Il sapore del sapere
Se un acino d’uva s’ingoia in una volta sola, il sapore dell’uva non si può sentire. L’acino lo si deve assaporare, lentamente, lasciare che si sciolga, lentamente, che il succo s’impasti nella bocca, che arrivi fino al sangue.
La stessa cosa vale per la conoscenza; perché sia conoscenza sostanziale, c’è bisogno che le cose penetrino lentamente nel pensiero, che s’infiltrino nel tessuto delle cognizioni, che si trasformino in espressioni di cui si serve l’esistenza, che riescano a farsi esse stesse espressioni di un’esistenza.
La conoscenza ha bisogno di una sapiente lentezza, per poterne sentire il sapore.
Ma noi con la conoscenza abbiamo, ormai da tempo, una relazione costretta alla velocità, alla voracità. Si ingoia tutto senza assaporare, tutto quello che ci capita, senza distinzione, senza metterlo in rapporto con quello che già conosciamo, senza costituirlo come condizione di quello che non sappiamo ancora e che potremo sapere.
Conoscere ed esistere sono diventate due distinte situazioni. Al limite, il conoscere si rivela solo funzionale, anzi strumentale ad una sbrigativa quotidianità, alla soluzione di problemi immediati; non è un fatto che modifica il nostro modo di pensare, di agire, di essere, di guardare il mondo, di interpretare i suoi fenomeni e le sue storie. Non può, perché il suo succo non ci arriva fino al sangue. Si acquisisce conoscenza con velocità; forse la si disperde con la stessa velocità. Senza sedimentarla e rielaborarla. Senza che ci appartenga.
La velocità con cui ci confrontiamo con le cose da apprendere non ha nulla che riguardi il concetto e la dimensione della rapidità di cui diceva Italo Calvino in una delle sue fantastiche “Lezioni americane”. Calvino fondava il ragionamento in particolar modo sulle caratteristiche della rapidità del pensiero e dello stile, precisando che la velocità mentale vale per sé, per il piacere che provoca in chi è sensibile a questo piacere e non per l’utilità pratica che si possa ricavarne.
La velocità come consumo del conoscere, invece, si presenta con una fisionomia identica a quella con la quale si presenta ogni elemento della contemporaneità. Esiste una coerenza, certamente.
Tra la frenesia, l’ansia, la vertigine incessante con cui si vive e il nostro modo di conoscere esiste una coerenza. Siamo angustiati da urgenze, a volte vere, a volte false, da impegni che consideriamo sempre inderogabili, da scadenze che ipotizziamo senza scampo, per cui attribuiamo al sapere un valore soltanto se in qualche modo ci solleva un poco dall’angustia degli impegni, ci apre un varco nell’assedio delle scadenze, fornisce ad una nostra domanda una risposta quale che sia, non importa se giusta, se sbagliata.
Allora si fa la ricerca su internet. Con uno sguardo veloce alla pagina si individua quello che serve in quel luogo preciso, in quell’ora precisa. Bisogna benedire internet. Però bisogna pure riconoscere che ha avuto e continua ad avere una funzione essenziale nella modalità che abbiamo acquisito di metterci in relazione con la conoscenza. Internet ha costruito un metodo, ha strutturato un processo di apprendimento che si qualifica essenzialmente come risposta pragmatica alle urgenze. Internet non ha colpa, non c’entra niente. Siamo noi che abbiamo applicato indiscriminatamente a tutte le situazioni le stesse modalità, che abbiamo scelto di impigrire il pensiero con la comodità delle operazioni veloci anche quando la velocità non si doveva applicare ad un certo oggetto del sapere perché azzerava o comunque limitava la qualità dell’apprendimento. Per esempio: se si ha necessità di verificare l’orario dei treni, se si vuole trovare una legge, un’ordinanza, un decreto, internet va bene e sia dunque benedetta. Ma non va bene se si vuole scendere nei significati della poetica montaliana. Però si usa internet anche per questo. In un saggio che si intitola Elogio della lentezza, Lamberto Maffei, direttore dell’Istituto di Neuroscienza del Cnr, presidente dell’Accademia dei Lincei, sostiene che il desiderio di emulare le macchine rapide create da noi stessi, a differenza del cervello che invece è una macchina lenta, diventa fonte di angoscia e di frustrazione. La netta prevalenza del pensiero rapido, a partire da quello che esprimiamo attraverso l’uso degli strumenti di-gitali, può comportare soluzioni sbagliate, danni all’educazione e perfino al vivere civile.
