Quando l’arte supera i limiti del corpo
La disabilità portata in scena da due funamboli del teatro. Contro gli stereotipi del pietismo
Antonella Ferrari affronta con leggerezza e ironia il tema della sclerosi multipla. Tenendosi lontana dai registri drammatici, attinge a una poetica dell’intelligenza emotiva e relazionale
Gianfranco Berardi porta in scena la sua cecità “occupando” il palco nelle tre dimensioni. Domenico Modugno rivive in un sogno di libertà
Antonella Ferrari affronta con leggerezza e ironia il tema della sclerosi multipla. Tenendosi lontana dai registri drammatici, attinge a una poetica dell’intelligenza emotiva e relazionale
Gianfranco Berardi porta in scena la sua cecità “occupando” il palco nelle tre dimensioni. Domenico Modugno rivive in un sogno di libertà
di Vincenzo Sardelli
PIÙ FORTE DEL DESTINO – TRA CAMICI E PAILLETTE. LA MIA LOTTA ALLA SCLEROSI MULTIPLA
di e con Antonella Ferrari
Regia Arturo di Tullio
Con la partecipazione straordinaria in video di Manuel Frattini
Colonna Sonora Gabriella Vainiglia
Assistente alla regia Alessandro Sgamma
Scenografia Andrea Beretta
Costumi Chiara Vitale – Atelier Kore
Voci Michele Mariotti e Stefania Nali
Video Raffaele Tamburri e Stefano Castiglioni
Produzione ASCLAMA – Associazione Spettacolo Cultura Lago Maggiore
INFO: www.antonellaferrari.it
ETÀ: dai 10 anni
IO PROVO A VOLARE
OMAGGIO A DOMENICO MODUGNO
Compagnia Berardi Casolari
con il sostegno del Festival Internazionale Castel dei Mondi
di e con:
Gianfranco Berardi
con la partecipazione di:
Davide Berardi, voce solista e chitarra
Bruno Galeone, fisarmonica
Regia e luci – Gabriella Casolari
Costumi – Pasqualina Ignomeriello
INFO: www.berardicasolari.it
ETÀ: dai 12 anni
C’è un modo di presentare la disabilità come iattura e angoscia, con accenti di pietismo e quel po’ di recriminazione. C’è un modo di vivere la disabilità come sfida, realtà che ci appartiene senza deformarci o umiliarci, e ci rende unici.
Che bella testimonianza di tenacia e d’arte ci offrono, in barba ai confini e ai limiti del corpo, due funamboli del teatro come Antonella Ferrari e Gianfranco Berardi. E, soprattutto, che intensità mostrano sul palcoscenico. Proponendosi come ambasciatori di un’umanità che non si arrende, e anzi rilancia. Al fianco di altri personaggi pubblici impegnati sullo stesso versante, da Alex Zanardi a Simona Atzori , ad Annalisa Minetti, disabili eppure capaci di eccellere in àmbiti diversi, dallo spettacolo all’arte , allo sport.
Nel monologo Più forte del destino, tratto dall’omonimo libro pubblicato nel 2012 da Mondadori, Antonella Ferrari mette in scena il proprio rapporto con la sclerosi multipla. Sorridendo della sorte. Compensando i limiti imposti dalla salute con la determinazione propria e l’affetto delle persone care. Tra camici e paillette la mia lotta alla sclerosi multipla, recita il sottotitolo del monologo che, con la regia di Arturo di Tullio, da qualche anno sta percorrendo in lungo e largo l’Italia, isole comprese.
Antonella Ferrari tratta con leggerezza e ironia un tema sociale delicato, tenendosi lontana dai registri drammatici. Il suo è uno spettacolo toccante, che attinge a una poetica dell’intelligenza emotiva e relazionale. Evocativa la scenografia, uno schermo su cui sono proiettate immagini varie, una gigantesca ragnatela dove sono fissati oggetti di un passato remoto, eppure vivo , appartenuto alla protagonista: una coperta, una bicicletta, un cestino con le foto, una bambola, pattini da ghiaccio, una vecchia radio.
