• giovedì , 14 Novembre 2019

Giustizia e mito: dalla tragedia greca all’educazione alla cittadinanza

Intervista a Marta Cartabia e Luciano Violante

a cura di Rita Bortone

 

Questioni di investimenti giovanili, di memorie semantiche, di ricerche di senso

Antigone, Edipo, Creonte: per chi ha fatto il classico non sono incontri nuovi, anche se la loro frequentazione si è persa nel tempo. Certo, rileggerli all’età di 70 anni è molto diverso che leggerli a 18, perché quello che allora era concettualità astratta, ora è diventato contesto, esperienza, ricerca di senso, e i drammi allora studiati, letti, commentati, appena compresi, solo ora sono “pieni” di realtà concreta, e solo ora si sostanziano di significati reali.

Un investimento esistenziale, averli studiati allora per poterne godere oggi.

 

Mi chiedo su cosa stiano investendo gli studenti d’oggi. Nell’era della competenza e dei saperi spendibili, quali apprendimenti risulteranno persistenti, quali le memorie semantiche cui ridar vita e senso nel dipanarsi dell’esistenza.

Avrebbe senso far leggere Giustizia e mito agli studenti della secondaria di II grado? Penso agli insegnanti di lettere, a quelli di diritto, a quelli di filosofia. Non so a chi ne affiderei la lettura. Ma forse sbaglio: il libro può essere affidato soltanto a chi avverta egli stesso il bisogno di nuove cittadinanze e di un nuovo umanesimo.

 

Giustizia e mito

Marta Cartabia e Luciano Violante, Giustizia e Mito, Il Mulino 2018

È un volumetto di circa 170 pagine, pubblicato per Il Mulino dai professori Marta Cartabia e Luciano Violante. Propone una appassionante riflessione a due voci su figure-simbolo della tragedia greca, portatrici di domande esistenziali, sociali, politiche, giuridiche, morali, tuttora avvertite e tuttora prive di risposte univoche.

Lo scopo del libro non è un’ulteriore indagine sul mito e sulla tragedia – dicono gli Autori nel primo capitolo –, rileggere le due tragedie classiche è stata un’occasione di riflessione su se stessi, un guardarsi allo specchio, per una più approfondita conoscenza di sé e del proprio ruolo (…), uno spunto per pensare a ciò che facciamo”.

 

Il protagonista del libro, come nelle tragedie di Sofocle, è l’uomo “ritratto anche nella dimensione giuridica del suo agire”, e gli Autori si confrontano con “l’idea di diritto che traspare nelle due opere e sul loro rapporto, se c’è, con un’attualità che quasi spasmodicamente invoca la giustizia in tutte le sue accezioni, sia come esigenza primaria insopprimibile del cuore dell’uomo, sia come istanza di purificazione della società da quegli individui che, ora da una parte, ora dall’altra, sono considerati nemici del bene, benché spesso siano solo proiezioni di ingannevoli pregiudizi”.

 

Si legge in una giornata, ma ci si riflette per molti giorni. Mentre le pagine scorrono, le sottolineature sono tante, così come le chiose e gli appunti: sulle cose da approfondire, sulla stupefacente attualità del passato, sui problemi irrisolti dell’oggi.

Ma, oltre a goderne come un’occasione di riflessione su se stessi, chi vive con preoccupazione le attuali emergenze educative avverte in ogni pagina il desiderio di andare in classe a ragionare con gli studenti, a farli riflettere, a far venire fuori la parte migliore di ciascuno di loro, uomo o donna, che ogni giorno rischia d’essere zittita, spenta, prevaricata dalla barbarie culturale e morale della contemporaneità, dalla paradossalità degli exempla, dalla deriva della cultura istituzionale, dalla impotenza della scuola

Penso che il libro abbia in sé un contenuto pedagogico di altissimo livello, che sarebbe un ottimo testo di educazione alla cittadinanza, un vademecum della cittadinanza agita, una esaltazione di quel nuovo umanesimo invano raccomandato dai documenti ministeriali, un antidoto al progressivo smarrimento della civiltà occidentale e dei suoi valori, un recupero di matrici culturali e morali ormai irriconoscibili nelle intolleranze e nelle violenze e nelle miserie dei social e dei governi, nella hybris dei ministri e nella irresponsabilità dei magistri.