Il sapere che deve restare e risultare elemento che genera significati nuovi, pretende lentezza; ha bisogno di maturare attraverso il dubbio, l’indugio, la ponderazione. E’ una necessità del pensiero che intende analizzare i concetti, mettere a confronto diversi elementi, attribuire a quello che si apprende la valenza di una condizione della crescita, stabilire una sintonia con le esperienze che ci riguardano, riflettere, meditare sul senso delle cose, sulla loro importanza, sull’incidenza che hanno nel farsi dei nostri destini.
Ma nei processi di conoscenza, velocità e lentezza possono anche trovare una conciliazione.
Svetonio attribuisce all’imperatore Augusto questa espressione: festina lente. Affrettati lentamente. Italo Calvino la riprende ricordando il delfino che guizza sinuoso intorno ad un’àncora che Aldo Manuzio imprimeva sui frontespizi, e la farfalla con il granchio nella raccolta di emblemi cinquecenteschi di Paolo Giovio.
Cosimo de’ Medici usò il motto come simbolo della sua flotta, associandolo all’immagine di una tartaruga con la vela: la prudenza nell’impresa.
La lentezza è il metodo che consente l’approfondimento, e senza approfondimento non ci può essere conoscenza. Forse ci può essere una immediata e superficiale informazione. Siamo diventati turisti nei territori del sapere. Siamo come quelli che entrano in un museo e nel tempo di un’ora scorrono con velocità tutti gli oggetti che capitano sotto i loro occhi, senza soffermarsi su nessuna figura, su nessun colore, senza nessuno sforzo di comprendere il frammento, i movimenti di una statua, l’origine di un reperto.
Il veloce attraversamento del museo non gli lascia niente, se non immagini sovrapposte, confuse, sfilacciate, disorganiche, disarticolate. Ogni oggetto del museo possiede una storia che non ha potuto raccontare, che non ha potuto lasciare in eredità. Perché coloro che passavano andavano così veloci da non potersi fermare ad ascoltare. Da non potersi concedere il privilegio di conoscerla.
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Ogni tempo ha le sue parole magiche: quelle che promettono lo spalancamento di finestre su universi mai conosciuti, che si propongono come soluzione definitiva dei problemi mai risolti, che rappresentano gli idoli da adorare nei giorni presenti e in quelli futuri. Sono parole che, in relazione ai casi, intendono essere rassicuranti, oppure enunciano magnifiche sorti, delineano eccezionali prospettive, indicano direzioni inevitabili che conducono verso sfavillanti orizzonti di avvenire.
Nel tempo che attraversiamo, una di queste parole magiche, custode e testimone di prodigi, è innovazione.
Si avverte costantemente l’urgenza di innovare, in ogni contesto, in ogni situazione, in ogni condizione, in ogni organizzazione, in ogni settore: un’innovazione totale, trasversale. Ogni cosa esistente ha bisogno di una costante, incessante innovazione, nelle sue fondamenta, nelle sue finalità. Occorre individuare criteri nuovi, metodi inediti, determinare mutamenti, trasformazioni che producano una innovazione radicale, processi virtuosi e, soprattutto, risultati che permettano di dimostrare l’indispensabilità dell’innovazione. Una smania.
Poi, perché l’innovazione renda risultati, risulta indispensabile, ovviamente, la presenza e il contributo degli innovatori.
