• martedì , 7 Luglio 2020

La nostra umanità intrappolata dalle immagini

La (in)civiltà delle immagini: mettere in scena la tragedia

di Antonio Errico

Vent’anni fa usciva, postumo, un libro straordinario di Paul Zumthor intitolato Babele. Un testamento intellettuale appassionato e lucido, attraversato da una prefigurazione di scenari, da presentimenti, da previsioni di accadimenti culturali, da speranze fioche e da timori espressi in modo saggiamente cauto. A un certo punto Zumthor diceva: “Eccoci già, dietro i nostri occhiali speciali, a contemplare una realtà virtuale che esaurisce le possibilità passate, presenti e future, cioè che sospende il destino e intrappola la nostra umanità. Noi, che assistiamo per primi a questa mano di gioco, sapremo, lo spero, tirarci fuori dalla trappola”. A tirarci fuori dalla trappola non ci siamo riusciti; ci siamo caduti dentro, siamo sprofondati fino al punto da non renderci conto quasi più che si tratta di una trappola. La trappola si è fatta il nostro habitat. Ci sono situazioni in cui non facciamo più differenza tra realtà e realtà virtuale, perché la seconda ha divorato la prima e ora si presenta come realtà esclusiva. Anche perché è una trappola che spesso ci tiene al riparo, ci rassicura spalancando una distanza tra noi e quello che accade; tutto è lontano, tanto lontano che non può riuscire a coinvolgerci, non ci può riguardare. Così siamo lontani, per esempio, dalle tragedie che sconvolgono il Mediterraneo. La nostra è una partecipazione virtuale ad una realtà virtuale. Fa eccezione soltanto la partecipazione di quelle creature che strappano altre creature all’abisso. Gli altri, tutti gli altri, osservano. Ora, mentre scrivo, dalla tv mi arriva la notizia di circa 300 cadaveri di migranti individuati in mare. Poi i particolari: i corpi di 40 persone sono stati trovati all’interno della stiva di un barcone che si è arenato su una spiaggia, mentre circa 160 galleggiavano in mare. Poi, immediatamente dopo, un’altra notizia di tutt’altro genere, mi distrae, si porta via ogni tentativo di riflessione.

A tirarci fuori dalla trappola non ci siamo riusciti; ci siamo caduti dentro, siamo sprofondati fino al punto da non renderci conto quasi più che si tratta di una trappola

Paul Zumthor, Babele

Qualcosa di simile è accaduto anche ieri, e ieri l’altro; qualcosa di simile purtroppo accadrà domani e dopodomani. Anche il sentimento di pietà, anche l’emozione, con il ripetersi delle immagini si attenuano fino ad azzerarsi. Ecco, dunque, la nostra umanità intrappolata di cui parlava Paul Zumthor. Ecco la lontananza: non quella fisica – inevitabile- ma quella psicologica, determinata da una notizia senza narrazione o da una narrazione tranciata. Eppure, probabilmente, avremmo bisogno di riflettere sulla condizione del naufragio che più di ogni altra rappresenta questi anni di secolo nuovo, di nuovo millennio, perché è una condizione dal carattere assoluto e, nella sua assolutezza, configura l’immagine dell’irreparabile, dell’assenza di ogni possibilità di salvezza.

Ma i media funzionano così. Sullo schermo non succede mai niente, diceva Zumthor; le immagini escono da un buco nero, ci assalgono, e poi se ne vanno. O arrivano su uno dei tanti altri strumenti di cui ci riempiamo le case e le tasche, si sovrappongono, ci lasciano forse qualche sensazione a fior di pelle, senza autenticità e senza forza. Spesso abbiamo l’impressione che si tratti di una finzione. Spesso sono davvero una finzione.

Basterebbe soltanto pensare alla funzione che assumono le immagini di repertorio, che potrebbe anche costituire una metafora della finzione che avviene attraverso la riproposta del già accaduto.

Poi la stessa notizia l’ho letta sui giornali, e l’effetto è stato completamente diverso. Il racconto non viene interrotto, la parola scritta, si sa, consente l’approfondimento, la riflessione, una visione, se non compiuta, se non complessiva, comunque più ampia. Leggendo, si stabilisce una relazione più profonda con i fatti e con le esistenze implicate nei fatti. Semplicemente: leggendo la notizia sui giornali, si ha la possibilità di contestualizzare, di individuare connessioni, di comprendere quello che la rapidità dell’immagine non fa comprendere. Vorrei azzardare e sostenere, addirittura, che l’immagine non fa pensare perché non deve far pensare; deve ipnotizzare. L’obiezione la faccio da solo dicendo che ci sono immagini, invece, che raccontano di più e meglio di milioni di parole, che restano incise negli occhi, che scuotono coscienze. Può accadere con una foto. Il rastrellamento in un ghetto e un bambino con un berretto a visiera, scostato di lato, le calze al ginocchio, le mani sollevate in alto, in segno di resa davanti al disumano. Pechino, piazza Tienanmen, giugno 1989. Un ragazzo in camicia bianca parato davanti a una colonna di carri armati.

Forse in vent’anni abbiamo perduto la capacità di stupirci per quello che ci accade intorno, ci siamo anche assuefatti al tragico e percepiamo tutto come spettacolo

Ma sono particolari, eccezioni nel contesto di un sistema.

Diceva Zumthor che, col pretesto delle nostre tecnologie, si sono snaturate le grandi idee generose della modernità, libertà, uguaglianza, tolleranza. Abitiamo un reale de-realizzato dalle immagini proiettate dai media.

Ma nei vent’anni che sono trascorsi da quando scriveva queste cose, qualcos’altro è successo. Così, qualche volta, si ha la sensazione che il dilagare dell’immagine abbia trasformato le nostre percezioni e abbia prodotto un abbassamento della sensibilità individuale e, conseguentemente, della sensibilità collettiva.

Forse in vent’anni abbiamo perduto la capacità di stupirci per quello che ci accade intorno, ci siamo anche assuefatti al tragico e percepiamo tutto come spettacolo. Certo, si può dire che davanti alle scene delle migrazioni disperate, dei naufragi impressionanti – ancora come esempio –  noi ci emozioniamo. E’ vero. Però potremmo anche farci prendere dal dubbio che l’emozione sia la stessa che possiamo provare davanti a un film, a uno spettacolo, senza differenza. E’ cambiato – o forse si è spezzato –  il rapporto tra l’esperienza e l’emozione.

Non abbiamo saputo tirarci fuori dalla trappola. Tutto qui. Probabilmente perché non abbiamo voluto; in fondo la trappola ce la siamo costruita da soli, e ci restiamo e ci resteremo con sempre meno consapevolezza di vivere dentro una trappola.