• lunedì , 25 Gennaio 2021

La letteratura e le storie dell’anno duemilaventi

di  Antonio Errico

Cambieranno le narrazioni. Se non sono già cambiate, cambieranno presto. Se una narrazione è la rappresentazione del mondo o almeno la rappresentazione della percezione e della visione del mondo, allora tutte le nostre narrazioni cambieranno: nella struttura, nelle forme, nella stessa idea di narrazione. Sarà così, inevitabilmente, per la semplice o complicata ragione che sono cambiate le percezioni, le visioni, le idee del mondo. Quello che non è accaduto per secoli si è verificato nell’anno Duemilaventi. A volte, e per certi aspetti, consapevolmente; altre volte, e per aspetti diversi, inconsapevolmente. Però è cambiata la nostra relazione con il mondo e con le creature che lo abitano.

Di conseguenza cambieranno le forme, le espressioni, i contenuti dei racconti. Solo per esempio, cambieranno i racconti di viaggio. Ma siccome non esiste racconto che non dica di un viaggio nello spazio e nel tempo, tutti i racconti cambieranno.

Se per caso una narrazione dovesse riproporre senza varianti forme ed espressioni adottate nel tempo venuto prima di questo, sarà un esito nei confronti del quale qualsiasi lettore resterà indifferente, e forse resterà indifferente anche il suo stesso autore.

Ecco, allora, che, probabilmente, quella che con una formula impropria o comunque inadeguata si potrebbe definire qualità della narrazione sarà determinata dalla differenza o dalla indifferenza che provocherà in colui che con quella narrazione stabilirà una qualche relazione, anche solo superficialmente. Ma, forse, in fondo, è sempre stato così. La qualità di una narrazione si misura con il grado di trasformazione che produce nel lettore.

Si diceva di visioni del mondo. Appunto. Se un racconto non trasforma in qualche modo la visione del mondo di colui che lo incontra, se non muta le sue prospettive di osservazione, i suoi metodi di indagine, le categorie che applica  nel tentativo di comprendere, se non muta il pensiero che ha nei confronti di se stesso e degli altri, è soltanto un prodotto che non ha funzione sostanziale. 

Allora, forse susciterà indifferenza ogni storia che racconterà personaggi con profili e caratteri che i fatti di questo tempo, di questi mesi, di questi giorni non hanno segnato.

Susciterà indifferenza ogni racconto che non si confronterà con il deserto che sono diventati i luoghi  per qualche tempo, tutti i luoghi: un borgo, una confinata periferia, il centro di una grande città.

Susciterà indifferenza qualsiasi narrazione che non si confronterà con quella nuova condizione di solitudine – o di solitarietà – di cui abbiamo fatto esperienza.

Susciterà indifferenza ogni narrazione che considererà come mai accaduto quello che è accaduto.

Questo, però,  non vuol dire che il racconto debba necessariamente farsi coinvolgere dai fatti e dalle storie della realtà. Vuol dire, invece, che dovrà necessariamente trovare il modo per dire di una ridefinizione della coscienza provocata dai fatti e dalle storie dei giorni recenti.

Allora, la differenza di qualità di una narrazione,  probabilmente, sarà determinata dagli elementi di consapevolezza che sarà in grado di proporre, dagli strumenti di comprensione che riuscirà a fornire. Il grado di qualità di una narrazione dipenderà dalla dimensione e dalla stratificazione sentimentale che avranno le storie.

Anche in questo caso, per questa ultima dimensione, si tratterà inevitabilmente di proporsi nel confronto con le storie, con un sentimento nuovo, o forse con una nuova sentimentalità, intesa come universo interiore, come intima tessitura di percezione ed emozione che elabora e conforma la visione del mondo.     