Gli innovatori sono sempre pronti ad entrare in campo per risolvere la partita che gli altri giocatori mantengono nell’umiliazione dell’incertezza. Gli innovatori non hanno alcun bisogno di dimostrare chi sono, che cosa hanno fatto fino a quel momento, di presentare credenziali. Sono innovatori proprio per questo, per confrontarsi con il mai accaduto, mai visto, mai sentito. Possono anche venire dal nulla. Gli innovatori esistono per destrutturare e ristrutturare, per abbattere il tempio e riedificarlo in tre giorni. Arrivano e innovano. La storia non conta. L’esperienza di meno. Se gli si chiede qual è il loro stile, la loro missione, il loro programma, non hanno difficoltà alcuna nella risposta: innovare, innovare, innovare. Ora e sempre. Che cosa. Ogni cosa. Che cosa può essere mai un grattacielo, una statua maestosa, un traforo, un aereo, un Divina Commedia, una scoperta di una stella? Si deve innovare, naturalmente con il giusto tornaconto di visibilità. Poi, spesso, questi falsi innovatori ritornano nel nulla da cui sono venuti, senza che nessuno serbi memoria di loro, ma lasciandosi dietro le macerie che hanno sparso con la loro improvvisata innovazione.
Si sa che, senza una tensione all’innovazione, mai e poi mai in una valle lontana lontana, un essere che procedeva a quattro zampe avrebbe osato trasgredire la consuetudine e sollevarsi e procedere con due. Però, probabilmente, dopo aver compiuto l’impresa di sollevarsi, avrà guardato in cielo e ringraziato qualcosa, qualcuno, con i suoi suoni gutturali, oppure con un silenzio riconoscente e stupefatto. Poi si sarà seduto sopra un masso e avrà riflettuto un poco; prima di cominciare l’avventura di inventare il fuoco, la ruota, il giavellotto, le palafitte, i numeri, il cannocchiale, la mongolfiera, lo sputnik, prima di affrontare il viaggio sulla luna, si sarà fermato a riflettere un poco.
La riflessione è una componente essenziale del processo di innovazione. Significa sottoporre a verifica le idee, provare concretamente la bellezza delle intuizioni, definire i tempi, i modi con i quali portare il progetto a realizzazione.
Senza queste minime condizioni, si rischia di trasformare qualsiasi disegno di innovazione in una sbadata improvvisazione, che può provocare lo stesso effetto che provoca lo smontaggio dei pezzi di un motore senza avere idea e mestiere per rimontarli.
L’improvvisazione è forse la condizione più dannosa per il progresso di una civiltà. L’improvvisazione è presunzione, arroganza, incoscienza, insensibilità, ignoranza di tutto quello che è stato realizzato. L’improvvisazione è mancanza di rispetto per chi ha realizzato.
L’improvvisazione introduce rapidamente elementi nuovi nella struttura delle cose senza valutare le conseguenze che possono produrre.
L’innovazione risponde a criteri e ragioni, segue processi logici, rispetta tempi e ritmi, si fonda sull’esistente e lo valorizza, ne riconosce la paternità; non lo ignora, non lo rifiuta; lo riformula con competenza. L’innovazione richiede e prospetta una attività di profonda riflessione. L’innovazione è tenacia, perseveranza, rigore, creatività, metodo. Quindi scienza.
Ma viviamo tempi in cui assistiamo al confondersi dei concetti di innovazione e improvvisazione. E’ come se arrivasse un’eco distorta, contraffatta, corrotta del motto “Uccidiamo il chiaro di luna”, urlato da chi ne sconosce il significato e con il conforto di tale sconoscenza pretende di innovare, mentre sta solo semplicemente, pericolosamente improvvisando.
