• sabato , 15 dicembre 2018

Mitmacher: mito e umorismo da Omero a Boccaccio

di Vincenzo Sardelli

 

Abstract

Un approccio singolare ai classici, che fa largo uso del gioco metateatrale, coinvolge direttamente gli spettatori, passa di continuo dall’astratto al concreto abbattendo la quarta parete.

Un gioco drammaturgico avvincente, che tiene desta la curiosità per due capolavori della letteratura universale, l’Iliade di Omero e il Decameron di Giovanni Boccaccio, veicolando valori universali ed incrociando contenuti che sembrano intersecarsi perfettamente con la contemporaneità.

È lo stile della compagnia veronese Mitmacher Teatro – affascinante per un pubblico di ragazzi che va dalla scuola media ai maturandi della scuola superiore -, che sottolinea l’importanza inestimabile dei libri e della lettura in un’epoca in cui siamo sempre più arrendevoli di fronte agli smartphone.

 

ILIADE, MITO E GUERRA

da Omero

drammaturgia di Giovanna Scardoni

con Nicola Ciaffoni

regia di Stefano Scherini

light designer Anna Merlo, scene Gregorio Zurla

costumi Giada Masi, collaborazione artistica Linda Faccenda

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

in collaborazione con Associazione Culturale Mitmacher

 

Info: http://www.mitmacherteatro.wordpress.com

Età: dagli 11 anni

 

 

DECAMERON 451

da Boccaccio

drammaturgia Giovanna Scardoni

regia Stefano Scherini

con Nicola Ciaffoni, Giovanna Scardoni, Stefano Scherini

disegno Luci Anna Merlo

scene Gregorio Zurla

fonica e video Nicola Ciaffoni

costumi Chiara Amaltea Ciarelli

produzione Associazione Mitmacher – Lombardi Tiezzi

 

Età: dagli 11 anni

 

Iliade, mito e guerra

 Una ripresa dei classici, quella di Mitmacher Teatro, che parte da situazioni o personaggi singolari.

Come Heinrich Schliemann, protagonista del monologo Iliade. Che, nel bel mezzo dell’Ottocento, rispolverò Zeus come dio da venerare, chiamò Agamennone il figlio maschio e Andromaca la figlia femmina.

Da Tedesco matto, malato d’epica e d’organizzazione, si sognò di studiare per filo e per segno Omero con lo scopo di trovare la città di Troia, che gli studiosi ritenevano inesistente. E divenne l’archeologo più famoso di sempre.

 

Schliemann, il suo delirio, la sua fatica e le sue ossessioni. Il sogno agitato dentro un’alcova, a Napoli, prima di morire. I ricordi, la cronaca, la letteratura. L’esplosione paranoica dell’inconscio. Il grande spettacolo della vita, che unisce arte e leggenda.

Iliade, mito e guerra, drammaturgia di Giovanna Scardoni, regia di Stefano Scherini, è un importante banco di prova attoriale per Nicola Ciaffoni, che attraversa il grumo di tormenti di una delle storie più affascinanti della letteratura universale.

Ciaffoni spazia su tre livelli narrativi: la figura spiritata di un archeologo; il racconto omerico restituito secondo il punto di vista di vari personaggi (Achille, Ettore, Elena, Era); il Doctor Schliemann Show, un divertissement metateatrale pensato ad hoc per un pubblico di ragazzi: alcuni giovani spettatori sono catapultati in scena, coinvolti nella trama.

 

C’è una ragione di più per accostarsi in maniera scanzonata al mondo degli dei, frivolo come solo i Greci potevano immaginarselo.

 

Lo spettacolo della compagnia Mitmacher, che tornerà al Piccolo Teatro di Milano (dal 28 gennaio al 3 febbraio 2019), è una satira pensosa sulla guerra. Bastano una brandina, una zanzariera, una sedia, due tavolini e un attaccapanni, con appesi pochi abiti e cappelli, per dare il “la” a travestimenti e soluzioni sceniche che evidenziano, con la versatilità di Ciaffoni, anche i caratteri, la psicologia, la sofferenza, l’umanità contraddittoria dei protagonisti.

La scena minimalista dà risalto al testo e alla parola. La geometria delle luci (Anna Merlo) scarnifica il concetto di rappresentazione nella prima parte, mentre nella seconda parte crea corridoi luminosi, sagome come statuette, gigantesche ombre fumose, che danno rilievo a pose scultoree. Il lavoro però rifugge dall’estetismo, punta alle emozioni semplici, cerca il segno incisivo.

