• martedì , 19 Novembre 2019

Editoriale maggio 2015

Lavoratori poveri oggi, pensionati poveri domani

di Antonio Errico

Quelli che hanno un’età dai venticinque ai trentacinque anni, che fanno un lavoro da mille euro al mese, e che ad avercelo, un lavoro, sono comunque fortunati, saranno i pensionati poveri di domani, tristemente, straordinariamente somiglianti ai pensionati poveri di oggi. Una delle speranze costanti di qualsiasi generazione è quella che la generazione che viene dopo si trovi in una migliore condizione. Ma erano anni che si sospettava che la speranza sarebbe andata delusa, per una serie di circostanze: il fatto che si cominci a lavorare tardi, che il lavoro sia così e così, che le riforme pensionistiche tendano a stringere la borsa. Adesso il sospetto viene confermato da una ricerca condotta dal Censis e dalla Fondazione Generali. Dice la ricerca che il 65% dei giovani occupati dipendenti con quell’età che si diceva sopra avranno una pensione sotto i mille euro. Con questo gruzzolo dovranno affrontare tutto quello che affrontano i pensionati di oggi, probabilmente anche qualcosa di più, probabilmente anche incognite più grandi. Conteranno poco e forse niente gli eventuali avanzamenti di carriera. Non si sa nemmeno se la norma consentirà loro di lavorare più a lungo e quanto il lavorare più a lungo inciderà sulla pensione.
E’ evidente che il circolo è vizioso. Si lavora tardi, si guadagna poco, sono pochi i contributi che si versano, per cui la pensione sarà leggera leggera.
Ma la realtà ancora più drammatica è che non esistono segnali d’inversione di tendenza né esistono soluzioni tra cui scegliere. Perché l’unica soluzione sarebbe quella di creare condizioni che consentano di iniziare a lavorare prima La cosa risolverebbe i problemi di occupazione, di contribuzione, di pensione. Significherebbe investire sulle risorse umane, sulle intelligenze, sulla competizione che determina innovazione, crescita, sviluppo.
Accade non di rado che la mancanza di certezze nel presente e di prospettive di futuro frastornino, disorientino, deconcentrino.
Ma probabilmente è proprio nell’età che va dai venticinque ai trentacinque anni che ci si sente addosso un’energia straordinaria. E’ quella l’età in cui si osa con più facilità, in cui si guarda più lontano. Quando quello che si vede guardando lontano è offuscato dalla nebbia dell’incertezza, si avverte una sorta di timore nell’osare. L’incertezza provoca una limitazione della liberta: ci si muove nei contesti dell’acquisito, degli obiettivi che altri hanno già raggiunto, perché questo garantisce un risultato. L’andare oltre, lo sperimentare, richiede coraggio, e, umanamente, nelle faccende di ogni giorno, per uomini e donne comuni, che non si sentono, non sono e non vogliono essere eroi, il coraggio ha bisogno di un conforto. Come si dice, bisogna sentirsi le spalle coperte.
Quelli che hanno tra i venticinque e i trentacinque anni, le spalle coperte non ce le hanno adesso e non ce le avranno nemmeno domani. Così si avventurano poco. Ma un Paese non può fare a meno dell’avventura creativa dei giovani; non può fare a meno della loro intraprendenza, della loro creatività, del loro pensiero diverso, della loro visione ulteriore, del loro entusiasmo. Altrimenti s’impaluda, non si sviluppa, non si rinnova in nessun settore.
Accade, alle volte, quando si ha un’età che va dai venticinque ai trentacinque anni, accade, anche per un istante solo, che si pensi ad una maturità serena: ad una stagione da pensionati senza orari, senza scadenze, senza agende da tenere sotto gli occhi continuamente; accade che si pensi a mattine pacate, senza affanni, a camminate solitarie in riva al mare, a viaggi verso luoghi sconosciuti. Accade che si pensi a starsene in buona salute con una tranquillità economica, per il fatto che si è già dato: tutto quello che si doveva, tutto quello che si poteva. Spesso con passione, senza risparmiarsi, senza fare il conto mai di quante ore al giorno si lavora. Non si pensa, non è naturale pensare, che si dovrà risparmiare al mercato della frutta, che si dovrà rivoltare il colletto del cappotto, evitare di comprarsi un altro paio di scarpe. Però pare che così sarà, per quelli che adesso hanno un’età che va dai venticinque ai trentacinque anno. Pare che sarà esattamente com’è per quelli che adesso ne hanno settanta e più. La Storia molto spesso si ripete. Offensivamente.

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Immagine di copertina:
Gabriele Tanisi – V B
IISS “Pietro Colonna” – Galatina (LE)
Liceo Artistico – Indirizzo Audiovisivo e Multimediale