Frequentemente si sente dire dall’ultimo arrivato da qualche parte, in un qualsiasi mestiere: ho un progetto innovativo; ho fatto un’opera innovativa. Ma innovativa rispetto a cosa, rispetto a quando? Altrettanto frequentemente l’innovatore risponde: rispetto alla tradizione. Siccome la tradizione comincia da Adamo e arriva esattamente all’istante in cui si pronuncia la parola, siccome la parola stessa è tradizione, siccome la tradizione è una rete complessa di forme di pensiero e di significati, bisogna tentare di capire rispetto a quale tempo, a quali forme di pensiero, a quali significati l’innovatore opera l’innovazione. A quel punto l’innovatore viene provvidenzialmente soccorso dal motto o dalla sua approssimativa parafrasi: uccidiamo il chiaro di luna. Però il chiaro di luna c’era prima che lui ci fosse e fortunatamente ci sarà quando lui non ci sarà più.
C’era una volta un contadino che voleva innestare un mandorlo sull’albicocco. Allora aspettò che venisse il tempo giusto, che non fosse troppo caldo, non fosse troppo freddo, non tirasse forte il vento. Aspettò che fosse luna calante. Quando venne il tempo giusto, cominciò a lavorare. Incise un ramo dritto e vigoroso dell’albicocco. All’estremità del taglio inserì la marza, facendo combaciare perfettamente la corteccia con quella del portainnesto. Ancorò la marza al taglio legando strettamente il portainnesto con della rafia bagnata, procedendo dal basso verso l’alto, perché non si seccasse, non sviluppasse malattie, per favorire la cicatrizzazione e l’attecchimento. Ogni giorno, al tramonto, andava a controllare la condizione della pianta. Forse è questa l’innovazione. Fare in modo che una pianta possa generare due frutti con un innesto attento, paziente, sapiente.
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Una superficie liscia sulla quale l’acqua scorre senza lasciare traccia se non un umidore che dopo breve tempo si asciuga. Si ha l’impressione di vivere in un tempo così: un presente assoluto e lineare, senza profondità, senza prospettiva, sospeso, che viene dal niente e va verso il niente. Senza storia, senza memoria. Come se tutto quello che esiste sia stato inventato in quell’istante, come se si debba consumare in quello stesso istante. Una condizione trasversale, che vale per tutto, per la conoscenza, per l’esperienza, per i fatti che accadono vicino o lontano, per l’osservazione, per la riflessione, per ogni espressione, per il pensiero in tutte le sue manifestazioni. Si pensa per quello che serve, e basta. Poi si azzera quello che si è pensato, e si ricomincia, per cui la cognizione non si sedimenta, non si stratifica, non si costituisce come eredità di ciascuno e di tutti. Ogni cosa si fa effimera, vaga, inutilizzabile dopo l’uso momentaneo. Pare che sia così anche per l’arte, che in molte sue forme non tiene conto dell’universo di cui fa parte e da cui si è sviluppata. Si produce una forma e insieme alla forma si innalza un altare al nuovo assoluto, all’assolutamente inedito. Non si fa riferimento, non si riconosce un debito, si disconosce il passato più o meno consapevolmente, più o meno maliziosamente, non si ha il piacere dell’orgoglio e dell’umiltà della citazione.
Solo la scienza, forse, si sottrae a questa eternità dell’estemporaneo, probabilmente perché, se non si sottraesse, non potrebbe essere scienza.
La storia, quella cosa che rappresenta l’esistere degli uomini nel tempo e nello spazio, con le loro fortune e le loro sfortune, con le loro nobiltà e le loro miserie, quella cosa forse ha insegnato poco, sempre. Ma in questo tempo insegna anche meno di quel poco, quasi niente. Se insegnasse, molte scelte in tutti i campi e a tutti i livelli sarebbero diverse. Se insegnasse, sarebbe diversa l’Europa, per esempio. Basterebbe soltanto che insegnasse qualcosa la storia del Novecento, per non andare lontano. Sarebbe diverso il mondo, per esempio.
Si prende il frutto dall’albero e si guarda soltanto il frutto e forse anche, ma distrattamente, il ramo dal quale pende il frutto. Il tronco non interessa, meno che mai interessa la radice, non interessa chi ha preparato il terreno, ha piantato l’albero, lo ha guardato crescere, lo ha protetto dal vento e dal gelo, e prima di piantarlo, di guardarlo crescere, di sorvegliarlo, lo ha sognato.