 

Un’idea ostinata che diventa un’intervista

Marta Cartabia

Decisa a ricavarne un discorso pedagogico, ma consapevole della insufficiente autorevolezza della mia voce su temi di così grande spessore, ho voluto osare, e ho chiesto agli Autori di entrare essi stessi in una dimensione pedagogica e di domandarsi cosa il loro libro possa offrire ai giovani.

Nonostante il peso dei loro impegni, non hanno faticato ad accogliere la mia richiesta, ed hanno accettato di regalare il loro pensiero alla nostra rivista, ai nostri lettori.

Riporto di seguito le mie riflessioni che, suscitate dal libro, si sono trasformate in domande.

Mi è sembrato utile raggrupparle intorno a tre punti di vista, che in realtà si sfumano e si integrano tra loro: le domande dell’uomo comune, dell’uomo di governo, dell’uomo di giustizia.

 

Questioni di conoscenza, di verità, di hybris

Il primo punto di vista raggruppa le domande dell’uomo/donna comune su temi di rilevanza esistenziale: la solitudine dell’uomo in un mondo in cui nulla è univoco; il senso della conoscenza e il suo rapporto con la verità; il senso del limite e il peccato di hybris; il bisogno di giustizia e il rischio della intransigenza.

 

  1. L’atteggiamento iperprotettivo delle famiglie, l’identificazione nel gruppo, il sostegno formale della scuola, la occasionalità degli incontri con adulti/guida non eliminano la solitudine e l’angoscia dell’adolescente di oggi, spavaldo ma fragile, come leggiamo nella letteratura psicologica. (Gustavo Pietropolli Charmet). Quanto è importante fornire ai ragazzi occasioni per approfondire la conoscenza di sé e per pensare a ciò che essi stessi fanno? Può aver senso riflettere con loro sulla dimensione esistenziale della solitudine e sulla responsabilità che essa comporta nei confronti di se stessi e degli altri?

 

Luciano Violante

L’Hannah Arendt di Vita activa, nella versione più estesa della brevissima menzione che ne è stata fatta nell’introduzione al libro, dice che «la mancanza di pensiero – l’incurante superficialità o la confusione senza speranza o la ripetizione compiacente di “verità” diventate vuote o trite – mi sembra tra le principali caratteristiche del nostro tempo. Quello che io propongo, perciò, è molto semplice: niente di più che pensare a ciò che facciamo». La mancanza di riflessione, con il conseguente abbandono di sé all’impulso dell’istinto, è sicuramente un tema di grandissima importanza educativa. La soluzione, però, non può limitarsi all’analisi della situazione e alla rampogna del tempo presente. Bisogna partire dal senso del dovere e della responsabilità. Spesso, i genitori, gli insegnanti, gli adulti deresponsabilizzati sono deresponsabilizzanti. Parlare con l’altro, riconoscere il valore dell’altro per il fatto stesso di essere portatore di umanità è essenziale componente di una educazione alla vita. Per questo è necessario che prima di tutto gli adulti siano appassionati a sé e al mondo che hanno intorno, possano mostrare di avere, essi stessi, una ragione di speranza, favorendo incontri umani che permettano di trasmettere questa passione. Con un “nota bene”: Eugenio Borgna, in un suo libretto meraviglioso, La fragilità che è in noi, parla di questa apparente debolezza anche come di una risorsa che permette di immedesimarsi con l’altro. Questo atto di immedesimazione cancella la paura dell’altro, che è prima di tutto paura del diverso perché ignoto e apre a una conoscenza nuova che riduce il rischio, che rimane sempre, della solitudine e, quindi, della deresponsabilizzazione. Si “risponde” solo se c’è qualcuno a cui rivolgersi e che ti chiama. Come la fragilità, anche una certa misura di solitudine può essere una risorsa che si può imparare a valorizzare.

