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“La Verità” e i suoi tre anagrammi

Suggestioni narrative, guardando all’articolo 55-sexies del Decreto Legislativo n. 165 del 30 marzo 2001

Di Fabio Scrimitore

ABSTRACT

Le finalità della scuola di Stato, intesa nella sua unitarietà di comunità educante, si possono pienamente raggiungere soltanto se i diversi professionisti che vi operano sono accomunati dall’intento di istruire e formare le giovani generazioni, collaborando attivamente all’instaurazione di un armonico clima educativo generale.

Filippo era particolarmente abile nel risolvere enigmi. Aveva sviluppato questa sua attitudine seguendo l’esempio del nonno, preside in pensione, che ogni giovedì si preoccupava di acquistare la Settimana enigmistica per mantenere vivaci i suoi circuiti cerebrali settuagenari;  Filippo lo emulava, mettendo alla prova la sua genialità intuitiva. L’interesse preferenziale del giovanetto era rivolto, in  particolare, agli anagrammi; gli piaceva moltissimo anagrammare le parole, spostandone in vari modi le vocali e le consonanti per formare nuove  parole, per forma e significato.  Un giorno,  fece vedere al nonno come, anagrammando la locuzione la verità, formata da due distinte parole, se ne potevano ricavare tre parole, con significati diversi ed interessanti: rivelata, evitarla, relativa.

Ma evidentemente si trattava di un mini-bluff del nipotino. Quell’intuizione non poteva essere farina del suo sacco!  In realtà, era un’intuizione  dello scrittore  Gianrico Carofiglio che, nel corso d’una puntata della bella serie televisiva prodotta da Rai-scuola dal titolo “I Maestri”, di Edoardo Camurri,  aveva illustrato l’esito di una ricerca che egli aveva condotto sul quel che dovrebbe costituire l’essenza della narrativa letteraria.

A suo giudizio, l’oggetto dell’ opera del narratore dovrebbe essere la ricerca della verità –  ma non della verità che può corrispondere a quel che si definisce comunemente con la parola realtà -, nel senso che il narratore non si deve sentire impegnato a descrivere fatti realmente accaduti, ma deve servirsi del magico strumento della finzione letteraria per far riflettere i suoi lettori sulla verità di quel particolare segmento della condizione umana che egli ha scelto come argomento della sua narrazione.

Per offrire un esempio classico della sua tesi, che distinguesse una descrizione pienamente realistica dalla narrazione letteraria della verità, lo scrittore ex magistrato si era appellato ad uno dei più noti e inquietanti romanzi del primo novecento: La metamorfosi di Kafka, l’opera nella quale l’assenza di realismo è indubbiamente vistosa, tanto da apparire estremamente inquietante, come la descrizione di un piccolo impiegato, Gregor Samsa, che, svegliandosi una mattina, vede il suo corpo, ma non  la sua coscienza, trasfigurato terribilmente in quello d’uno scarafaggio.

L’essere stato poi segregato dal padre nella sua stanza, dove rimarrà chiuso sino alla fine dei suoi giorni, raggiunge l’apice letterario della narrazione irrealistica;  nello stesso tempo, e nella forma che nessun’altra finzione letteraria avrebbe potuto rendere meglio,  la narrazione di quello stato psico-fisico di Gregor Samsa rappresenta con la massima efficacia la condizione della persona che si vede respinta dalla società della quale fa parte, reietta dalla sua stessa famiglia, persino da chi gli ha dato la vita.

Kafka ha narrato, così, una verità, quella dell’infelicissima  condizione dell’emarginato d’ogni tempo, con una finzione assolutamente irrealistica della metamorfosi uomo-scarafaggio.

Resta comunque la domanda sfuggente e complessa, di quel che si deve intendere per verità.

A tal riguardo, Carofiglio  aveva confidato  d’essersi dilettato nella singolare ricerca dei termini che si possono trarre anagrammando la citata locuzione “la verità”; ne aveva tratto ben 21 parole, molte delle quali di nessuna, o di scarsa, rilevanza, come  tiratela, alteravi, varatela, ma tre degli anagrammi possibili gli erano sembrati particolarmente interessanti: erano le tre parole che il nipotino del preside a riposo aveva rivelato al  nonnino come frutto della sua dubitabile sapienza adolescenziale.

