PCTO: tra rischi ed opportunità
Una riflessione dedicata agli studenti scesi in piazza
di Pasquale Annese
Abstract
La morte di uno studente durante uno stage in azienda richiede una seria riflessione sulla valenza formativa dei cosiddetti PCTO, scevra però da condizionamenti emotivi e da impalpabili retaggi ideologici, questi ultimi come sempre volutamente amplificati dai media nazionali e locali. Può la morte di un ragazzo determinare l’abolizione di tali esperienze? E’ stata mera fatalità o bisogna riconsiderare la loro valenza e organizzazione? Si può abiurare la cultura dell’integrazione tra scuola e lavoro in un momento in cui è la stessa società civile a richiederla?
“Mi riesce sempre più difficile organizzare pensieri lucidi e lineari intorno agli eventi scolastici che occupano da un po’ di tempo le prime pagine dei giornali nazionali ……e di cui oggi son piene le piazze reali e virtuali” . Iniziava così un illuminato articolo di Rita Bortone sul numero di marzo di questa rivista a commento del tragico episodio della morte di uno studente friulano durante un’esperienza di alternanza scuola-lavoro. Episodio che non può che lasciare sgomento tutto il mondo della scuola sia per le modalità con cui è avvenuto, sia per le inevitabili recriminazioni che ne sono seguite. Nessuno meglio di un dirigente scolastico o di un docente, che vive ogni giorno la quotidianità della scuola, può capire il dramma consumatosi in quella triste mattina di gennaio. Dramma che – va detto – purtroppo non è il primo, altri se ne sono verificati in passato, anche in contesti d’aula, in contesti cd. protetti. Questo però non ci esime dal tentare un’analisi scevra da condizionamenti emotivi e da impalpabili retaggi ideologici, questi ultimi come sempre enfatizzati dai media nazionali e locali.
I percorsi di alternanza scuola lavoro (oggi PCTO) non nascono con la finalità di un precoce avviamento al lavoro, ma come una modalità complementare ed integrativa dei tradizionali percorsi curricolari di tutti gli indirizzi di studio, in primis degli istituti tecnici e professionali, ma anche dei licei, alla luce di una visione metodologico-didattica, peraltro fatta propria da tutti i Paesi europei, di una formazione scolastica incentrata non più e non soltanto sulla didattica trasmissiva, ma su dinamiche di apprendimento di tipo cooperativo, laboratoriale, dell’imparare facendo, in contesti formali, informali e non formali al fine di «…favorire l’orientamento dei giovani, valorizzarne le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali».
Non a caso l’autrice cita la Risoluzione del Consiglio europeo del 2008, oggi trasfusa nelle Linee Guida dei PCTO, nella quale l’orientamento è definito come un “processo continuo che mette in grado i cittadini di ogni età, nell’arco della vita, di identificare le proprie capacità, le proprie competenze e i propri interessi, prendere decisioni in materia di istruzione, formazione e occupazione, nonché gestire i propri percorsi personali”. E, nel contempo, evidenzia la necessità di promuovere lo sviluppo di capacità di interagire e lavorare con gli altri, capacità di risoluzione di problemi, creatività, pensiero critico, consapevolezza, resilienza e capacità di individuare le forme di orientamento e sostegno disponibili per affrontare la complessità e l’incertezza dei cambiamenti, preparandosi alla natura mutante delle economie moderne e delle società complesse…”.
Non si tratta, dunque, di una precoce canalizzazione in percorsi minoritari di avviamento al lavoro, ma di una metodologia didattica tesa a mobilitare viepiù e meglio le competenze (cd. skills) di natura cognitiva, emotiva, motivazionale e sociale non solo in contesti d’aula, ma anche extra-aula, in una visione olistica del sapere avvalorata dal principio, costituzionalmente sancito, di diritto-dovere al lavoro quale strumento per la crescita economica, sociale e morale dei cittadini (art. 1, 4 e 35 della Costituzione), nonchè da direttive europee in materia di istruzione e formazione che sottolineano la necessità di garantire maggiore occupabilità ed esercizio dei diritti di cittadinanza attiva. Lo stesso E.Q.F. – European Qualification Framework – definisce come competenza “la comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale, descritta in termini di responsabilità e autonomia e con l’obiettivo di promuovere la mobilità transfrontaliera dei cittadini e agevolarne l’apprendimento permanente”.
Questa è la cornice normativa nella quale inquadrare i suddetti percorsi che vedono ogni anno centinaia di migliaia di studenti approcciarsi al sapere non solo in modalità meramente teorica, ma anche in contesti reali di apprendimento fortemente diversificati a seconda degli indirizzi di studio e dei settori economici di appartenenza. Ed è di tutta evidenza come proprio in alcuni di questi contesti possa amplificarsi il rischio di esposizione a fattori potenzialmente lesivi dell’incolumità personale. Si pensi agli studenti degli istituti agrari, alberghieri e del settore della meccatronica per i quali, diversamente da altri, il rischio è teoricamente più elevato.
E’ questo il contesto in cui va inquadrata l’attività di alternanza scuola-lavoro, nella consapevolezza che parlare di istruzione (sapere), senza formazione sul campo (saper fare) e senza cultura generale (saper essere), e dell’uno e dell’altro temporalmente collegati in maniera sincrona, diventa una mezza verità.
Ecco perché non ha senso attaccare alla radice i suddetti percorsi, ma diventa importante, comprendendone la valenza, cercare di migliorarli nella loro fase attuativa, magari anche implementando le risorse umane e finanziarie che negli ultimi anni sono state fortemente decurtate.
Abbracciando una versione fordista, peraltro da decenni smentita dalla storia, talvolta si verifica una condizione di sfruttamento degli studenti in alternanza da parte delle aziende, che tuttavia non può essere generalizzata. Quando, invece, così come accade in tantissime realtà, i suddetti percorsi si realizzano in modalità corrette, risultano forieri di grandi opportunità occupazionali per gli studenti in uscita dai percorsi scolastici del secondo ciclo di istruzione, e comunque di una grande valenza orientativa per la costruzione di un realistico progetto di vita che, piaccia o non piaccia, passa inevitabilmente attraverso il lavoro, nella sua accezione etica, professionale e culturale. A patto che per cultura s’intenda la capacità, maturata attraverso tutte le esperienze di vita, ivi incluse quelle scolastiche, di acquisire orientamenti, attitudini, abiti mentali capaci di interpretare al meglio la realtà, adattandola ai vari contesti di appartenenza, unitamente alla piena consapevolezza dei propri diritti e doveri, per la definizione di una identità personale ed una consapevole cittadinanza attiva. Proprio perché, nella persona, la “cultura” è sempre unitaria e onnicomprensiva, non tollera né confusioni, né amputazioni: è in ogni momento, ancorché in modi e forme differenti, un fare, un sapere ed un agire intrecciati ed esperiti in situazione da un soggetto che conferisce loro senso(1).
Agli studenti in rivolta (prevalentemente dei licei romani, che magari hanno un futuro già assicurato dai loro padri…) andrebbe spiegato che stanno scioperando contro se stessi o, quanto meno, contro quei compagni di classe che un futuro devono costruirselo da soli già durante il proprio percorso di studi, anche con esperienze cd. extrascolastiche, ma che poi extrascolastiche non sono.
Il problema, dunque, non è il se, ma il come organizzare tali iniziative.
(1) Giuseppe Bertagna