 

  1. I giovani dispongono di una quantità d’informazioni finora inimmaginabile, ma non nutrono dubbi sulla loro veridicità, né riconoscono la conoscenza come strumento di ricerca della verità. Preferiscono credere che la loro verità sia vera. Quanto è importante educare i giovani alla consapevolezza che non c’è un vero assoluto e un falso assoluto, che la realtà è ambigua e che in essa nulla è univoco? E che tuttavia è la ricerca di una verità possibile a dare senso alla vita?

 

Questo è un passaggio che si lega al precedente. Intanto, il problema non è solo dei giovani ma di tutti e non è solo di oggi, anche se oggi si manifesta con modalità che ce lo fanno percepire con un’intensità inedita. Il grande storico Marc Bloch, subito dopo la Prima guerra mondiale, scriveva: «Alcuni falsi racconti hanno fatto sollevare le folle. La vita dell’umanità è piena di false notizie, in tutta la molteplicità delle loro forme – semplici dicerie, imposture, leggende. Come nascono? Da quali elementi traggono la loro sostanza? Come si diffondono, diventando sempre più grandi a mano a mano che passano di bocca in bocca o di scritto in scritto? […] Il più delle volte la finta notizia giornalistica è semplicemente un oggetto costruito, è forgiata da una mano operaia con un determinato obbiettivo, per influenzare l’opinione pubblica, per obbedire a una parola d’ordine». Quello che colpisce maggiormente, in questo suo scritto, è la sua ipotesi di spiegazione, secondo cui «la falsa notizia è lo specchio nel quale “la coscienza collettiva” contempla le proprie fattezze»: e questo è stato detto 100 anni fa. Distinguere il vero dal falso è un cammino che non si finisce mai di percorrere e che è richiesto a ogni uomo, in ogni tempo. Per questo, forse è importante recuperare la categoria della complessità del reale. Più cresce la conoscenza, più ci si rende conto della complessità e della necessità di rivedere continuamente le proprie certezze, a volte per consolidarle con argomenti ulteriori; altre volte per coglierne la caducità. A volte, insieme alla tentazione di affidarsi al vero e al falso assoluti, occorre contrastare anche l’indifferenza, quasi un’apatia senza speranza, verso la possibilità stessa del conoscere.

 

  1. Mentre costruiscono i loro dogmi, i giovani sembrano sempre più assuefatti ad un’idea di giustizia malata (quella amministrata) e irrecuperabilmente lesiva di ogni verità possibile. E il loro bisogno insoddisfatto di giustizia si trasforma in giustizialismo, diventa intransigenza, si appaga nella violenza delle parole e dei gesti. Quali sono i pericoli di una società che non ha fiducia nella giustizia? E qual è il rischio di una cultura che dell’astio e della vendetta fa una pratica quotidiana? Come la si combatte?

 

Gli adulti dovrebbero forse abbandonare l’idea di creare giovani che assomiglino a loro. Occorre dire ai giovani che esistono il bene e il male. È necessario non fermarsi alla impressione, alla percezione; occorre sempre riflettere per cogliere la sostanza delle cose. Il rischio generale è la mancanza di fiducia in tutto; la sfiducia è comoda, ma aumenta le solitudini e isola dalla realtà.

Tuttavia, sia la totale mancanza di fiducia nella giustizia sia l’eccesso di “fiducia” nella giustizia – che diventa giustizialismo – sono estremi da cui guardarsi

Entrambe le posizioni sono segno del fatto che un legame all’interno della società si è spezzato. È dunque importante che si riscopra il significato profondo dell’esigenza di giustizia che ciascun uomo porta innato dentro di sé, che diventa tanto più potente quando si ha a che fare con una ingiustizia anche banale. Scoprire proprio in quel momento tutta la portata del bisogno di giustizia, ma allo stesso tempo la limitatezza degli strumenti che l’uomo ha a disposizione per colmarlo, è un passaggio cruciale di ogni percorso educativo. Maturare la consapevolezza di questo scarto, di questa strutturale sproporzione, restituisce realismo e allo stesso tempo fiducia nella ricerca del giusto che è sempre un oltre verso cui tendere, il “più in là” della famosa poesia “Maestrale” di Montale.