Si prende il frutto. Punto. Spesso lo si butta, senza alcun rispetto, dopo averlo soltanto assaporato. Tanto non si conosce il sacrificio che c’è dietro, dentro quel frutto. Così, ancora per esempio, c’è chi assapora il frutto della libertà di pensare, di dire, di fare, e di pensare diversamente da come aveva pensato, di dire altro rispetto a quello che aveva detto, di rifare, c’è chi rivolge lo sguardo alla sua bellezza straordinaria, ma non esprime e non dimostra rispetto nei suoi confronti, non ne testimonia l’apprezzamento, non ne afferma l’indispensabilità, forse perché non conosce il tronco, non sa in che terra affonda la radice, né chi l’ha preparata, guardata crescere, protetta, non sa chi segretamente o manifestamente l’ha sognata, chi la sogna ancora ad occhi aperti, anche pagando a caro prezzo il sogno.
Gli esempi sarebbero infiniti, relativi ad ogni contesto, circostanza, situazione.
Dunque abbiamo bisogno di conoscere quello che è stato, per non ricominciare sempre tutto daccapo, per non improvvisare in continuazione. Abbiamo bisogno di imparare la storia e di qualcuno che la insegni. Soprattutto che la insegni bene. Quello della storia è l’insegnamento più difficile. La storia ha innumerevoli trame, innumerevoli intrecci, una folla sconfinata di personaggi, mutamenti continui, vorticosi, di prospettive, contraddizioni, significati palesi e nascosti. La storia è la materia più difficile. In storia due più due fa sempre tre, cinque, dieci, cento, mille. Quasi mai fa quattro. A volte, quando fa quattro, può darsi che si sia sbagliato il conto. Non esiste una disciplina che si possa insegnare ed apprendere senza insegnare ed apprendere la storia, per il semplice fatto che ogni disciplina è pensata ed elaborata da uomini. Uomini e storia sono sinonimi.
Quindi la storia dev’essere insegnata da tutti coloro che hanno conoscenza di qualcosa che riguardi gli uomini, e non c’è chi non ne abbia. Dev’essere insegnata in ogni luogo perché non c’è luogo in cui non possa essere insegnata. Un insegnamento continuo, trasversale, diffuso, organico ma anche disorganico, spontaneo. La storia dev’essere insegnata a scuola, certo, in modo intenzionale e sistematico. Ma non basta. Anche un giornale deve insegnare la storia, anche un poeta, un narratore, un politico, un economista, un pittore, un sacerdote, un marinaio, un aviatore. Devono insegnare la storia tutti quelli che non cito perché anche in questo caso l’elenco sarebbe infinito. Ciascuno a suo modo. Lo si potrebbe anche considerare un dovere. La società deve insegnare la storia e far comprendere quali sono le cause e quali sono gli effetti di ogni fatto, di ogni fenomeno, di ogni cosa, quale terreno, quale radice, quale tronco, quale coltivazione e quale sogno hanno portato a maturazione il frutto che si sta assaporando.
Allora probabilmente sbagliavo quando ho detto, qualche riga sopra, che la storia è la disciplina più difficile da insegnare. In fondo, metodologicamente, è la più semplice. Basta soltanto dirsi: ecco, noi siamo qui, ora, così. Vediamo di capire chi siamo noi, perché siamo qui e perché il qui è nel modo in cui lo vediamo, perché siamo così come siamo, perché ora è diverso da allora e perché chi c’è ora è diverso da chi c’era allora, che cosa ha provocato il cambiamento di noi, del qui, del così.
Ecco, il metodo è semplice davvero.
Poi comincia il groviglio delle risposte, delle ipotesi, delle analisi, delle comparazioni, dei distinguo, delle interpretazioni. Ma il bello dell’insegnamento e dell’apprendimento della storia sta proprio nel tentativo di sgrovigliare il groviglio.
Il sapore del sapere di Antonio Errico

