Piano Estate: punto di partenza di un percorso di trasformazione
Durata dell’anno scolastico, vivibilità degli ambienti, recupero disciplinare, promozione degli interessi culturali, didattica modulare, curricolo, gruppi d’apprendimento: e se il Piano Estate fosse una chiamata all’impegno?
di Rita Bortone
Abstract
Il Piano estate 2021, lungi dall’essere solo una misura straordinaria, può diventare uno strumento di trasformazione strutturale del fare scuola, purché non venga interpretato come un insieme di progetti privi di cornici di senso e di prospettive di lungo termine.
I princìpi ispiratori, gli obiettivi e le proposte concrete del Piano possono diventare da subito oggetto di ricerca e sperimentazione in ogni Istituto per provare, con gradualità e determinazione, a sciogliere i nodi più problematici della scuola contemporanea: dalla durata dell’anno scolastico alla vivibilità degli ambienti, dal recupero disciplinare agli interessi culturali da promuovere, dalla didattica modulare al curricolo, dalla classe ai gruppi d’apprendimento, il Piano estate è un grido di allarme ed una chiamata all’impegno.
Un mare di soldi e un’emergenza da non sprecare
Le scuole italiane non hanno mai visto risorse finanziarie ingenti come quelle stanziate per il Piano scuola estate 2021, pari a un importo complessivo di circa 520 milioni di euro.
Inizialmente il Piano non è stato visto di buon occhio dagli insegnanti: forse non avevano voglia di avventure estive dopo il susseguirsi di stagioni dense di frustrazioni e problemi in presenza e a distanza. Oggi la reazione iniziale appare in gran parte superata e le promesse del Piano, pedagogiche ed economiche insieme, stanno dando i loro frutti: le scuole comunicano ad alunni e famiglie le possibili opzioni, definiscono la durata e le modalità di svolgimento delle attività, declinano in documenti e tabelle la straordinaria offerta formativa “aggiuntiva”. Rilevazione dei bisogni o autonome proposte della scuola, attività sportive e musicali o potenziamenti disciplinari, docenti d’Istituto o esperti esterni, spazi interni o visite sul territorio… Insomma una grande varietà di straordinarie risposte alla straordinarietà dell’iniziativa ministeriale. I soldi ci sono, bisogna utilizzarli al meglio!
Se anche non recupereranno tutti i danni cognitivi e relazionali causati dalla pandemia, certamente i ragazzi si gioveranno delle proposte progettate dalle scuole e se ne avvantaggeranno anche i loro genitori, che hanno sofferto per il forzato isolamento e la solitudine dei figli. Ma mi è capitato più volte di osservare che, di fronte a richieste innovative e impegnative, la scuola trova molto più facile aggiungere qualcosa di nuovo alla solita routine che modificare il vecchio reinterpretandolo alla luce della nuova richiesta, e questo mi fa temereche anche un evento straordinario come l’introduzione di un Piano estate possa trasformarsi in un ordinario, seppur utile in sé, calderone di progetti variamente finanziati e finalizzati.
A me comunque piace pensare che il maggior vantaggio stia, se lo cerchiamo, negli insegnamenti che dal Piano possono derivare per trasformare le straordinarietà in ordinarietà e realizzare una scuola nuova per tutte le stagioni.
In fondo, il Piano estate contiene tre elementi di straordinarietà: l’emergenza da cui nasce, la stagione in cui si realizza, la quantità di soldi disponibili. Ma né i principi che lo ispirano, néle tipologie d’interventi suggeriti rappresentano una novità nelle idealità della scuola ordinaria: inclusione, differenziazione, sviluppo di competenze disciplinari e trasversali, arte musica ambiente, conoscenza dei contesti e senso di comunità, innovatività didattica e tecnologica, laboratorialità e cooperazione, sinergie col territorio e ricorso ad esperti di settore, alternanza di studio, gioco e sport, gruppi di apprendimento e superamento della classe in funzione di bisogni e interessi.