 

  1. I nostri ragazzi vivono il divieto come privazione di un diritto ed hanno un senso del limite bassissimo. La tracotanza tipica dell’età adolescenziale si aggrava oggi per il permissivismo degli adulti verso l’arroganza della trasgressione e per la totale assenza di riflessione etica sul limite come condizione della esistenza individuale. La hybris di Edipo è superbia verso gli dei. La hybris dei nostri giovani è superbia verso l’altro, verso la comunità, è mancata conoscenza e mancata misura di sé. È possibile ed è utile educare al senso del limite e combattere il dilagare di una hybris diffusa e pericolosa, priva com’è di solide basi di conoscenza?

 

Non saprei dire se si può parlare di una hybris che riguarda solo i giovani. Anche quelli segnalati in questa domanda sembrano caratteri presenti in tutte le condizioni sociali. In ogni epoca, gli “anziani” rimproverano ai giovani la perdita di qualcosa che si ritiene essenziale. Eppure i giovani respirano lo stesso clima culturale degli adulti, anzi in molti casi sono gli adulti stessi a determinarlo. Il problema educativo è sempre lo stesso. Certo, occorre spiegare che ci sono dei “no” che sono necessari, che non bisogna fidarsi di chi sovrabbonda con i “sì”. Che non si può moralmente fare tutto quello che si può materialmente fare. Anche in questo caso, però, è indispensabile che gli adulti siano credibili, prima di tutto nei confronti di se stessi, per esserlo poi anche verso i giovani.  Tuttavia, occorre anche non mortificare lo slancio tipico di una età della vita caratterizzata dal desiderio di novità e di osare oltre i limiti del già noto, accompagnando i giovani a imparare ad apprezzare i condizionamenti che provengono dalla realtà, prima alleata sia dei giovani sia degli adulti, in ogni percorso educativo.

 

Questioni di senso della polis di governo e opposizione, di responsabilità e irresponsabilità

Il secondo punto di vista raccoglie questioni che attengono all’esercizio della politica e sembrano riguardare l’uomo di governo. A me sembrano questioni di grande interesse anche per il cittadino comune, per la sua possibilità di esercitare una cittadinanza consapevole: il senso della polis, il primato della polis sulla famiglia, la responsabilità del governo tra rigore, intransigenza e ascolto dell’altro; la complessità e la solitudine del governare, la facilità e la “irresponsabilità” di chi si oppone, il facile consenso verso gli “eroi” dell’opposizione.

 

  1. L’esercizio di una cittadinanza attiva e consapevole ha il suo stesso fondamento nel senso della polis, che però sembra oggi smarrirsi nel dilagare dell’indifferenza e della voluta estraneità alla dimensione politica dell’agire individuale. Cosa è e cosa può essere, per voi che guardate alla scuola, l’educazione alla cittadinanza? Cos’è il senso della polis? È definitivamente perduto, nella società contemporanea, o lo si può insegnare?

 

Essere cittadini non è un dato anagrafico. È una responsabilità che comporta la consapevolezza che si è parte di una comunità e che il benessere della comunità dipende non solo da chi governa, ma anche dai cittadini. Solo le dittature non vogliono che i cittadini si occupino della comunità. Nel Viaggio in America Tocqueville scrive che in America, se c’è una buca nella strada, i cittadini che abitano vicino si organizzano e decidono come colmarla; anche in Europa, aggiunge, i cittadini si organizzano, ma per protestare nei confronti del sindaco. Quello americano è senso della polis.

 

  1. Il primato della polis sulla famiglia, di cui nella tragedia è drammaticamente interprete Creonte, è certamente un problema che riguarda l’etica del governare. Ma non è anche un tratto culturale del cittadino comune, nel momento in cui compie scelte che possono far prevalere l’interesse privato piuttosto che il rispetto dell’interesse pubblico? In un percorso di educazione dei giovani alla cittadinanza, è possibile, ed è utile, una riflessione su cosa sia il bene comune e perché valga la pena di perseguirlo?

