• martedì , 17 settembre 2019

Insegnanti. L’eternità del purgatorio

di Antonio Errico

Sono trent’anni almeno che gli insegnanti di questo Paese vivono la condizione di un purgatorio, nell’attesa di un paradiso che non  è venuto quando forse poteva venire e che molto probabilmente non verrà mai più. Confinati in una situazione di marginalità e talvolta finanche di emarginazione sociale, privati di ogni genere di riconoscimento, assediati da richieste che provengono  da ogni parte e da ogni contesto e che pretendono la soluzione di problemi individuali e collettivi, sfiancati dall’ esperienza del precariato, umiliati dall’assenza di prospettive, cercano  comunque di alzare argini allo straripamento del fiume di superficialità, di indifferenza, di strafottenza.

Giorno per  giorno si confrontano con trasformazioni sociali, con mutazioni antropologiche, culturali, etiche, con riforme strutturali. Devono sintonizzare  le idee e i linguaggi su quelli delle generazioni che arrivano e si portano dietro tutto quello che hanno dentro: le visioni del mondo e della vita, ansie sempre più forti, sempre più complessi disagi, parole nuove, nuovi miti, un universo formato da immagini frantumate, da modelli fuorvianti proposti ( imposti) dai media imperanti.  Ad ogni prima classe che arriva cominciano daccapo. I pensieri dei ragazzi sono nuovi, come sono nuovi i loro nomi. Diceva Pier Paolo Pasolini che il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo: “ la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione”.

A volte vorrebbero potersi permettere di lasciarsi invecchiare, e non possono. Devono capire che cosa leggono i ragazzini, che cartoni animati vedono, che film, che musica ascoltano, che cosa pensano, che cosa sognano, che cosa li illude, o li delude,  li disillude. Devono capire che cosa li rende felici, che cosa gli provoca dolore. Non possono concedersi il lusso di invecchiare. Perché devono comprendere il pensiero di un bambino, di una bambina, di un giovanotto di dodici  anni, di un uomo di diciotto.  Così vanno in pensione, stanchi ma giovani.

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