Tuttavia, i diversi significati delle tre parole presentano profili interessanti e persino inquietanti.

La verità rivelata evoca l’immagine di Charlton Heston nel colossal degli anni ’50 di Cecil De Mille, “I dieci comandamenti”, nel quale  l’attore-Mosè scende solennemente dall’Oreb con le due tavole della legge mosaica strette al petto. E’ la legge che non è frutto della genialità umana, come lo sono stati  il codice di Hammurabi o le leggi di Solone, ma che è stata donata spontaneamente dal creatore agli uomini. Appartenendo al piano della trascendenza, la verità rivelata agli uomini da Dio non viene messa in discussione. Resterà per sempre, per il credente, una sorta di ipse dixit.

La verità cui fa riferimento la parola evitarla allude alle concezioni filosofiche dello scetticismo, che escludono che essa esista o, almeno, che sia alla portata dei sensi e dell’ intelletto umano. Se ne dovrà dedurre che il saggio cercherà di tenersi ben lontano dalla vana pretesa di conquistare qualche verità, come, peraltro, si legge nel settimo paragrafo del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein:

Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

Infine, per quel che concerne l’aggettivo relativa, apposto alla parola verità, ammesso come assioma indiscutibile che esista una verità oggettiva, se ne deve trarre la conclusione che ogni persona se ne può legittimamente fare una propria rappresentazione mentale. Tale  rappresentazione individuale della verità non può, però, costituire altro che un semplice punto di vista soggettivo, senza che se ne possa avere una rappresentazione oggettiva, valida per tutti. Ne deriva che la persona ragionevole dovrà prendere coscienza di questa condizione personale, relativa della percezione della realtà come personale  punto di vista,  e trarne la conclusione che la via migliore per vivere in serenità l’esistenza sia quella di ricercare una strada che conduca alla conciliazione del proprio punto di vista con i  diversi punti di vista delle altre persone che sono interessate alla definizione di quella tessa, determinata verità.

Di tutto ciò parlava compiaciuto il nonno di Filippo ad un suo collega, anche lui ex preside di Scuola media, insieme con il quale sedeva, con la mascherina indossata,   all’ombra di una pagodina, davanti ad uno dei bar  del centro cittadino, dal quale si poteva osservare la movida come dal palco di proscenio della Scala o del Metropolitan si può seguire l’azione del melodramma.

Vero è che l’ex collega non sembrava interessato più di tanto alle prodezze anagrammatiche del nipote del suo interlocutore, come avrebbe rivelato poi un foglio formato A4, fatto leggere qualche minuto dopo al suo antico compagno di vita professionale. Il foglio riportava un comunicato stampa,  scaricato dal computer domestico, nel quale un sindacato invitava il direttore dell’ Ufficio scolastico regionale a rimuovere dalla sua funzione dirigenziale il direttore della sezione territoriale del predetto Ufficio.

L’evolversi del colloquio fra i due ex presidi avrebbe in seguito dimostrato quanto sarebbe stato  utile per loro prendere in considerazione l’arguta riflessione di Carofiglio sui significati che si possono attribuire ai tre anagrammi (rivelata, evitarla, relativa) tratti dalla locuzione la verità.

Per valutare la fondatezza di questa considerazione, si dovrà tener conto che  la richiesta sindacale, di rimozione del dirigente della sezione territoriale dell’Ufficio scolastico regionale, era stata avanzata con iper-determinata categoricità perché, secondo quanto  dichiarato nel comunicato stampa dello stesso sindacato, il suddetto dirigente,  adducendo valutazioni manifestamente irragionevoli di insussistenza dell’illecito in relazione a condotte aventi oggettiva e palese rilevanza disciplinare,  aveva archiviato un procedimento disciplinare avviato dal competente Dirigente scolastico nei confronti di un dipendente.