Certamente le scuole, pur nella loro autonomia funzionale, non potranno realizzare importanti trasformazioni dall’oggi al domani, né potranno farlo senza il sostegno di significative riforme di sistema, ma diverse cose la scuola dell’autonomia può farle. Se vuole. E se assume la ricerca e la sperimentazione come principi cui ispirare strutturalmente la propria offerta formativa.
- Un anno scolastico lungo e articolato
Il Piano estate ci insegna che tutte le stagioni sono stagioni possibili per cresceree che la scuola non è solo spazio per studiare, ma anche per conoscere cose, persone, luoghi, contesti, modi di stare insieme agli altri e nella propria terra.
La scuola che io vagheggio quindi non chiude mai, dal 1° settembre al 31 agosto, e non solo gli uffici amministrativi, ma anche la didattica. I periodi e le modalità delle ferie sono concordati nella contrattazione d’Istituto. Agli insegnanti, in rapporto alla specificità dell’incarico, è posto il vincolo di un numero di ore di attività didattica e un numero di ore di attività funzionali in presenza. Ai ragazzi viene posto, come condizione di validità dell’anno scolastico e come accade già ora, il vincolo di un numero di giorni o di ore di lezione.
Le attività rispondono ad obiettivi diversi, hanno contenuti e metodologie diverse, insegnanti diversi, spazi di realizzazione diversi: ma si svolgono in tutte le stagioni.
2. Ambienti sicuri e confortevoli
Tra le iniziative da realizzarsi all’interno del Piano estate compare una tipologia di interventi destinati a riqualificare, riorganizzare e abbellire gli ambienti scolastici (Decreto Dipartimentale n. 39 del maggio 2021).
Ovviamente la messa in sicurezza degli edifici è al primo posto nella gerarchia dei bisogni, né sono di poco conto la disponibilità di tecnologie e connessioni da utilizzare a livello individuale o di rete, la funzionalità e la gradevolezza degli arredi, la disponibilità di spazi attrezzati per gruppi di apprendimento impegnati in diverse forme di cooperazione e di studio.
Ma l’Italia è lunga, e il freddo e il caldo non sono uniformemente distribuiti sul territorio nazionale: non è pensabile una scuola d’estate se gli ambienti non sono confortevoli e refrigerati. Stare a scuola e lavorare o studiare non può essere una sofferenza: deve essere piacevole per gli studenti e per i docenti.
3, Competenze disciplinari e conoscenza della realtà
Il Piano estate valorizza gli apprendimenti acquisiti in contesti informali, ma segnala anche la rilevanza di quelli formali. La nota 643 dell’aprile 2021 ricorda l’importanza della connessione fra l’oggetto dello studio e la realtà; afferma che fornire strumenti che consentano di capire la realtà è compito della scuola (…); invita a proporre ciò che è fondamentale, ciò su cui si basa la piramide dell’apprendimento e, soprattutto, ciò che si accosta al significato racchiuso dentro ogni disciplina (…).
Il rapporto tra discipline e comprensione della realtà, la necessità di essenzializzare i curricoli disciplinari, la necessità di proporre ai ragazzi ciò che della disciplina è fondamentale (occorre insegnare le idee che stanno al cuore delle scienze, diceva un signore che si chiamava Jerome Bruner!): non sono problemi da Piano estate. Sono problemi di tutte le stagioni. E forse, finalmente, è arrivato il momento di ricercare nelle strutture disciplinari ciò che è fondamentale (oggetto obbligatorio di studio) e ciò che può essere oggetto di approfondimento (da offrirsi agli studenti in opzione ); di ricercare nelle strutture disciplinari le possibili connessioni semantiche e sintattiche che consentano di affrontare problemi complessi attraverso la interazione fra discipline diverse; di ricercare i modi per accostarsi con sistematicità e rigore scientifico alla realtà contemporanea, utilizzandola come campo di esperienza da trasformare in sapere formale o come campo di applicazione del sapere formale già acquisito.
