• lunedì , 13 Luglio 2020

I dispersi

di Antonio Errico

Dispersi. Vaganti in una terra desolata senza strade e senza direzioni. Esistenze che si nascondono. Identità enigmatiche, indefinite. Profili vaghi. Personalità contratte. Fantasmi. Hanno tra i 15 e i 29 anni.
Li chiamano NEET. Not in Education, Employment or Training. Non studiano, non lavorano. Magari hanno finito stentatamente la terza media e poi basta. Dalla scuola ne sono usciti, chi per un motivo, chi per un altro. Spesso il lavoro hanno anche smesso di cercarlo. Vagano in un deserto di prospettive. La loro giornata è vuota, senza scopo. Non sanno cosa fare oggi, cosa faranno domani. Hanno subito sconfitte. Si sono arresi alla malignità del caso. Pensano che quella situazione sia irreversibile. A volte hanno una famiglia che in qualche modo cerca di assorbire il loro disagio. Molto più spesso una famiglia che riesca a fare questo non ce l’hanno: è un dramma che deriva da altri drammi e ad essi si aggiunge, complicandoli, esasperandoli.
Si muovono tra il niente e il niente. Forse di tanto in tanto bussano a qualche porta, che resta chiusa. Forse aspettano qualcosa, ma non sanno che cosa.
Neet. Ragazzi, ragazze ai margini, all’abbandono. Che hanno rinunciato. La condizione che spaventa è questa: che abbiano rinunciato. Se hanno rinunciato, significa che non credono che coloro che gli sono intorno, che la società in cui vivono possa fare qualcosa per loro. Se hanno rinunciato, significa che non credono di poter fare qualcosa per se stessi.
Non vedono orizzonti o, se talvolta ne intravedono qualcuno, è un orizzonte di colore scuro. Un orizzonte immobile. Quanti siano con precisione non si sa. Si presume che in Europa il numero si aggiri intorno ai 13 milioni e mezzo.
Secondo una ricerca di We World, organizzazione non governativa italiana di cooperazione allo sviluppo, nel nostro Paese sarebbero circa due milioni, cioè il 24% dei cittadini tra i 15 e i 29 anni. Secondo questa ricerca, il costo per l’economia e la crescita prodotto dai Neet arriva fino al 6,8% del Pil, calcolato come effetto sul reddito fruibile nell’arco della vita.
Ma senza nessun dubbio, la cosa che costa di più è il destino di questi ragazzi. Che non sanno cosa possono fare oggi e meno ancora cosa potranno fare domani. Hanno una vita vuota, senza scopo e senza prospettive.
Ma da dove vengono i Neet? Probabilmente nessun fenomeno sociale si verifica per caso e all’improvviso. Si genera sempre da una o più cause, si consolida, si stratifica. Quando il fenomeno si presenta come problema e non viene controllato, gestito, governato, affrontato, risolto o ridotto, allora si spande e può diventare incontrollabile, ingestibile.
Da dove vengono i Neet?
Non è che la risposta sia proprio facile, e forse bisognerebbe anche diffidare di chi le risposte facili e sicure fa finta di averle nelle tasche di questa o quell’altra teoria.
Certo, fra la condizione di Neet e la dispersione scolastica esiste un legame a stretto nodo. Quasi tutti hanno una storia di dispersione, di abbandono, e la circostanza costituisce un’ulteriore dimostrazione che fuori dalla scuola esiste solo una realtà di emarginazione. Allora si dovrebbero necessariamente indagare in tutti i modi possibili le cause di dispersione e di abbandono. Nessun fenomeno sociale accade per caso e forse nemmeno all’improvviso. Si genera, si stratifica, si amplifica. In Italia quello dei Neet sta crescendo. E’ una situazione che contrasta con l’attenzione pedagogica, psicologica nei confronti del disagio e dell’inclusione.

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