• lunedì , 19 novembre 2018

Philippe Genty: il clandestino Ulisse a rapporto da Penelope

di Vincenzo Sardelli

 

LA LLAMADA DEL MAR
messa in scena e regia Philippe Genty

con Amador Artiga, Marzia Gambardella, Andrés Martìnez Costa

produzione Compagnie Philippe Genty

coproduzione MCNN – Centre de Création et de Production de Nevers, Le Carré Scène Nationale de Château-Gontier, Le Théâtre de Laval

Durata: 55 minuti

 

Info:www.philippegenty.com

Email: diffusion@mcnn.fr

Facebook: Compagnie Philippe Genty (page officielle)

 

Età: dai 6 anni

 

Abstract

Il mare e le sue insidie, i pregiudizi verso lo straniero, la nostalgia di casa: temi che rendono l’Odissea un mito sempre presente. Con “La llamada del mar” la Philippe Genty Company propone una rilettura con molti riferimenti all’attualità. Un ambiente scenico costruito con materiali di recupero, ironia e giochi di parole a smorzare la serietà della trama, senza nascondere le implicazioni etiche e i richiami all’attualità.

 

L’Odissea come storia immortale. Il mito trasfigurato nel presente, con quel po’ di riferimento agli sbarchi dei nostri giorni, ai clandestini, alle aberrazioni di chi etichetta, giudica e respinge solo in virtù di un anonimo foglio di carta.

È uno spettacolo in lingua spagnola a inaugurare la XII edizione di IF, il Festival internazionale di teatro d’Immagine e Figura, fiore all’occhiello della stagione 2018-2019 del Teatro Verdi di Milano, che s’intitola Incontri ravvicinati.

Un incontro ravvicinato con il mito è quello della compagnia francese Philippe Genty, con Amador Artiga, Marzia Gambardella e Andrés Martìnez Costa, che mette in scena “La llamada del mar”, ossia “la chiamata del mare”. Una storia dedicata al nostos, al “ritorno” di Ulisse a Itaca. Perché, quando la forza dei ricordi e degli affetti ci richiama alla base, non c’è forza che ci trattenga. Non c’è allettamento che ci distragga. E anche il più violento dei naufragi diventa un ostacolo superabile.

Ad affascinare di questo spettacolo, che fonde uno spagnolo semplice e un italiano essenziale in un “itagnolo” a tratti esilarante, è l’approccio artigianale a una storia che è una sorta di archetipo dell’umanità e dell’Occidente. Il lavoro è artigianale nella costruzione drammaturgica e registica, negli oggetti scenici usati, nei giochi di parole a volte intraducibili che evocano una sorta di grammelot neolatino, sfuggente e ingenuo.

Suoni delicati di pianoforte, o incalzanti, ritmati, di chitarra. Luci notturne, che focalizzano l’attenzione sulla scena in primo piano.

 

Philippe Genty, ottantenne francese, riscopre l’Odissea di Omero attraverso il suo teatro d’oggetti. Artista di formazione figurativa, autore – con il sostegno dell’Unesco – di un film documentario sui teatri delle marionette di tutto il mondo, cinquant’anni fa ha fondato la Philippe Genty Company, che mescola vari tipi di burattini, teatro, danza, mimo, giochi d’ombre e luci, musica e suoni. Fortemente influenzato dai grandiosi esperimenti americani di marionette, Genty si è gradualmente affermato utilizzando materiali di recupero di diverso tipo per creare le sue forme animate e piccoli pupazzi.

Quella che presenta al Verdi è l’eterna storia di Ulisse, con qualche interpolazione trasfigurante.

È infatti un messaggio giunto via mare dentro una bottiglia a risvegliare la nostalgia del protagonista per la moglie Penelope.

 

Ma gli “scogli” da superare sono numerosi: dall’oblio sull’isola dei Lotofagi, che s’impossessa di due uomini mandati in avanscoperta, alle insidie tese dai terribili Ciclopi. Qui Polifemo e i suoi fratelli sono dei doganieri inflessibili, che respingono impietosamente tutti quelli privi di documenti. Sarà proprio la falsa identità a salvare Ulisse e i tanti clandestini che il fido Jengibre (Zenzero) scoprirà sulla nave al momento della partenza.

