Compiti e responsabilità del dirigente scolastico nelle ultime rilevazioni del Censis sui processi formativi in Italia
L’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del paese definisce “particolarmente gravosi” i compiti di una figura a metà tra educazione e management
di Antonio Santoro
Dirigenti scolastici a rischio burn out? Di certo una figura professionale sempre più gravata da preoccupazioni e adempimenti burocratico-amministrativi particolarmente onerosi e assorbenti.
E’ tempo, scrivevo nello scorso mese di novembre su Scuola e Amministrazione, “per una considerazione adeguata, in termini economici, della dirigenza scolastica: quindi, per un riconoscimento effettivo della rilevanza di una figura professionale che nella scuola ha valorizzato, nel tempo, sia la titolarità della leadership educativa che i compiti e le responsabilità della dimensione manageriale” (1). Compiti e linee di azione – aggiungevo – che l’entrata in vigore della legge sulla Buona Scuola ha sicuramente caricato di ulteriori onerosità, e che ora anche il Censis riconosce come “particolarmente gravosi”, con riferimenti specifici “al nodo critico dell’applicazione e delle responsabilità relative a normative generali, quali privacy, trasparenza amministrativa e siti web, anticorruzione e soprattutto in materia di sicurezza e di edilizia scolastica”.
L’istituto di ricerca riconosce l’impegno di una figura trasversale costretta a chiedere aiuto e sempre più vicina al collasso
Nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, l’istituto di ricerca arriva a scrivere, addirittura, di “dirigenza scolastica a rischio burn out”: insomma, di dirigenti in difficoltà che spesso avanzano “la richiesta di un supporto organizzativo e amministrativo (ad esempio) per l’applicazione delle procedure per la dematerializzazione e del Codice dell’Amministrazione Digitale”, ma che continuano comunque ad assicurare la qualità delle loro prospettive promozionali e il richiesto ruolo di guida dell’istituzione scolastica autonoma.
Il Censis ne rileva l’impegno in alcuni ambiti di particolare significatività. In primo luogo, nelle iniziative di costituzione di reti di scuola, che in gran parte essi vedono come accertate opportunità per “la circolazione e il miglioramento delle pratiche educative”, per il conseguimento di “obiettivi di innovazione dell’organizzazione e delle metodologie didattiche”, per un più agevole “accesso ai finanziamenti”.
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Ma, indirettamente, anche nelle diverse attività a favore degli allievi con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento, sempre più numerosi nelle nostre scuole. Attività che, com’è noto, devono essere garantite con la massima tempestività perché “l’acquisizione delle competenze, cognitive e non cognitive, ha natura fortemente cumulativa: la qualità degli apprendimenti in fase pre-scolare e scolare primaria condiziona (infatti) i processi di apprendimento nelle fasi successive di scolarizzazione fino a rendere non recuperabili eventuali deficit pregressi” (2).
“Applicazione e responsabilità relative a normative generali, quali privacy, trasparenza amministrativa e siti web, anticorruzione, sicurezza e edilizia scolastica” le aree critiche individuate dal Censis
Ulteriori indicazioni di responsabilità dirigenziale ritengo sia possibile desumere dalle pagine del 51° Rapporto Censis, nelle quali si evidenzia la necessità sociale di “recuperare l’apprendimento permanente” e quindi di corrispondere al “bisogno di creare opportunità formative in grado di garantire il rafforzamento delle competenze di occupati che, pur disponendo di livelli di istruzione secondaria, rischiano di rimanere schiacciati verso professioni meno qualificate e meno richieste”. A ben considerare, è la richiesta alla scuola, e dunque pure ai dirigenti scolastici, di un impegno formativo responsabilmente orientato a “sollecitare ogni alunno al livello massimo del suo potenziale di apprendimento e di sviluppo”: perché “L’economia della conoscenza ha bisogno di […] persone capaci di autonomia, dotate della flessibilità necessaria quando si è chiamati continuamente a ridefinire il proprio profilo professionale, che sappiano adeguarsi ad un clima di cambiamento permanente e sappiano affrontare continuamente nuove sfide”. L’urgenza di oggi è quella di “un’educazione ben equilibrata”, cioè della “formazione di uomini completi, non di specialisti. Il processo di educazione permanente (tanto auspicato) è strettamente legato a questa esigenza: il suo obiettivo evidente è quello di insegnare a pensare e ad apprendere senza fermarsi mai” (3).
Bibliografia
1) Antonio Santoro, Un contratto adeguato per la dirigenza scolastica, Scuola e Amministrazione, n. 11/2017, p. 8;
2) Francesco Ferrante, La qualità dell’istruzione in Italia: un’eredità del passato?, Scuola democratica, n. 2/2017, p. 351;
3) Italo Fiorin, Insegnare ad apprendere, La Scuola, Brescia 2014, pp. 29-30.

