• martedì , 19 Novembre 2019

Editoriale dicembre 2015

Un’educazione aperta per non cedere alla paura

di Antonio Santoro

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Sono tempi bui quelli che stiamo vivendo: giorni di trepidazione continua, di preoccupazioni crescenti, di paure, di difficoltà relazionali. Giorni di insicurezze e di minacce, che sempre più incombono sul nostro vivere quotidiano, che generano e alimentano la tentazione del ripiegamento in chiusure protettive, rendendo perfino accettabile, a molti, la prospettiva – temuta da Habermas – di “sacrificare sull’altare della sicurezza le virtù democratiche di una società aperta: la libertà degli individui, la tolleranza verso la diversità delle forme di vita, la disponibilità a immedesimarsi nelle prospettive altrui”. Le incognite e i pericoli che ci sovrastano mostrano distanze e frammentazioni non superate, quasi l’inarrestabilità di un processo che giorno dopo giorno – le parole sono ancora di Habermas – lacera “la società in una pluralità di subculture reciprocamente ostili”.
Sono quasi sempre dei giovani non integrati a portare il terrore e la morte nei luoghi della nostra quotidianità: giovani che vivono nelle periferie delle grandi città, prigionieri, dagli anni dell’adolescenza, delle suggestioni e dei pregiudizi di ideologie che predicano l’intolleranza e la violenza. E’ la condizione di questi giovani, forse mai contrastata da efficaci relazioni di aiuto, a riportare lo sguardo sulla scuola, ad affidare, ancora una volta, alla sua azione educativa e al suo impegno inclusivo la speranza di un futuro migliore, di un domani nel quale ciascuno finalmente comprenda che “la libertà singolare non può esistere se non entro la libertà plurale” (Gustavo Zagrebelsky).
Anche l’IS guarda con attenzione alla scuola ma, comprensibilmente, per ragioni e con sentimenti del tutto diversi: per accusare – come ha scritto Renzo Guolo su la Repubblica dello scorso 26 novembre – i nostri sistemi educativi “di veicolare falsi valori e credenze tossiche” e per “mettere in risalto i timori delle famiglie musulmane che vivono in Occidente per l’istruzione ‘peccaminosa’ […] che i loro figli riceverebbero nelle ‘scuole della miscredenza’ […], nelle ‘scuole della perdizione’ (che) hanno inoltre la colpa di educare all’ateismo e alla tolleranza”. Quindi, per contrastare ogni nostra prospettiva di formazione ai valori della democrazia e della libertà.





Noi, però, come ha detto il padre di Valeria Solesin, dirigente scolastico, “crediamo nei valori che non dividono le persone”, in quei valori che responsabilmente ci impegnano a soddisfare, pur tra difficoltà e diffidenze varie, bisogni legittimi di accoglienza e di integrazione. Sappiamo, perciò, di non dover abbandonare, nella scuola, la prospettiva educativa dell’interculturalità, che è, certo, una costruzione impegnativa ma comunque indispensabile per l’emancipazione di tutti e di ciascuno: una prospettiva da coltivare nelle tante classi multiculturali, le quali – come ci ha ricordato il Documento “Diverso da chi?”, dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura – “sono un contesto prezioso per abituare tutti, fin dai primi anni di vita, a riconoscersi ed apprezzarsi come uguali e diversi” e “ad interagire senza timori e con mentalità aperta”.

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In copertina immagine di:
Marta Tundo – IV B
IISS “Pietro Colonna” – Galatina (LE)
Liceo Artistico – Indirizzo Audiovisivo e Multimediale