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L’integrazione delle culture

e la bellezza da insegnare

di Antonio Errico

Ci sono lezioni che esprimono visioni del mondo e della vita, superano le occasioni da cui sono determinate e si proiettano nel tempo, costantemente rinnovandosi e modulando i loro significati in relazione alle situazioni sociali, al divenire delle condizioni culturali, talvolta anche decontestualizzandosi e componendosi in una sintesi essenziale che, in quanto tale, si costituisce come riferimento fondamentale per un’opera, un mestiere.
Quella di don Lorenzo Milani è una lezione così: una traccia dalla quale sarebbe superficiale discostare il passo.
Mentre cercavo tra i suoi libri qualcos’altro, ho trovato una frase che non conoscevo o che avevo dimenticato; questa: “il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno domani e che noi vediamo solo in confuso”.
Se questo è stato vero da quando in una grotta preistorica o sotto l’ombra di un albero qualcuno insegnò qualcosa a qualcun altro, forse facendogli osservare un filo d’erba o il brillare lontano di una stella, ora diventa più vero di quanto lo sia sempre stato, per il fatto che ora, forse più che in ogni altro tempo, il vedere oltre, il prefigurare, l’ipotizzare si rivela un processo ancora più complesso in quanto per nulla lineare e prevedibile è lo sviluppo della dimensione sociale e culturale, il modo con cui avverrà questo sviluppo, l’apparato di strumenti con il quale sarà supportato, la sua portata, la sua durata.
Ma se prevedere è più difficile, forse significa che è anche più necessario, probabilmente indispensabile.


D’altra parte, se quello che si insegna serve a chi lo apprende nel momento in cui si sta insegnando, senza dubbio servirà ancora di più domani, domani l’altro, quando quello che si è e le cose che si fanno richiameranno o pretenderanno una conoscenza, quando ogni conoscenza si dovrà tradurre nella concretezza di essere nel mondo.
In fondo, non si insegna altro che ad essere nel mondo, a decifrare, comprendere, interpretare i suoi fenomeni e le sue storie. A cosa serve una scienza, un linguaggio, una filosofia, se non ad essere nel mondo ed a migliorarlo per quello che si può? La conoscenza che non serve a questo è solo chiacchiera oziosa, banale artificio, attualità circoscritta e senza prospettiva.
Per questo il maestro deve scrutare i tempi, non limitarsi all’osservazione di quello che si manifesta intorno ma intuire, prefigurare, presentire quale sarà il sapere che servirà domani, quando coloro ai quali sta insegnando saranno coinvolti direttamente nelle decisioni che riguardano i destini individuali e collettivi e dovranno agire con responsabilità e con competenza, dimostrando di saper essere nel mondo, soprattutto di sapere essere per il mondo.
Allora il maestro deve guardare oltre e vedere le linee essenziali del sapere che servirà fra dieci, venti, trent’anni.
Probabilmente il verbo servire non è tra i più compatibili con il termine sapere; probabilmente è più corretto chiedersi quale sarà il sapere con cui ci si dovrà confrontare, quale sarà il sapere necessario all’essere e all’esistere.
Se si usa il verbo servire, la risposta diventa quasi impossibile, perché la rapidità con cui avvengono le trasformazioni culturali, soprattutto tenendo conto della ormai strutturale dimensione globale, la costanza con cui si evolvono gli strumenti del sapere sono elementi che riducono, se non azzerano, la possibilità di previsione.
Quali testi si dovrà essere necessariamente in grado di interpretare e di elaborare fra vent’anni? Quale geografia si dovrà conoscere? Quali metodi serviranno per comprendere la storia? Esempi generici, ovviamente. Ma per testi dobbiamo intendere tutte le forme con le quali il mondo si rappresenta e si esprime; per geografia dobbiamo intendere lo spazio in cui l’umano si muove e il modo in cui il movimento dell’umano modifica lo spazio; per metodi di comprensione della storia dobbiamo intendere il modo con cui si comprende e si accoglie il movimento dell’umano nello spazio.
Se si adotta l’espressione “sapere necessario”, forse la risposta potrebbe essere o comunque apparire più semplice, in quanto per sapere necessario si può intendere il nucleo di conoscenze che genera costantemente conoscenze ulteriori in relazione alla necessità.
Allora un altro esempio, anche questo generico. Negli anni che verranno, ma con una intensità quotidiana che già oggi costituisce una condizione pressante a livello mondiale, la necessità sarà quella della integrazione dei popoli, di un dialogo costante tra culture diverse. Non solo accoglienza umanitaria, dunque, ma una vera, sostanziale integrazione e di conseguenza interazione culturale. A questa necessità corrisponde la necessità di un sapere che sia in grado di agire nella dimensione della mobilità geografica, nella prospettiva di autorealizzazione globale, nel contesto di un nuovo concetto di cittadinanza sociale. Tutto il resto viene dopo perché, senza questo tipo di sapere, tutto il resto non potrà venire, perché sarà impedito da una conflittualità di livello forse inimmaginabile.
A questo punto ritorna la lezione di Lorenzo Milani quando dice che bisogna indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno domani e che noi vediamo solo in confuso.
E’ vero. Lo scenario che si va costruendo di giorno in giorno noi lo vediamo solo confusamente e talvolta ci incute anche paura, o almeno genera disorientamento.
Le generazioni che verranno non possono e non devono avere la stessa paura, non possono ritrovarsi disorientate.
I maestri di oggi, quelli che scrutano i tempi, che vedono oltre, che sono profeti, tutto questo lo sanno e costruiscono il sapere che è necessario ad intravedere quella bellezza delle cose di cui diceva Lorenzo Milani, ad apprezzarla e ad approssimarsi ad essa, a comprenderne le forme ed i linguaggi, perché sarà soltanto questa comprensione che consentirà a quelle generazioni di essere nel mondo e nella sua bellezza.

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