Verosimilmente il redattore del citato comunicato stampa aveva consultato l’articolo 55-sexies del Decreto Legislativo n. 165 del 30 marzo 2001, integrato con le numerose modifiche intervenute negli anni successivi alla sua prima emanazione; tale articolo commina la sanzione della sospensione dal servizio sino ad un massimo di tre mesi al dirigente che causi la decadenza di un procedimento disciplinare già avviato, adducendo  valutazioni manifestamente irragionevoli di insussistenza dell’illecito in relazione a condotte aventi oggettiva e palese rilevanza disciplinare.

L’asperità della prosa d’indole parlamentare, qualche volta, ha bisogno di un intervento che la renda meno vicina alla cripticità dei vaticini della sibilla cumana; sicché sarà consentito di aggiungere a quanto già scritto che il su citato art.55-sexies pretende che sia punito con la sospensione dal servizio sino a tre mesi il dirigente che abbia concluso  un procedimento disciplinare assolvendo, con motivazioni del tutto illogiche, il responsabile d’un fatto oggettivamente e chiaramente illecito.

Il collega del nonno di Filippo trasse dalla tasca del soprabito un plico, ne estrasse una decina di foglli, li dispose ordinatamente sul tavolinetto del bar e, allo stesso modo in cui nell’accogliente reggia di Alcinoo Ulisse raccontò all’ospitalissimo  re dei Feaci ed alla pietosa regina Arete il suo lungo peregrinare fra i Lotofagi, i Lestrigoni, i Ciclopi,  ed i talami di Calipso e di Circe, similmente, con sofferta compassione, parlò del singolare curriculum professionale del figlio, che, per quasi tre anni,  era stato costretto ad aggiungere alla sua attività di insegnante  quella di avventuroso navigante fra vivaci sedute del Collegio dei docenti, per di più chiamato a discolparsi davanti ad inquirenti e giudici togati. .

Più che il dramma kafkiano del povero Gregor Samsa, la piccola storia del figlio dell’ex preside in pensione richiamava le sofferte avventure d’un altro personaggio kafkiano: quelle del  povero impiegato di banca, Josef K,  accusato da un misterioso tribunale di essersi macchiato di una colpa non meglio identificata, al punto da doversi difendere da un’accusa mai formulata chiaramente.

Secondo l’ex preside, il figlio si sentiva nella condizione evocata dal mito di Sisifo, che tante volte egli, da insegnante, aveva proposto all’attenzione dei suoi alunni adolescenti, facendo loro ascoltare gli aulici endecasillabi che Ippolito Pindemonte  elaborò traendoli dagli esametri di Omero:

“La gran pietra ala cima alta d’un monte,/ urtando con la man, coi piè puntando,/ spingea: ma giunto in sul ciglio non era,/ che, risospinta da un poter supremo,/ rotolavasi rapida nel chino/ sino alla valle la pesante massa”.

“Quante verità oggettive  – confidò retoricamente il padre del professore all’ex collega – sono descritte nei fogli che parlano della lunga odissea scolastica di mio figlio!  Tutti i fatti che i protagonisti, autori dei procedimenti ai quali mio figlio è stato sottoposto per ben tre anni, non potrebbero essere delle apparenze, delle percezioni soggettive di fatti realmente accaduti ?  Che sia accaduta proprio una serie di fatti che sono stati valutati come illeciti disciplinari soltanto per una percezione troppo soggettiva  che ne avranno potuto avere coloro che li hanno giudicati, si potrà dedurre dalle due domande che rivolgo a me stesso, per chiedermi se possa costituire atto illecito l’espressione con la quale  un insegnante faccia presente al  preside della sua scuola una verità scritta con chiarezza nel contratto dei professori, cioè che fra gli obblighi  del docente non è incluso quello di assistere gli studenti che sono a mensa; e, inoltre,  che non può essere considerato comportamento obiettivamente illecito l’espressione con la quale il professore dichiari di ritenere  non accettabile la proposta didattica avanzata da un componente del collegio dei docenti, membro o presidente che sia dello stesso organo collegiale”.