 

Senza bene comune, non c’è neanche bene individuale: uno degli insegnamenti più impressionanti delle tragedie del V secolo a. C. è proprio l’intreccio delle due dimensioni, pubblica e privata. Nel teatro tragico, il cittadino ateniese, insieme a tutto il pubblico che proveniva dalle altre città, era invitato a riflettere sui conflitti che possono emergere se lo scontro tra queste due dimensioni imprescindibili, e sempre presenti nella polis, non viene in qualche misura riequilibrato, bilanciando i diversi interessi in gioco.

Come nel caso di Antigone e Creonte, non è sempre agevole distinguere un interesse sicuramente buono da uno sicuramente cattivo, anzi la ricerca del bene comune è sempre in continuo divenire e richiede il reciproco ascolto e il contributo tanto delle istituzioni, quanto della società civile

 

  1. L’ascolto dell’altro e il superamento di ogni intransigenza appaiono costumi necessari all’uomo di governo: ma l’ascolto dell’altro, la comprensione dell’altro, il decentramento di sé verso l’altro non sono forse le condizioni necessarie della convivenza civile? Costituiscono obiettivi rilevanti, a vostro avviso, in un percorso di educazione alla cittadinanza?

 

L’altro è un bene per ciascuno di noi perché ci arricchisce, ci costringe a pensare. Una comunità giusta è una comunità plurale, con più voci e con disponibilità all’ascolto delle ragioni dell’altro. Il mancato ascolto dell’altro è proprio ciò che porta alla conclusione distruttiva che conosciamo: il contrasto tra Creonte e Antigone ci insegna proprio questo. Conviene rileggere le parole senza tempo che Emone rivolge al padre in un ultimo, disperato tentativo di convincerlo a rivedere le sue posizioni: «Non chiuderti nella convinzione incondivisa che sia giusto soltanto quello che dici tu, e nient’altro. Chi crede di essere l’unico ad avere saggezza, o parola, o animo, quali nessun altro, una volta aperto, si scopre che è vuoto. Un uomo, anche se è saggio, non deve vergognarsi di continuare a imparare, e di non essere rigido […]. Piegati! Concediti di cambiare idea! Se posso esprimere un’opinione, anche se sono giovane, dico che sarebbe molto bello se l’uomo fosse colmo di saggezza per natura; ma poiché questo non accade quasi mai, è meglio che impari da chi dice cose giuste» (vv. 710-723). Anche questo atteggiamento è parte imprescindibile di un vero percorso di conoscenza.

 

  1. L’adolescente si oppone, protesta, contesta, trasgredisce, e chi governa è comunque un suo nemico. Talvolta, queste caratteristiche psicologiche tipiche dell’adolescenza non vengono superate in età adulta, e la vita della comunità s’imbatte in chi pensa di interpretare la propria cittadinanza attiva solo attraverso l’opposizione, la protesta, la contestazione, la trasgressione. È possibile ed è utile riflettere con i giovani sulla complessità e la solitudine di chi governa, e sul facile e “irresponsabile” eroismo di chi si oppone?

 

L’opposizione, la critica, servono a chi governa. In ogni caso è più facile opporsi che governare; chi governa ha a cuore la comunità; a volte, chi si oppone ha a cuore solo sé stesso. Ma chi governa deve in ogni caso ascoltare chi si oppone. Per questo, in tutte le democrazie contemporanee, sono state previste delle procedure, soprattutto all’interno dei parlamenti, che permettono di far confluire le posizioni dell’opposizione nei canali decisionali di chi governa.

Le forme della democrazia rappresentativa, deliberativa, partecipativa sono volte a permettere che la contestazione diventi strumento di costruzione della polis, e non solo una critica fine a se stessa

Valgono anche qui le considerazioni della risposta precedente: l’ascolto delle ragioni dell’altro permette di allargare le proprie e di disinnescare la tentazione che la critica si riduca a essere la delegittimazione dell’altro e la sua trasformazione in un nemico da dileggiare e disprezzare.

