, le più plateali contraddizioni, le più vistose incoerenze, senza che ciò scalfisca la cosiddetta “opinione di massa”, o meglio la pancia della massa.

Da che parte sta la scuola, in tale contesto?

Oggi su La Stampa, il giornalista Mattia Feltri racconta minuziosamente del tutto e del contrario di tutto che i nostri attuali leader hanno affermato negli ultimi mesi, cambiando spudoratamente posizioni e dichiarazioni, affermando oggi quanto era stato negato ieri, valutando oggi negativamente ciò che ieri era stato valutato positivamente, stringendo oggi alleanze  fino a ieri negate , utilizzando a distanza di giorni argomenti opposti fra loro…: “Anzi – si legge nell’editoriale – oggi l’incoerenza è più redditizia tanto più è sfrontata. Nessuno sarà chiamato a renderne conto poiché prevale l’avvenenza dell’impudente: l’incoerente di sfuggita, che cerca di svicolare dalle cose fatte e dalle cose dette, sarà travolto dall’incoerente impetuoso, che urla la sua incoerenza e travolge il passato con un cazzotto sul tavolo”.

 

In questo contesto, da che parte sta la scuola? Quale il suo approccio critico alla realtà? Quale aiuto viene dato ai giovani per riconoscere le conoscenze affidabili, le argomentazioni coerenti, le garanzie fornite dai dati?

 

La scuola chiacchiera di competenze culturali, sociali e civiche, chiacchiera di cittadinanza e di pensiero critico, ma dietro al politically correct, dietro ad ipocrite istanze di imparzialità, dietro al dichiarato ma sostanzialmente ignorato confronto di punti di vista diversi, spesso maschera un silenzio pedagogicamente colpevole, un qualunquismo che uccide il pluralismo e il confronto, un vigliacco lavarsi le mani, un disinteresse educativo e civico, una inefficacia didattica che blatera di parole che non sa o non vuole interpretare.

Tra queste, brillano per vuotezza, per  falsità e ipocrisia, le parole della competenza.

Negli anni ‘70 la cultura delle ideologie faceva sì che avesse senso  parlare di scuola militante: oggi le ideologie non ci sono più, ma di una scuola militante ci sarebbe estremo bisogno. Una scuola che sappia prima di tutto pensare essa stessa, esser critica essa stessa, essere intellettualmente ed eticamente onesta essa stessa; e che voglia combattere e militare dalla parte del pensiero, dell’affidabilità delle conoscenze, del rigore scientifico, e dell’onestà, dell’etica, della cultura istituzionale, del senso civico: della competenza, insomma.

Ma siamo molto lontani dall’essere una scuola militante.