In risposta alle sofferte  considerazioni del collega, il nonno di Filippo, vecchio insegnante di storia e filosofia, richiamò con un malinconico sorriso il mito platonico della caverna, che volle accostare, a titolo di rinforzo argomentativo, alle riflessioni che Gianrico Carofiglio aveva espresso in merito al concetto di verità relativa.

Il saggio sa bene quanto le vie del giorno siano metaforicamente cosparse di ombre, di avvallamenti, di asperità che possono alterare i profili d’una pretesa realtà oggettiva. Egli, il saggio,  ha raggiunto la consapevolezza di trovarsi nella medesima condizione in cui si trova l’uomo della caverna di Platone, il quale non sa che quel che vede proiettato sul fondo dell’antro   è il succedersi delle ombre delle persone che sono dietro di lui, uomini che parlano, che studiano, che agiscono nella società; egli ne può percepire soltanto le voci, perché non gli è  dato  voltarsi indietro, essendo incatenato.

Una tale forma di matura consapevolezza del proprio limite cognitivo suggerirà alla persona saggia di non fidarsi sempre ed esclusivamente delle percezioni che egli ha della realtà in cui opera, specialmente nel caso in cui colui che si può veramente definire saggio rivesta funzioni eminenti, che lo vedano  al vertice di organi dello Stato e, ancora più specialmente, quando  l’organo che gli é stato affidato sia una comunità di persone, contraddistinte da una formazione accademica e professionale scientificamente e moralmente corrispondente  alla propria.

In conclusione, colui che ha acquisito la coscienza dei limiti della conoscenza della verità oggettiva, stando al vertice di una istituzione educativa statale, non potrà non ritenere che sia saggio conciliare armonicamente gli interessi dei componenti della comunità educante, ognuno dei quali ha l’obbligo istituzionale di concorrere, in sintonia con il vertice della medesima istituzione scolastica, al conseguimento collettivo del fine educativo assegnato dallo Stato.

Lo sapeva bene il professore di italiano e storia, che successivamente avrebbe acquisito il titolo di preside, il quale per cinque anni scolastici – correvano gli ottimistici anni ’60 – aveva comprato con i propri modesti mezzi finanziari i libri di testo dello studente che si recava in bicicletta nell’Istituto Tecnico Commerciale, percorrendo quotidianamente 35 kilometri. Non lo poteva sapere, invece, il giovane direttore didattico che interruppe la sua lunga narrazione proto-didattica in Collegio dei docenti per redarguire solennemente l’insegnante di prima fila che stava seguendo attentamente l’ineccepibile esposizione, concedendosi l’irriverenza di muovere ritmicamente il piede della gamba sinistra, accavallandolo sulla destra. Così come non poteva sentirsi molto interessato a collaborare con i colleghi e con il dirigente al mantenimento della serena atmosfera educativa della scuola l’insegnante di matematica che soleva interrompere sistematicamente il segretario del Collegio, con richieste di correzione del testo del verbale della seduta, ma che in seguito sarebbe diventato un esempio da seguire per tutte le allieve e gli allievi. Oppure come il professore di scienze naturali che offrì la sua generosa collaborazione a tutta una serie di presidi che gli furono sempre grati, ripagandolo con altrettanta generosità.

Forse una realistica immagine complessiva della scuola attuale non copre con il manto dell’ottimismo la persistenza, nelle sue componenti, di qualche marginale interpretazione soggettivistica delle funzioni istituzionali, che, quasi sempre inavvertitamente, possono conferire ai ben precisi ruoli contrattuali l’alone di un vero e proprio carisma spirituale, con il rischio  di far apparire la stessa scuola come un’istituzione ecclesiastica, nella quale l’umanissimo  concetto di verità relativa, ben interpretato da Gianrico Carofiglio come punto di vista soggettivo, potrebbe essere accostato a quello, del tutto etereo, di verità rivelata, davanti alla quale ogni possibilità di argomentazione logica perderebbe valore.

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