 

 Questioni di ius e di lex, di morale e di diritto, di Eumenidi e di Erinni, di giustizia eccedente e di altro ancora

Il terzo punto di vista riguarda, infine, le dense tematiche relative alla giustizia e al diritto: il rapporto tra ius e lex, la necessaria separatezza tra morale e diritto, il superamento della giustizia come vendetta e la vittoria delle Eumenidi sulle Erinni; la possibilità di una empietà innocente; la distanza tra giustizia e verità, tra verità processuale e verità storica; e ancora gli eccessi della giustizia cercata a tutti i costi, e l’eccedenza dell’esigenza di giustizia rispetto all’entità della colpa, e ancora il senso della iuris prudentia, la necessità di ragionevolezza e duttilità di princìpi. E infine, la violenza insita nella legge, la segregazione che non redime, la necessità di procedimenti riconciliativi nel diritto penale.

 

  1. I giovani che oggi sono nelle aule presto saranno cittadini, dovranno compiere scelte importanti per se stessi e per la società. La prudentia necessaria nella sentenza può essere trasferita alla vita quotidiana, alla pratica della valutazione e della scelta, alla costruzione di opinioni e giudizi nella vita privata, sociale, politica? È utile (a ciascuno di loro ed alla società tutta) che i giovani siano consapevoli della separatezza tra morale e diritto? Che comprendano che votare a favore dell’aborto non implica la personale scelta di abortire? È utile che possano concepire, accanto all’efferatezza quotidianamente proposta dalle cronache, l’idea di una empietà innocente? Che possano accettare l’idea di una verità processuale diversa dalla verità storica?

 

Questi concetti vanno spiegati uno per uno. Sono complessi e non possono essere compresi senza adeguate spiegazioni. Quanto alla empietà e alla colpa, in tutti gli antichi ordinamenti, diritto e religione sono strettamente intrecciati, come pure sono intrecciati la colpa – presupposto di una responsabilità personale – e il peccato – offesa agli dei, pena inflitta dagli uomini e disgrazia come punizione inflitta dagli dei. Il concetto di empietà, come lesività di un comando religioso superiore alla legge umana, sovrasta e comprende il concetto giuridico di colpevolezza. Oggi il processo di laicizzazione dello Stato richiede una distanza critica tra diritto, morale e religione. Distanza critica, ma non estraneità. Se guardiamo ai principi fondamentali di ogni ordinamento giuridico – il rispetto della dignità umana, il comando di non uccidere, il divieto della tortura e della schiavitù, l’eguaglianza degli uomini in qualunque condizione –, non possiamo non rintracciare un sostrato morale e religioso da cui questi principi sono germogliati. Questo sostrato tocca il fondamento stesso del diritto di punire, che la civiltà moderna continua a conservare, come rileva nei suoi scritti meravigliosi su questo tema Paul Ricoeur.

È sorprendente come l’impurità sia sopravvissuta nei secoli e sia presente anche ai giorni nostri. Il razzismo non è forse una rivendicazione di purezza nei confronti di persone giudicate impure perché diverse per il colore della pelle, l’abito, le abitudini sessuali, la religione?

E chi si considera puro non si considera anche superiore in una immaginaria ma feroce gerarchia sociale? Cosa ha fatto il nero che è all’angolo della strada? Cosa lo zingaro o l’ebreo? Non hanno commesso nessun illecito. Sono discriminati non per quello che hanno commesso, ma per quello che sono. La loro supposta diversità diventa estraneità e quindi impurità. L’impuro, dopo due millenni, è ancora tra noi, terreno di scontro tra rispetto e violenza. Ci tocca essere responsabili, nella fiducia che l’umanità non è mai perduta per sempre.

