• giovedì , 17 Ottobre 2019

La vita davanti a sé

a cura di Enrica Bienna

 

La vita davanti a sé

Romain Gary (Emile Ajar), illustrato da Manuele Fior, Neri Pozza, 2018

 

Abstract

Una storia di formazione, d’amore profondo: torna in libreria, con una nuova veste grafica, La vita davanti a sé, romanzo di Émile Ajar, pseudonimo del più noto scrittore francese Romain Gary. Il quartiere di Belleville, nella periferia parigina, è il microcosmo in cui vive Momo, un ragazzino arabo che descrive, con lo sguardo genuino dell’infanzia, una realtà abitata dagli “ultimi”.     

 

Un romanzo “toccato dalla grazia”, un piccolo capolavoro della letteratura francese che, pubblicato per la prima volta nel 1975, resiste al tempo conservando intere la sua freschezza e la sua intensa carica di umanità. Capace di rivelare e illuminare aspetti della società drammaticamente attuali.

 

Romain Gary (Emile Ajar), illustrato da Manuele Fior, La vita davanti a sé, Neri Pozza, 2018

Si tratta di un’opera che ha avuto una storia particolare: il suo autore, Romain Gary, già scrittore noto in Francia, ma all’epoca quasi dimenticato, eroe di guerra, diplomatico, uomo colto e raffinato, per pubblicarla si nascose sotto lo pseudonimo di Émile Ajar. Da autore sconosciuto si aggiudicò il prestigioso Prix Goncourt, fu accolto come la nuova promessa della letteratura francese e “divenne – così si legge nel risvolto di copertina – l’inventore di un gergo da banlieue e da emigrazione, il cantore di quella Francia multietnica che cominciava a cambiare il volto di Parigi”. Con vent’anni d’anticipo rispetto agli scrittori francesi della banlieue, come Daniel Pennac, Jean-Claude Izzo, Fred Vargas, e rispetto agli scrittori di immigrazione araba. Oggi La vita davanti a sé, che gode di particolare attenzione da parte di critica e pubblico, la troviamo in libreria nella nuova edizione di Neri Pozza, illustrata dalle tavole di Manuele Fior, uno dei più grandi illustratori del nostro tempo. Attrae lettori di ogni età, e può essere proposta come lettura ai ragazzi delle ultime classi dei Licei.

 

La storia ci porta dunque nel quartiere parigino di Belleville, periferico e marginale, rifugio, negli anni Settanta, di immigrati, ebrei, africani, molti musulmani in particolare. Qui convive una umanità varia, in una mescolanza di colori, culture e religioni, che si arrangia a campare nei modi più improbabili: prostitute, prosseneti, transessuali, venditori di tappeti, facchini e mangiatori di fuoco, drogati ed ex prostitute che allevano, a pagamento, i figli che le prostitute non possono tenere con sé per legge. Come Madame Rosa, una ex prostituta ebrea, scampata allo sterminio, che vive nell’incubo perenne di un nuovo rastrellamento e tiene insieme alla bell’e meglio una piccola tribù di bimbi di varia provenienza, che nessuno vuole, dispensando loro poco cibo ma molte regole di vita, nel rispetto dei precetti religiosi di ognuno.

Madame Rosa è ormai alla fine della sua vita: anziana e malandata, grassa da non farcela a salire a piedi i sei piani di scale che la portano al suo appartamento, rimane sola col piccolo Momo, un ragazzino arabo che non ha nessuno al mondo, tranne lei. Tocca a Momo prendersi cura di Rosa e assistere al suo degrado, e lottare per permetterle di morire con dignità nel suo rifugio segreto. Intorno ai due, gli abitanti del quartiere si attivano per formare un commovente cerchio di solidarietà, offrendo ognuno quello che può.

 

La storia è dunque quella del legame che tiene uniti due esseri soli e sofferenti, è una storia di formazione ed è una storia d’amore e, a rileggerla oggi, è la storia dei migranti e della loro emarginazione sociale nelle periferie urbane.

Ma il suo fascino particolare dipende dal fatto che a narrarla, questa storia, è Momo, un ragazzino di dieci anni (solo alla fine della storia scoprirà la sua vera età) che non conosce altro mondo che quello in cui vive: lo sguardo che posa sugli eventi e sui personaggi che lo popolano è del tutto privo di filtri, ed è tanto ingenuo da credere che quel mondo sia accettabile e “normale”. C’è il signor N’Da Amédée, “il più grande prosseneta e ruffiano di Parigi”, che si fa scrivere improbabili lettere ai suoi parenti in Niger in cambio di regali, ed “era in realtà analfabeta perché era diventato qualcuno troppo presto per andare a scuola”, e c’è madame Lola, ex boxeur senegalese, ora trans che batte al Bois de Boulogne, generosa protettrice di madame Rosa e di Momo, suoi intimi confidenti: “Portava una parrucca bionda e dei seni che sono molto richiesti nelle donne e che lei nutriva ogni giorno con degli ormoni… ma era veramente una persona diversa da tutte le altre e ci si sentiva subito in confidenza”. Ci sono i quattro fratelli Zaoum, facchini neri disposti a trasportare su e giù per le scale madame Rosa per farle prendere aria, e il signor Valounba, “vero nero del Camerun”, che con i suoi fratelli di tribù allestisce danze africane e spettacoli da mangiafuoco intorno a Madame Rosa, per scacciare gli spiriti maligni che la fanno star male.

 

Ma poi, al centro di tutto, c’è Momo stesso, con le sue riflessioni sulla vita, sulla felicità, sul diritto ad una morte dignitosa. E ci sono le sue lotte, le sue ribellioni nelle strade di Belleville, il suo rifugiarsi nei sogni, e il suo infinito desiderio di essere amato.

Signor Hamil, si può vivere senza amore?”. Non ha risposto. “Signor Hamil, perché non mi rispondete?”. “Sei molto giovane, e quando si è molto giovani ci sono delle cose che è meglio non sapere”.

“Signor Hamil, si può vivere senza amore?”, “Sì”, ha detto, e ha abbassato la testa come se si vergognasse. Mi sono messo a piangere.

 

Ho letto La vita davanti a sé all’epoca della sua pubblicazione. Oggi, a rileggerla, ho riso e mi sono commossa come la prima volta. Stesse emozioni, stessa adesione sentimentale verso mondi che si preferisce spesso non conoscere.

Ho pensato a De Andrè, al suo canto per gli ultimi.

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.