4. Una strutturalità dei recuperi e delle opzioni
Il Piano estate nasce sostanzialmente dalla volontà di un “recupero” ampio e mirato ad obiettivi diversi. Tra questi occupa un posto importante il potenziamento delle competenze di base e degli apprendimenti disciplinari.
In una scuola per tutte le stagioni, il recupero non può ridursi ad una manciata di ore occasionali e inefficaci: penso che vada concepito come spazio formativo strutturale e ordinario, di sostegno alle difficoltà via via insorgenti.
Un discorso analogo vale per l’esercizio della opzione, fondamentale ai fini della scoperta di sé, dei propri interessi, dei propri orientamenti.
La possibilità di “recuperare” ciò che si è perso e di “scegliere” i propri interessi penso che siano tratti fondamentali di un’offerta formativa che miri alla personalizzazione dei percorsi.
Sia il recupero che la opzione richiedono però una rigorosa analisi disciplinare. Distinguere in una disciplina ciò che si ritiene fondamentale e caratterizzante (studio obbligatorio) e ciò che può essere oggetto di interesse personale e di approfondimento (studio opzionale) significa consentire ai ragazzi di non restare mai indietro (non uno di meno!) e di imparare a scegliere, a valutare le scelte, a conoscersi e a orientarsi.
Ovviamente l’esercizio della scelta non riguarderà solo le discipline: tutte le attività che esulano dai saperi disciplinari, ma che mirano con coerenza alla costruzione del profilo dello studente, potranno essere oggetto di una opzionalità strutturale e ricorsiva, che si alterna e interagisce con apprendimenti rigorosamente formali e obbligatori, potenziali oggetti di recupero.
5. Metodologie innovative
Il Piano estate raccomandaun’ottica laboratoriale e di peer tutoring, anche autogestiti dagli studenti (in base all’età) e supervisionati da docenti tutor, avvalendosi delle innovazioni didattiche di cui si è fatta esperienza nell’ultimo anno: didattica blended, one to one, cooperative learning (…).
Nel dibattito sulla qualità della scuola è ben nota la questione della frequente inadeguatezza delle scelte metodologiche e didattiche degli insegnanti. Mi capita di osservare, a riguardo, che da qualche tempo nel dibattito si scontrano due tendenze opposte: da un lato, si tende ad identificare la inadeguatezza metodologica dell’insegnante con la modesta padronanza dell’uso tecnologico; dall’altro, si incontra frequentemente, su social e quotidiani nazionali, l’idea che la didattica contemporanea sarebbe carente in quanto priva di insegnamenti di vita, priva di amore e di relazioni interpersonali, priva di comprensione reciproca tra insegnanti e alunni, e così via.
Soffro nel vedere spazzate via le conquiste di decenni di ricerca scientifica sui processi di apprendimento e sulle complesse dinamiche che vedono interagire la sfera cognitiva, affettiva e sociale degli studenti. E soffro nel vedere maltrattata e svilita la pratica della formazione in servizio degli insegnanti, ma non è questa la sede per una riflessione dedicata al problema. Qui rilevo solo due cose: riguardo al dibattito sulla dad, mi sembra importante segnalare che la competenza tecnologica, certamente indispensabile a tutti gli insegnanti in situazioni non solo straordinarie, non apporta grande qualità formativa se non è supportata da forti competenze disciplinari e didattiche. Riguardo all’efficacia formativa che scaturirebbe dall’amore o da cose che gli assomigliano, mi sembra importante osservare che sì, è davvero importante una relazione interpersonale positiva, è davvero importante decentrare il proprio punto di vista e cercare di comprendere quello altrui, è davvero importante utilizzare linguaggi costruttivi e accoglienti, ma se la relazione educativa è amorevolmente ricca di saperi inconsistenti e di discipline raffazzonate, la qualità della formazione non migliorerà comunque.
Dunque sì alle metodologie innovative anche e soprattutto nella ordinarietà, ma nella consapevolezza che occorrono professionalità ricche di competenze e di sapere scientifico, oltre che di abilità tecnologiche e di sensibilità relazionali ed emotive.
