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Policies per la scuola

L’ambizioso obiettivo di qualità e di equità

di Antonio Santoro

Abstract

Sempre più evidente la necessità di politiche educative e di specifiche iniziative ministeriali per rendere il nostro sistema scolastico più equo e più efficiente, almeno negli anni dell’istruzione obbligatoria.

Su quali temi riflettere nell’articolo da inviare, nei prossimi giorni, a Scuola e Amministrazione? La prima ‘tentazione’ è di riconsiderare, con accenti critici, le recenti ipotesi/proposte del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara: quella di differenziare territorialmente gli stipendi degli insegnanti, e l’altra che prevede “l’ingresso dei finanziamenti privati nelle casse delle scuole pubbliche”. Ma – mi dico subito dopo – esprimerei sostanzialmente, con il ricorso a citazioni più o meno testuali, perplessità (eufemismo!) già manifestate da più parti con sottolineature e rilievi efficaci: <L’idea di differenziare le retribuzioni degli insegnanti su base regionale, in un Paese con gli abbandoni scolastici più alti e il numero più basso di laureati d’Europa, sta dentro un progetto più ampio che punta a mettere in discussione la scuola pubblica, i diritti e l’unità del Paese> (Maurizio Landini); si tratta di <una prospettiva chiaramente discriminatoria>; <proposte che accentuerebbero ulteriormente le attuali diseguaglianze: quali privati investirebbero mai nelle scuole di marginalità produttive e sociali?>.

Naturalmente, evidenzierei anch’io la necessità di garantire retribuzioni adeguate a tutti i “professionisti dell’istruzione”, probabilmente riprendendo poi, nelle riflessioni conclusive, quanto scritto dalla sociologa Chiara Saraceno su la Repubblica del 27 gennaio scorso: “E’ paradossale che uno Stato, che non è capace di fornire servizi pubblici fondamentali in quantità e qualità omogenea su tutto il territorio nazionale, pensi di usare il differenziale nel costo della vita […] come criterio per definire i compensi. Posto che poi sia facile individuare aree omogenee per costo della vita senza cadere vuoi in una frammentazione impossibile da gestire, vuoi nell’accorpamento di situazioni molto differenziate”. Se proprio si vuole “pensare ad una differenziazione retributiva”, questa “deve riguardare la quantità di lavoro e responsabilità. Ad esempio, chi, lavorando in contesti difficili, ad alta intensità di povertà educativa, dedica più tempo al lavoro con gli studenti e alla costruzione di collaborazioni con la comunità circostante e con l’associazionismo per creare contesti favorevoli all’apprendimento meriterebbe di essere pagato di più di chi, legittimamente, si attiene alle attività curricolari e all’orario contrattuale”.

Decido quindi di abbandonare la ‘tentazione’ iniziale di condividere tutte le osservazioni critiche rivolte alle richiamate proposte del Ministro Valditara e scelgo di essere diversamente ripetitivo, rimarcando con Luciano Benadusi e Vittorio Campione l’urgenza di “un insieme coordinato di policies” ritenute “necessarie per raggiungere un ambizioso obiettivo al tempo stesso di qualità e di equità: l’innalzamento delle competenze di base” (1). Scrive al riguardo Norberto Bottani: “La scuola dell’obbligo o l’istruzione obbligatoria finanziata con risorse pubbliche si legittima solo se garantisce a qualsiasi membro della società il conseguimento, alla fine dell’istruzione scolastica obbligatoria, di una base comune di conoscenze e competenze. Questo è l’unico obiettivo che può giustificare la ripresa degli investimenti a favore dell’istruzione anche in un periodo di crisi finanziaria e di politiche economiche restrittive […]. Bisogna coniugare l’efficienza del sistema scolastico con l’equità e l’eccellenza, anzi si dovrebbe dire che la qualità dei servizi scolastici risulta dalla combinazione di prestazioni efficienti, eque ed eccellenti” (2).

Si tratta di un obiettivo da perseguire nel tempo, con progressioni significative, attraverso politiche educative decisamente e responsabilmente orientate a:

1) creare le condizioni per lo sviluppo del sistema formativo 0-6: quindi, promuovere la crescita dei servizi educativi per la prima infanzia nelle diverse realtà regionali e la generalizzazione della frequenza della scuola dell’infanzia (3);

2) potenziare il tempo pieno nella scuola primaria, nella scuola secondaria di primo grado e nel biennio iniziale della scuola secondaria superiore. “Il tempo pieno va reso obbligatorio per gli studenti in ritardo negli apprendimenti e destinato prioritariamente ad attività di recupero e potenziamento delle competenze di base, in maniera che i ritardi non si accumulino negli anni divenendo, come sovente accade, irrecuperabili. Contemporaneamente, per tutti gli studenti, al tempo pieno va riconosciuta una funzione di arricchimento, personalizzazione e orientamento alla scelta dei successivi percorsi di istruzione” (4);

3) valorizzare, dunque, nel primo biennio della secondaria superiore, la funzione orientativa della scuola “grazie ad un assetto curricolare che a fianco di un robusto core curriculum ponga dei percorsi opzionali personalizzati e flessibili” (5);

4) garantire, “per il contrasto alla povertà educativa e ai divari socio-territoriali, […] interventi di sostegno nelle scuole e nelle aree critiche” (6).

Le richieste di specifiche iniziative ministeriali per il miglioramento della qualità del sistema scolastico interessano anche i versanti delle strutture curricolari e dell’azione didattica, con attese che sempre più riguardano, in particolare, il potenziamento delle “competenze STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica)”, le diverse forme di “educazione alla cittadinanza” e la promozione dei non cognitive skills o soft skills (cioè lo sviluppo dei Big Five, dei tratti di personalità ripresi da Heckman: estroversione, amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale alla cultura e all’esperienza), insieme alle abilità cognitive (7). Attese e speranze di cambiamenti migliorativi che di certo non prevedono, in alcun modo, la scelta di subordinare addirittura politiche e iniziative per la qualità della scuola alla prospettiva della autonomia regionale differenziata.

Note

1. L. Benadusi e V. Campione, Parliamo di scuola, Scuola democratica, n.3/2022, p. 552;

2. N. Bottani, Requiem per la scuola?, il Mulino, Bologna 2013, pp. 11-12;

3. cfr. L. Benadusi e V. Campione, cit., pp. 553-554;

4. ivi, p. 555;

5. ivi, p. 554;

6. ivi, p. 555;

7. cfr. ivi, pp. 556-557 e Giorgio Vittadini, Introduzione a James J. Heckman e Tim Kautz, Formazione e valutazione del capitale umano, il Mulino, Bologna 2016, pp.12-16.

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