• venerdì , 29 Maggio 2020

Insegnare il tempo di dentro

di Antonio Errico

In Tempo ed educazione nel postmoderno ( La Scuola, Brescia, 1990), Giuseppe Vico sostiene che “nei rapporti tra la pedagogia e le altre scienze non si accenna quasi mai alla letteratura e alla poesia, quasi fosse un mondo lontano e dalle radici inattingibili, perché collegate all’intimità e ai misteri più reconditi della vita”.

Ma il tempo è una condizione dell’intimità dell’essere. Probabilmente, o certamente, la più intima. E’ uno dei misteri più reconditi della vita. Probabilmente, o certamente, il più recondito.

E’ un interrogativo al quale molto spesso non si riesce a dare una risposta.

Dice Agostino nelle Confessioni: “Cos’è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare altri. Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere” ( Uso qui la traduzione di Carlo Carena, Einaudi, Torino, 1984, pp. 327-328).

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