Nella crudezza delle descrizioni e delle immagini traspare la cifra dell’Iliade, che è l’attaccamento alla vita, la ricerca di un senso profondo di fronte ai grandi interrogativi esistenziali.

 

Mitmacher ridisegna gli episodi cruciali del capolavoro omerico. Si focalizza sugli eroismi personali, sui duelli. Definisce con tecnica a sbalzo i grandi personaggi, tratteggiati con umanità ed empatia: Achille sdegnoso e reboante; Agamennone superbo; Crise umile; Menelao vanaglorioso; Patroclo coraggioso e idealista; Ettore valoroso; Priamo fragile padre canuto. I passi più celebri e sofferti del poema si alternano a momenti di profonda ironia. È un flusso di emozioni, confessioni e sfoghi di rabbia.

Nella filigrana di quella che resta la madre di tutte le guerre s’intravedono i conflitti contemporanei, con i riferimenti sperduti, sottilmente anacronistici, a granate, gas, mitragliatrici. È il filo rosso che accomuna tutte le contese, che rendono l’uomo arido come la polvere che calpesta.

Le sequenze in cui lo spettacolo si trasforma in show – con tanto di coinvolgimento diretto del pubblico –, se paiono difettare di cemento logico sul piano drammaturgico, ravvivano la pièce sul piano registico: la rendono inebriante, sottolineando per antitesi le impasse elegiache.

Iliade, mito e guerra è un lavoro godibile che preserva coaguli di passione violenta. Esilaranti gli stacchetti dedicati a Era (boa al collo, occhiali da sole e cappello da spiaggia, minigonna e un’acuta voce in falsetto) e ad Apollo (nei panni di un rockettaro dalla voce graffiante).

Delicata e sofferta la narrazione dell’incontro fra Achille e Priamo.

Il campo lunghissimo della scena finale, dedicato ai roghi di Ettore e Patroclo, è emblematico delle aberrazioni della guerra: dove non esistono vincitori, ed è capovolto l’ordine cosmico che vorrebbe i padri seppelliti dai figli.

 

Decameron 451

 La peste del XXI secolo? È l’ignoranza, la sciatteria con cui usiamo le parole. L’indolenza con cui avviciniamo quello strumento prezioso che è il libro, «estensione della memoria e dell’immaginazione» (J. L. Borges), che tendiamo ormai ad accantonare preferendogli la memoria dei dispositivi elettronici e la civiltà frivola delle immagini.

Curiosa operazione quella di Mitmacher Teatro. Che, dopo i successi ottenuti con Iliade, propone, ancora a Milano, al Teatro Fontana, Decameron 451, tratto da Boccaccio: colui che Pietro Bembo nel Cinquecento considerava la “corona fiorentina” da prendere a modello della scrittura prosaica.

Per attualizzare il Decameron, la drammaturga Giovanna Scardoni non lesina i tradimenti: prova a cambiare il finale o i dettagli di alcune novelle; ne “critica” o ridimensiona alcune sfumature misogine; innesta la narrazione in una cornice in cui alla peste nera, che dilagò in Europa a metà Trecento, sostituisce il contesto profilato da Ray Bradbury nel 1951 in Fahrenheit 451, seicento anni esatti dopo la scrittura del capolavoro boccacciano.

Sulla scia di Bradbury, Scardoni immagina infatti una società in cui i libri sono illegali e quelli che li possiedono sono considerati sovversivi: il reato è punito con la morte. Il Decameron, considerato obsoleto, è tra le opere tabù. Tre “uomini-libro” sfidano il pericolo e imparano a memoria le 100 novelle da tramandare ai posteri.

Mitmacher propone a una platea di giovanissimi l’amore per la letteratura, un mondo di luce non ancora offuscato dalla società tecnologica. Indica i libri come evasione, distacco pensante dalla realtà.

Scardoni, in scena con Nicola Ciaffoni e Stefano Scherini (quest’ultimo anche regista dello spettacolo), ci impiega un po’ a entrare in medias res. Cincischia, esaspera il gioco metateatrale. I tre sproloquiano, ironizzano, divagano fino all’inverosimile.