Ma che nomi esotici hanno i compagni di Ulisse! Oltre a Jengibre, ci sono Malvavisco (Marshmallow), Chocolate, Caramello, Moliniňo, Salamis, Zorba, Pathos… Una brigata variegata e succulenta che sulla scena ha l’aspetto di coloratissimi cioccolatini. Per non parlare dello stesso Ulisse, che si presenta come cavaturaccioli, con le braccia perennemente spalancate.

 

Se tutto ciò vi avesse prodotto un certo languorino, sappiate che l’incontro con Circe sembra quasi un invito a mangiare la cassoeula, tradizionale piatto milanese. In quest’isola letteralmente “del cavolo” la maga trasforma gli uomini di Ulisse in tanti derivati del maiale, minuscoli salamini che attendono solo d’essere affettati.

Non solo gli inevitabili grugniti, ma tutti i giochi di parole divertono il pubblico di bimbi. Così come i giochi di candele e fuoco, riferimenti non troppo velati agli ardenti spiriti dei Proci che a Itaca insidiano Penelope approfittando dell’eterna assenza del marito. Per il quale, a sua volta, pericoli e trabocchetti non sono da meno. Pericoli che non  arrivano dalle fiamme, ma dall’acqua: hanno il richiamo ammaliante delle Sirene, creature metà donne metà pesci, metà mitiche… meta-fisiche! Oppure nascono dall’impatto con i devastanti Scilla e Cariddi, i mostri che costringono Ulisse a un avventuroso naufragio. L’eroe greco dovrà vedersela persino con una piovra gigante.

Arriverà in suo soccorso una balena. Poi ancora un’altra isola. Poi ancora un’altra donna: con la bella Calipso Ulisse s’intratterrà sette anni, giocando a “lava e asciuga”. La schiuma che deterge la sua pelle gli farà scivolar via, forse, anche un poco della sua mascolinità.

Giunge finalmente il momento del ritorno, annunciato da campane a festa. Ulisse e Penelope sono molto cambiati, faticano a riconoscersi. Ma basta ridestare i ricordi, magari quelli della prima notte di nozze, perché tutto ritorni come prima?

 

PERCHÉ LO CONSIGLIAMO

Nell’epoca della tecnologia imperante, nel dilagare degli effetti speciali, i bambini continuano a divertirsi con poco. Oggetti rudimentali stimolano la fantasia più dell’elettronica. Il pubblico dei bimbi viaggia in una barca fatta con materiali semplici. Naviga verso l’ignoto sopra un mare di tenda da doccia. Una paletta, una scopetta e un ventaglio passano di mano in mano e in un attimo si uniscono a formare la nave con cui Ulisse solcherà il mare. Una saponetta e delle candele di cera fanno il resto.

Illusionismo e giocoleria, mimo e danza, tre attori bravi e simpatici, che non hanno nessuna voglia di nascondersi, creano un mondo di sensazioni magiche. Si produce l’effetto paradossale dei marionettisti manipolati dai loro stessi oggetti, in contrasto con la pretesa di essere invisibili. E non stupisce che questa compagnia abbia attraversato tutta l’Europa, toccando Israele, Giappone, Brasile, Sudafrica, New York, Hong Kong, Perth, Adelaide, sempre con grande successo di pubblico. Un viaggio planetario che avrebbe fatto invidia allo stesso Ulisse.

Ma i confini, la fuga, l’esilio, le metamorfosi sono anche gli ingredienti drammaturgici con cui l’istrionica compagnia seduce la vista e stimola a fare dell’Odissea un mito che parla ancora al nostro presente di migrazioni e pregiudizi. Un poema epico di quasi tremila anni si fonde – in un amalgama onirico – con problemi sociali, politici ed economici quotidiani del XXI secolo, appena sfiorati, accennati fugacemente. Quanto basta, tuttavia, per stimolare qualche riflessione negli spettatori meno piccini.