 

  1. Il bene e il male, per molti dei nostri giovani, sono categorizzazioni dogmatiche e radicali, e dogmatico e radicale è spesso il legame da essi posto tra colpa e punizione. Spesso accade che essi stessi si ergano a giudici nei confronti di comportamenti o modi d’essere ritenuti colpevoli, e che ritengano legittimo essere essi stessi vendicatori ed erogatori delle “giuste” punizioni. È utile comprendere che la giustizia a tutti i costi può portare altra ingiustizia? Che punire la violenza può costituire altrettanta violenza?

 

Fa parte di una fase dell’educazione l’esigenza di imparare a distinguere il bene dal male, e ciò spesso avviene tramite la rappresentazione di personaggi totalmente buoni contrapposti a personaggi totalmente cattivi, nelle favole, nei film e nella letteratura. Questa finzione, ad un certo punto, deve però lasciare spazio  alla considerazione che il bene e il male sono prima di tutto intrecciati in noi stessi. Questa riflessione sulla nostra esperienza può aiutare a comprendere anche l’altro. In una mirabile corrispondenza tra un giudice e un carcerato da lui stesso condannato all’ergastolo, il magistrato ricorda un’espressione del Siddartha di Herman Hesse, secondo cui nessun uomo è completamente nirvana o completamente samsara, che fa il paio con la considerazione evangelica di Gesù che rimanda a un momento successivo l’azione di estirpare la zizzania dal campo seminato per scongiurare il rischio di eliminare insieme il grano buono. Inoltre, il diritto procede sempre su un crinale che vede da una parte la giustizia e dall’altra la forza: per questa ragione è da maneggiare con estrema cura.

 

 

  1. A pag. 59 del vostro libro si legge “(…) Il giudice giusto per eccellenza nasce da una profonda conoscenza della realtà e dell’animo umano; giudice giusto è quello che si dispone a comprendere con una ragione aperta, dalla quale soltanto può scaturire l’equità delle sue valutazioni (…). Il giovane re biblico (Salomone), potendo fare una richiesta a Dio al momento della sua ascesa al trono, chiede : «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male»”. E, appena qualche riga dopo, leggiamo il famoso “vogliamo giudici con l’anima” di Piero Calamandrei. I nostri ragazzi non devono imparare, a scuola, a fare i giudici, ma devono imparare a valutare, a scegliere da che parte stare. È utile ed è possibile insegnare loro una cittadinanza che valuta e sceglie “con un cuore saggio e intelligente”?

 

Questa è una necessità di tutti in qualunque circostanza, perché tutti siamo chiamati continuamente a prendere decisioni che riguardano noi stessi in rapporto con gli altri.

  

Per concludere
12. Chiacchierando del vostro libro, mi è capitato più volte di definirlo un manuale di educazione alla cittadinanza o un manifesto del nuovo umanesimo, auspicato da norme e riforme. Corrispondono, queste mie interpretazioni, alle intenzioni degli Autori?

 

Le domande che ci sono state rivolte colgono perfettamente il cuore del messaggio che abbiamo inteso trasmettere. Non sappiamo se è il manifesto di un nuovo umanesimo, ma certamente è il frutto di una profonda riflessione sulla nostra esperienza di giuristi, di cittadini, ma, prima di tutto, di persone.

 

 

 

 

 

Marta Cartabia è professoressa ordinaria di Diritto costituzionale e Vice Presidente della Corte costituzionale.

Luciano Violante, già professore ordinario di Diritto e Procedura penale, magistrato e parlamentare, Presidente della Camera dei deputati dal 1996 al 2001, attualmente è Presidente di “Italiadecide – Associazione per la qualità delle politiche pubbliche”[1] e della “Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine”.

 

[1] http://www.italiadecide.it/

 

One Comment

  1. Cittadini e giustizia, a Lecce Marta Cartabia e Luciano Violante - Il Tacco d'Italia
    20 Marzo 2019 at 12:31

    […] nella hybris dei ministri e nella irresponsabilità dei magistri”, scrive Rita Bortone, che per Scuola e Amministrazione ha intervistato i due autori, e che venerdì modererà […]