Probabilmente, l’interrogativo che appassionerà – o che ossessionerà – chiunque d’ora in poi si metta a narrare  qualcosa a qualcuno non riguarderà il cosa raccontare, ma il come rappresentare quella ridefinizione della coscienza. Quindi, il linguaggio. Ancora una volta il linguaggio. Perché tutte le volte che nella storia si sono verificate trasformazioni di coscienza, è stato prevalentemente il linguaggio ad avvertire la crisi. Chissà, poi, se in questo tempo e in quello a venire, colui che racconta non si ritroverà a fare i conti con quello smarrimento del senso profondo del linguaggio che Hugo von Hofmannsthal esprime, al principio del Novecento, nel finale della sua Lettera di Lord Chandos, quando dice che la lingua in cui gli potrebbe essere concesso non solo di scrivere ma anche di pensare non è il latino, né l’inglese, né lo spagnolo, né l’italiano, ma quella lingua di cui non conosce una sola parola, quella in cui le cose gli si manifestano e con la quale, un giorno, cercherà di rispondere ad un giudice sconosciuto.

Cambieranno le narrazioni, dunque. E’ inevitabile.

Perché è cambiato l’immaginario, per esempio; perché, per esempio, è cambiata la percezione del confine, quella della possibilità o dell’impossibilità di comprendere le manifestazioni della natura e di reagire ai suoi fenomeni; perché è cambiato, ulteriormente,  il modo di pensare il vicino e il lontano, di essere nel vicino e di raggiungere il lontano, anche il lontano che in qualche modo ci riguarda o ci appartiene. Perché è cambiato il nostro concetto e il nostro sentimento del tempo. Siamo cambiati noi, consapevolmente o inconsapevolmente, e quindi cambieranno le narrazioni, le parole e la forma delle parole con cui racconteremo di noi, del nostro essere in questo tempo, dell’essere stati in quello passato, cambierà il racconto  delle fantasie su come saremo in quello futuro. Cambierà anche  il linguaggio con cui racconteremo il sogno.    

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Mi dice che ha ripreso a leggere. Che per  mesi se n’è stato in casa, senza sfiorare pagina. I libri dai quali è  circondato, che lo hanno appassionato per tutta una vita, all’improvviso gli sono diventati indifferenti, dice. Sono diventati inespressivi, muti, oggetti senza funzione e senza scopo.

Se n’è stato davanti al televisore, accasciato sul divano, accerchiato dalle notizie dei fatti che accadevano.

Mi dice che ha ripreso a leggere, restandosene in casa. Come ha sempre fatto. Come tutte le volte che ha rinunciato ad uscire, che ha elaborato menzogne con la famiglia, con gli amici, per poter cominciare un libro, per poterlo finire.  Resta in silenzio. Riflette. Poi pronuncia la parola libertà.  Forse il senso è in una condizione di libertà: quella di attraversare una storia o di attraversare una strada, una piazza, un qualche confine; quella di sentirsi addosso la leggerezza dell’aria, del vento, e quella di una parola, di una frase. Il senso è nella libertà di indugiare, di scegliersi un ritmo per  camminare o per sintonizzarsi con un racconto, di sfilacciare il tempo, di congetturare, di lasciarsi insidiare dalla noia. Ecco, anche la libertà di scegliere quando annoiarsi, con chi annoiarsi, se da soli, con gli altri, in casa propria, in un cinema. Si ferma ancora. Riflette ancora. Poi dice: la noia. E’ stato un tempo in cui ci siamo annoiati, dice, senza avere la libertà di farlo. Anche quando si legge, alle volte, ci si annoia, ma si sceglie il libro con cui annoiarsi, e si lascia alla noia la libertà di   acquattarsi  in un angolo, la libertà di  starsene pronta ad assalire, quando vuole, quando le va. Poi, quando decide di assalire, si può scegliere, liberamente, di lasciarla fare, di consentirle la corrosione del rapporto con quello che stai leggendo oppure contrapporle significati nuovi  o   connotazioni, sfumature, gradazioni diverse dei significati vecchi.

In fondo, dice,  è come quando si cerca di trovare in ogni giorno un nuovo senso, anche quando pare che le faccende di quel giorno siano identiche a quelle del giorno passato, e che per questo ci vengano a noia.  Ma in realtà non sono identiche mai. Le faccende della vita sono ogni giorno assolutamente diverse. A volte questa diversità ci rasserena, a volte ci inquieta. Però così stanno le cose, inevitabilmente. 

