• sabato , 23 Ottobre 2021

Piano Estate: punto di partenza di un percorso di trasformazione

Durata dell’anno scolastico, vivibilità degli ambienti, recupero disciplinare, promozione degli interessi culturali, didattica modulare, curricolo, gruppi d’apprendimento: e se il Piano Estate fosse una chiamata all’impegno?

di Rita Bortone

Abstract

Il Piano estate 2021, lungi dall’essere solo una misura straordinaria, può diventare uno strumento di trasformazione strutturale del fare scuola, purché non venga interpretato come un insieme di progetti privi di cornici di senso e di prospettive di lungo termine.

I princìpi ispiratori, gli obiettivi e le proposte concrete del Piano possono diventare da subito oggetto di ricerca e sperimentazione in ogni Istituto per provare, con gradualità e determinazione, a sciogliere i nodi più problematici della scuola contemporanea: dalla durata dell’anno scolastico alla vivibilità degli ambienti, dal recupero disciplinare agli interessi culturali da promuovere, dalla didattica modulare al curricolo, dalla classe ai gruppi d’apprendimento, il Piano estate è un grido di allarme ed una chiamata all’impegno.

Un mare di soldi e un’emergenza da non sprecare

Le scuole italiane non hanno mai visto risorse finanziarie ingenti come quelle stanziate per il Piano scuola estate 2021, pari a un importo complessivo di circa 520 milioni di euro.

Inizialmente il Piano non è stato visto di buon occhio dagli insegnanti: forse non avevano voglia di avventure estive dopo il susseguirsi di stagioni dense di frustrazioni e problemi in presenza e a distanza. Oggi la reazione iniziale appare in gran parte superata e le promesse del Piano, pedagogiche ed economiche insieme, stanno dando i loro frutti: le scuole comunicano ad alunni e famiglie le possibili opzioni, definiscono la durata e le modalità di svolgimento delle attività, declinano in documenti e tabelle la straordinaria offerta formativa “aggiuntiva”. Rilevazione dei bisogni o autonome proposte della scuola, attività sportive e musicali o potenziamenti disciplinari, docenti d’Istituto o esperti esterni, spazi interni o visite sul territorio… Insomma una grande varietà di straordinarie risposte alla straordinarietà dell’iniziativa ministeriale. I soldi ci sono, bisogna utilizzarli al meglio!

Se anche non recupereranno tutti i danni cognitivi e relazionali causati dalla pandemia, certamente i ragazzi si gioveranno delle proposte progettate dalle scuole e se ne avvantaggeranno anche i loro genitori, che hanno sofferto  per il forzato isolamento e la solitudine dei figli. Ma mi è capitato più volte di osservare che, di fronte a richieste innovative e impegnative, la scuola trova molto più facile aggiungere qualcosa di nuovo alla solita routine che modificare il vecchio reinterpretandolo alla luce della nuova richiesta, e questo mi fa temereche anche un evento straordinario come l’introduzione di un Piano estate possa trasformarsi in un ordinario, seppur utile in sé, calderone di progetti variamente finanziati e finalizzati.

A me comunque piace pensare che il maggior vantaggio stia, se lo cerchiamo, negli insegnamenti che dal Piano possono derivare per trasformare le straordinarietà in ordinarietà e realizzare una scuola nuova per tutte le stagioni.

In fondo, il Piano estate contiene tre elementi di straordinarietà: l’emergenza da cui nasce, la stagione in cui si realizza, la quantità di soldi disponibili. Ma né i principi che lo ispirano, néle tipologie d’interventi suggeriti rappresentano una novità nelle idealità della scuola ordinaria: inclusione, differenziazione, sviluppo di competenze disciplinari e trasversali, arte musica ambiente, conoscenza dei contesti e senso di comunità, innovatività didattica e tecnologica, laboratorialità e cooperazione, sinergie col territorio e ricorso ad esperti di settore, alternanza di studio, gioco e sport, gruppi di apprendimento e superamento della classe in funzione di bisogni e interessi.

Certamente le scuole, pur nella loro autonomia funzionale, non potranno realizzare importanti trasformazioni dall’oggi al domani, né potranno farlo senza il sostegno di significative riforme di sistema, ma diverse cose la scuola dell’autonomia può farle. Se vuole. E se assume la ricerca e la sperimentazione come principi cui ispirare strutturalmente la propria offerta formativa.

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