La formazione in servizio degli insegnanti, se è fatta bene, è un prezioso strumento di trasformazione: la scuola, quella ordinaria, non può tutto in direzione di una seria qualificazione delle risorse professionali, ma può molto.
6. Il rapporto col territorio
L’autonomia scolastica nacque nell’auspicio di un’offerta formativa contestualizzata e capace di integrare gli apporti dei diversi soggetti istituzionali presenti sul territorio.
Oggi, a distanza di circa 20 anni, nel rapporto del 30 giugno 2019 sull’efficacia dei progetti PON, leggiamo che la complessità del sistema istituzionale italiano e della governance delle diverse politiche richiede forme di ingegneria istituzionale e di rafforzamento amministrativo molto forti e pervasive. A distanza di più di 20 anni, leggiamo ancora, nel Patto per la scuola al centro del Paese firmato dal Ministro Bianchi, che “il Ministero dell’istruzione è consapevole della necessità di promuovere una politica di coesione, improntata al dialogo, al confronto e al coordinamento tra i vari livelli di governo e tra istituzioni pubbliche e società civile, nella piena consapevolezza del fatto che soltanto innescando processi di innovazione partecipata sarà possibile rispondere in maniera efficace alle sfide che il mondo della scuola è chiamato ad affrontare (…)”.
Oggi il Piano estate vuole coinvolgere soggetti pubblici e privati, amministrazioni centrali e locali, associazioni, fondazioni, enti del terzo settore, università, centri di ricerca, reti già presenti a livello locale ( Decreto 39 del maggio 2021, art. 3) e molte scuole hanno subito predisposto bandi di gara per l’affidamento di attività e interventi formativi ad associazioni presenti sul territorio: penso che anche queste scelte non possano essere avulse da un progetto formativo unitario, condiviso e cogestito dalla scuola; e penso che le intese col territorio debbano caratterizzare l’offerta formativa ordinaria, cominciando da una ordinaria valutazione dei bisogni formativi, per procedere ad una ordinaria progettazione degli interventi possibili, a ordinarie attività didattiche, ordinarie verifiche degli apprendimenti, ordinari bilanci e valutazioni.
7. Didattica modulare e gruppi di apprendimento
Nei documenti nazionali, le attività suggerite per il Piano estate si chiamano corsi, laboratori, interventi, iniziative, workshop. Nei documenti progettuali delle scuole, si chiamano frequentemente laboratori, ma spesso si chiamano moduli e prevedono ciascuno una specifica finalizzazione e una definita durata temporale. Ciò significa che in 30 ore, 35 ore, 25 ore, le scuole ritengono di poter ottenere dei risultati d’apprendimento.
Qualche anno fa la didattica modulare è stata di gran moda, ma in molti casi è durata l’éspace d’un matin, sostituita da tradizionali Unità d’apprendimento o da Piani annuali non meglio articolati.
Sappiamo che il modulo didattico dovrebbe esser costituito da un insieme di esperienze di apprendimento goal oriented, cioè unitariamente finalizzate ad un obiettivo e mirate al raggiungimento di risultati prestazionali osservabili e certificabili.
Frammento didattico in sé compiuto all’interno di un percorso modulare a lungo termine, il modulo è replicabile, è implementabile, è integrabile con altri moduli, può essere disciplinare o interdisciplinare, teorico o operativo, propedeutico o di approfondimento, obbligatorio o opzionale, può esser destinato ad una classe o a un gruppo di apprendimento, può dare origine a un debito se è obbligatorio e non lo si supera, o a un credito se lo si supera…
In una scuola che voglia differenziare gli stimoli in funzione di interessi e bisogni diversi, la didattica modulare è una grande risorsa.