Dice che la scorsa primavera è stata una stagione di silenzio, e questo silenzio gli ha fatto ricordare il passo di un romanzo, La caverna di Josè Saramago. Non ha avuto il desiderio di riprenderlo. Quel libro, come tutti gli altri libri, gli era indifferente; come tutti gli altri, era lì, negli scaffali, inespressivo, muto, oggetto senza funzione e senza scopo. Ha soltanto ricordato quel passo in cui Cipriano Algor  sostiene che non è vero  quando si dice che ogni persona è un’isola. Ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.

Si ferma ancora. Riflette. E’ così, dice. Quella passata non è stata una primavera silenziosa. E’ stata una primavera di silenzio e, nel silenzio di questa primavera, ciascuno o qualcuno ha scoperto il proprio silenzio. Ha scoperto il silenzio che è. Che può significare tante cose. Per esempio, può significare che ciascuno o qualcuno ha scoperto la propria profondità, che a sua volta significa autenticità, unicità, irripetibilità. Che significa la propria imperfetta perfezione.

Mi dice che ha ripreso a leggere.

Ha ripreso da dove aveva lasciato: da un classico. Perché, dice, sta scritto tutto lì. La paura, l’illusione, l’altruismo, l’egoismo, la verità, la menzogna, la felicità, il dolore, l’oblio, la memoria, cosa sia la realtà e cosa il sogno: è scritto tutto lì. I classici sono il catalogo delle passioni.

La commedia e la tragedia. L’imprevedibilità e l’imprevisto. L’euforia e la depressione. L’affermazione di sé e la negazione. Lì sono contemplate tutte le esperienze, le storie, le avventure possibili e impossibili, le occasioni che si possono prendere o perdere; lì ci sono miserie e nobiltà, i chiari, gli scuri, i chiaroscuri, le realtà che sembrano finzioni e le finzioni che si propongono come realtà; lì si ritrovano tutte le storie del mondo, tutte le loro trame e tutti i loro intrecci, tutti gli incipit e gli explicit, tutte le  fini liete e tutte quelle tristi. Tutto quello che può accadere, mentre si attraversa il proprio tempo, è scritto dentro i classici. Dice che bisogna guardare negli occhi l’Ulisse di Dante, scavare dentro quegli occhi per scoprire la bellezza e la disperazione dell’avventura.

Dice che bisogna interrogare l’imperatore Adriano resuscitato da  Marguerite Yourcenar, ma che bisogna anche lasciarsi interrogare da lui, rispondendo sinceramente, onestamente.

Adesso che si può di nuovo uscire di casa, lui ha ripreso a leggere, restandosene in casa. Liberamente in casa.

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Un giorno o l’altro – forse un giorno vicino, forse un giorno lontano – la letteratura dovrà fare i conti con le storie che hanno attraversato l’anno Duemilaventi. Non mi riferisco  alla letteratura scientifica, che senza dubbio lo farà e anche in tempi relativamente brevi,  ma a quella  letteratura che si potrebbe definire realistica o a quell’altra che si potrebbe definire di finzione, anche se le distinzioni sono molto incerte, come lo sono sempre le convenzioni.

Però non potrà farne a meno, per la semplice ragione che da quella volta in cui un uomo – o più probabilmente una donna – ha avvertito l’esigenza di far comprendere qualcosa a qualcuno, lo ha fatto con un racconto che si componeva di gesti o di scene dipinte sulle pareti di una caverna, e  poi lo ha fatto con le parole di una lingua che era essenziale e fantasiosa allo stesso tempo.

Un giorno o l’altro la letteratura racconterà le storie di questi giorni. Forse non subito. Adesso il racconto appartiene ai territori della cronaca. Quella  letteratura che elabora metafore, che ha bisogno di tempo, di stratificazioni di senso. Perché a quella letteratura non basta osservare, descrivere, rendicontare. Pretende, com’è giusto che sia, di comprendere le cose nella loro profondità, nelle loro cause, nei loro effetti, nella sostanza, nell’essenza, nei riflessi. Soprattutto deve comprendere quanto e come gli accadimenti incidano sul tessuto psicologico delle creature e della civiltà, sulle esistenze di tutti e di ciascuno. Deve comprendere, tradurre, interpretare il disagio, la paura, deve dare forma allo sbalordimento, alla speranza, al desiderio.