Il merito di Mitmacher è quello di presentare il Decameron come opera “boccacciana” anziché “boccaccesca”. Poco spazio alle novelle licenziose. Molta attenzione, invece, ai contenuti elevati e nobili, alla generosità e alla sagacia con cui è premiata l’intelligenza ed è punita la grossolanità.

 

Di questa commedia umana di fine Medioevo si selezionano alcune novelle che rappresentano l’uomo nella sua capacità di governare il proprio destino e il mondo, di fronteggiare gli strali di Fortuna, Amore e Morte. Ecco comparire personaggi celebri (Ser Ciappelletto, Cisti Fornaio, Calandrino, Chichibio, Nostagio degli Onesti, Federigo degli Alberighi) e volti meno noti (Madonna Oretta, Filippo Balducci, Madonna Filippa).

I nostri, oltre alle buone qualità da affabulatori, all’ironia capace di affascinare un pubblico di ragazzi, rivelano eccellenti capacità canore. Come quando eseguono a cappella un’aria da operetta nella novella di Chichibio, con una Brunetta civettuola come neppure Boccaccio l’aveva immaginata. Oppure come quando cantano, al sound della chitarra elettrica, la canzone che suggella la novella dell’Isabetta da Messina.

Quanti di noi, al liceo, si sono chiesti quale fosse il motivo de «la canzone la quale ancor oggi si canta; cioè “Quale esso fu lo mal Cristiano / Che mi furò la grasta”?».

Tornando al gioco metateatrale che attraversa l’intero spettacolo, se esso si presenta prevedibile per gli addetti ai lavori, resta tuttavia seducente per chi ha poca dimestichezza con il teatro contemporaneo, e lo immagina tedioso partendo dalla stantia lettura scolastica dei testi drammaturgici.

L’operazione Mitmacher è studiata proprio per agganciare gli studenti più scettici. Che finiscono per apprezzarne la lucidità disincantata, la vitalità, la leggerezza buffonesca, la ricercata inconsistenza, l’acuto avvertimento di un mondo fatuo e disinibito.

 

Soluzioni registiche vincenti sono anche dei brevi filmati scenografati di taglio naturalistico proiettati sullo sfondo, che paiono assorbire gli attori, oppure i primi piani degli stessi attori catturati con una telecamera in presa diretta.

Decameron 451 è un’operazione aperta, concreta, cangiante, che unisce il comico al drammatico fino alla farsa, e propone le innumerevoli sfaccettature di un’opera tra le più alte della letteratura italiana, mai abbastanza conosciuta e valorizzata.

Ritornerà a Milano al Teatro Fontana il 3 e il 4 dicembre 2018.

 

PERCHÉ LI CONSIGLIAMO

Per apprezzare due classici fondamentali per una formazione non solo letteraria, ma anche pedagogica. In Iliade si parte da Schliemann come personaggio scosso dal furore della conoscenza per addentrarsi progressivamente, per evocazioni, suggestioni e simboli, nell’intera opera omerica.

Ripercorrere l’Iliade vuol dire dipanare quel filo che collega mito, epica, narrazione e presente. L’amore e gli odi che Omero cantava, le gesta dei grandi uomini, le loro passioni sono i medesimi di oggi, con la stessa potenza di sentimenti assoluti. Dell’Iliade non abbiamo un resoconto completo, ma pillole come sassi gettati in uno specchio d’acqua, che si dilatano a cerchi concentrici. Il monologo agisce sulla molla della curiosità.

Allo stesso modo il Decameron, pur con un messaggio antiascetico, esprime una lezione morale. Al centro è la commedia dell’esistenza nei suoi aspetti tragici, grotteschi, eroici, recitata dall’intelligenza e dall’ingegno nella lotta contro la natura e il caso. Dallo scontro tra queste forze nascono l’avventura, l’intrigo, la beffa, il gioco degli equivoci. Sfilano figure indimenticabili di sciocchi, imbroglioni e ipocriti. Ma, accanto all’aspetto ridanciano e scanzonato, brillano le virtù individuali.

Su tutto dominano cultura, consapevolezza, studio critico. Mitmacher, con rara abnegazione, sviscera le opere e gli autori prima di metterli in scena, con passione da eruditi e acribia da filologi. La compagnia veronese si concede qualche svago, o meglio, qualche divagazione verso lo show e l’intrattenimento. Solo quel tanto che basta, però, per coinvolgere gli spettatori comuni e affascinare il pubblico dei giovanissimi, indotti ad approfondire i testi proposti.