Anche una organizzazione modulare della didattica, come una organizzazione strutturale del recupero e della opzione, richiede però agli insegnanti un notevole studio ed un’analisi rigorosa di ogni disciplina: al termine del ciclo, o del segmento, o dell’anno, in cosa dovrà consistere un apprendimento essenziale della Storia? O della Matematica, o della Lingua italiana o della Musica? Cosa dovrà dimostrare di conoscere e di saper fare lo studente perché io possa sostenere che la sua competenza è certificabile come competenza base? Come competenza di livello avanzato? Quali moduli deve aver seguito e superato l’alunno perché gli venga certificata una competenza base o un livello avanzato?
La nota 643 invita a realizzare, nel Piano estate, unità formative brevi e autosufficienti, personalizzate e responsabilizzanti. Non parla di didattica modulare, ma le unità formative autosufficienti e personalizzate richiamano alla nostra memoria le parole della modularità. Ed evocano auspici di modularità strutturali e ordinarie.
8. Offerte “aggiuntive” ed “extracurricolari” o “curricoli articolati e unitari”?
Il concetto di “aggiuntivo” implica una visione secondo la quale la scuola vera è quella delle discipline, e il resto è un “di più”.
All’interno di una cultura del curricoloo, le attività che la scuola progetta e propone sono tutte attività curricolari in quanto tutte formative e tutte funzionali al raggiungimento del profilo. La differenza non sta nel curricolo/extracurricolo, inverno/estate, mattina/pomeriggio, insegnante di classe/esperto: la differenza sta nella funzione e nel peso che ciascuna attività assume all’interno del percorso unitario progettato dalla scuola e costruito dallo studente.
Penso che il Piano estate ci suggerisca i principi e le modalità con cui costruire un innovativo ma unitario e ordinario curricolo, costituito da un sistema ragionato di proposte obbligatorie e opzionali, di studio e di gioco e di sport, di recupero di carenze e di potenziamento di eccellenze, da svolgersi in aula o nel territorio cittadino, in gruppi d’interesse o di livello, con insegnanti in organico o con esperti: proposte che nel loro insieme mirino alla realizzazione dei profili in uscita previsti per i diversi ordini e indirizzi, e che ai singoli studenti consentano percorsi personalizzati e rispondenti a bisogni diversi.
Verso un percorso di trasformazione
Il Piano estate, dicono i documenti ministeriali, è il punto di partenza di un percorso di trasformazione ed evoluzione del sistema Istruzione.
E il sistema educativo italiano, dice il Patto per la scuola al centro del Paese, è chiamato ad una sfida straordinaria: valorizzare come opportunità di profonda innovazione l’esperienza vissuta da tutta la comunità educante durante il periodo pandemico.
Penso che ciascuno dei punti di riflessione proposti in questo contributo, per poter essere interpretato anche solo parzialmente, richieda alle scuole studio e impegno e ricerca e sperimentazione.
Ma noi siamo la scuola che dice di voler educare alla cittadinanza attiva: come possiamo farlo se ignoriamo la prospettiva, la responsabilità e la gioia di poter contribuire alla costruzione della scuola che oggi ci chiede il Paese? “La scuola (…) per assolvere questo arduo compito educativo, ha necessità di modalità scolari innovative, di “sguardi plurimi”, di apporti differenziati. Occorre una scuola aperta, dischiusa al mondo esterno. Aprire la scuola significa aprire le classi ai gruppi di apprendimento; aprirsi all’incontro con “altri mondi” del lavoro, delle professioni, del volontariato; come pure aprirsi all’ambiente; radicarsi nel territorio; realizzare esperienze innovative, attività laboratoriali. Si tratta di moltiplicare gli spazi, i luoghi, i tempi, le circostanze di apprendimento, dentro e fuori la scuola (…)” (Nota 643 aprile 2021).
È un monito che dirigenti e insegnanti illuminati non possono lasciare inascoltato.
Riferimenti normativi e bibliografici
D.M.39 del 14 maggio 2021
Nota 643 del 27 aprile 2021
Nota 11653 del 14 maggio 2021
Patto per la scuola al centro del Paese (Ministro Bianchi)
Documento sulla verifica d’efficacia del PON Inclusione (30 giugno 2019, a cura di Ismeri Europa)