Quando i narratori sono intervenuti sui giornali per commentare le storie che accadevano, non hanno fatto altro che esprimere, con sintesi estreme,  il malessere, la difficoltà di dire. Ma non potevano fare altro. Perché a loro manca ancora la possibilità di scandagliare le profondità; non hanno ancora le forme per rappresentare le mutazioni che sta subendo il pensiero individuale e collettivo.

Sta cambiando, o forse è già cambiato, l’immaginario, e la letteratura non può che confrontarsi con le dimensioni e le espressioni dell’immaginario.

Allora la letteratura dovrà necessariamente trovare una formula veramente  nuova.

Però le formule veramente nuove non sono una prerogativa dei narratori; probabilmente sono una prerogativa dei poeti. Sono i poeti che riescono ad inabissarsi, ad intuire e rappresentare il mistero, a recuperare il senso radicale, a stringerlo tutto in un verso solo, in una parola sola, a testimoniare la relazione che c’è fra il tutto e il niente, la finitudine e l’infinito, la terrestrità e l’eterno.

Certamente, nei tempi, anche prossimi, avremo una poesia diversa. Non necessariamente nuova nella forma, che potrà pure aderire alle forme già strutturate, ma senza dubbio nuova nei percorsi di indagine, nell’analisi dei significati di cui si caricano le esperienze.

Forse riconosceremo  alla poesia un valore che  da tempo non le riconosciamo più, distratti, come siamo stati e come ancora forse siamo, dalla réclame che spinge verso il mercato, dalle sirene della mondanità che passeggia sotto lo sfavillio delle luminarie, dai privilegi concessi dalla superficialità.

Ma, in fondo, è assai normale che accada questo. E’ nei periodi di crisi, nel confronto con essa, che si acquisisce consapevolezza dell’importanza che assumono le cose essenziali e dell’ininfluenza di quelle inessenziali, eccedenti, superflue.

La poesia è fra le cose essenziali, cioè fra le condizioni che consentono di arrivare al senso fondamentale degli accadimenti e delle esistenze. Si colloca sulla soglia del presente per guardare indietro  e per scrutare l’orizzonte, ma soprattutto per elaborare una sintesi della relazione fra passato, presente e futuro, per rintracciarne le fratture o per ribadire l’ ineludibile  reciprocità, l’interdipendenza.

Probabilmente, anche la poesia si assumerà il compito di rinnovare queste relazioni, di proporre, con l’umiltà che appartiene alla sua natura, linguaggi differenti dai precedenti. Interpreterà i processi di cambiamento, metterà al bando idolatrie, finzioni, linguaggi falsi, metterà a disposizione strumenti di pensiero per  l’interpretazione dei fenomeni e delle storie che attraversano il mondo, che richiedono nuove visioni, nuove metodologie di organizzazione della mente, nuove categorie.

Forse sintetizzerà con un nuovo “m’illumino d’immenso” il processo che dalla catastrofe conduce al rinnovamento. Forse si confronterà con quello straordinario commento che Walter Benjamin fa dell’Angelus Novus di Paul Klee.

Quell’angelo di Klee e di Benjamin si rifiuta di restare assediato dalle macerie. Sa perfettamente quali sono le cause che le hanno prodotte, sa quali sono le conseguenze. Eppure si alza in volo, si protende: apre le sue ali verso un nuovo tempo. Ha consapevolezza che spesso la Storia, lo sviluppo, il progresso pretendono una ricostruzione delle macerie. Sa che le esistenze delle creature e delle civiltà si confrontano con logiche, passioni, emozioni, sentimenti, nostalgie, prospettive, istinti di sopravvivenza, egoismi anche, altruismi, solidarietà, consensi e dissensi.

L’angelo conosce la Storia, e quindi sa bene che è sempre andata così. Anche la poesia lo sa. Ma ha bisogno di tempo per trovare parole coerenti, capaci di far vedere nel buio la linea di una luce d’alba che si alza, leggera, trasparente.