I ricordi sono la filigrana della vita. Narrano storie. Segnano valori, raccontano di successi e cadute: ciò che abbiamo saputo costruire. La ragnatela è trappola mortifera. Ma è anche la tela delle nostre esperienze. È utile posarvi lo sguardo, per sapere chi siamo e spingerci in avanti. Ecco gli altri oggetti scenici: uno specchio per testimoniare le tappe della nostra evoluzione; l’attaccapanni, perché ogni giorno siamo chiamati a rimodellarci e ridefinirci, cercando nuovi involucri per presentarci al mondo.
La classe di Antonella Ferrari è la stessa, sul palco e nella vita. Non abbrutirsi, ma curarsi. Non rinunciare ai vezzi femminili, ma offrire sempre la propria immagine migliore. Non rassegnarsi. Esorcizzare il vittimismo, il sarcasmo, le malevolenze altrui.
Dall’alto delle proprie stampelle multicolori l’attrice narra la propria passione per la danza e per la musica, i suoi miti da bambina, Heather Parisi e Lorella Cuccarini: nella buona fede avulsa dalla faziosità, due nemiche-amiche possono diventare dei riferimenti, basta prendere da ciascuna il meglio che ha. Poi i primi passi nel mondo dello spettacolo, i provini, le porte chiuse in faccia dopo le avvisaglie di una malattia aliena e oscura, l’insipienza o la refrattarietà dei medici. L’interminabile fila degli esami prima del verdetto: sclerosi multipla.
Fanno da contrappunto alla performance voci fuoricampo di ordinario cinismo: la disumanità ghettizza, sospinge in una dimensione remota.
Il teatro diventa l’ascensore per i sogni, lontano dai toni sensazionalistici della TV, che disegna una
donna disabile come propensa alla depressione, magari trascurata dal marito o abbandonata dagli amici.
Invece l’amore salva. Può essere quello di un cane, che ti fa festa e non bada che tu sia povero o malato: quello di un padre che t’insegna a rintuzzare le bordate della vita con dignità; quello di un marito che, se ti ha amato quand’eri in piedi, continuerà ad amarti anche adesso che stai seduta.
Sulle sttampelle, Antonella Ferrari mostra la propria anima. Emoziona, è leggera. Colpisce, con estro ed energia. Canta, balla, vibra. Perché, come dice un aforisma del film sull’Afghanistan Viaggio a Kandahar (Iran-Francia 2001), «se tu non hai le gambe, e non diventi campione di corsa, la colpa è soltanto tua».
La cecità non impedisce a Gianfranco Berardi di librarsi in un volo teatrale da togliere il fiato. Io provo a volare (in tour il 1 aprile a Lecce, il 6 a Gioia del Colle e il 7 e 8 a Oppido Lucano) è uno spettacolo che parte da cenni biografici su Domenico Modugno e dalle suggestioni delle sue canzoni, per raccontare la vita di uno dei tanti giovani di provincia pronti, sulla scia del mito, ad affrontare la fatica di diventare artisti.
Se le sfumature di questo spettacolo sono in qualche modo autobiografiche, allora «il ragazzo si sta facendo». Protagonista è Gianfranco Berardi, autore, attore e regista di Crispiano (Taranto). Lo accompagnano suo fratello Davide Berardi alla voce e Bruno Galeone alla fisarmonica (la regia è di Gabriella Casolari) in un percorso di rivisitazione della musica di Modugno, fatto di riletture rapide e scanzonate, di arrangiamenti snelli che rifiutano ogni pedanteria: da Amara terra mia a Malarazza, da Donna riccia a Pasqualino Maragià, fino a Nel blu dipinto di blu.
Che talento, Berardi. Che ai miracoli si sta abituando: quello di realizzarsi in pratica senza aver mai abbandonato il paesino dov’è nato; quello di fare un po’ quello che gli pare sul palcoscenico. In Io provo a volare, lo spirito del custode di un teatrino di provincia torna in scena ogni notte, in compagnia dei suoi musicisti, nel teatro in cui è condannato a vagare e su cui mosse i primi passi. Tra narrazione, musica e danza, rivivono episodi di vita: i sogni, gli incontri, la formazione, le selezioni, la fuga, la scuola, il primo lavoro; il ritorno a casa con un palmo di naso, da giustificare dopo le speranze naufragate.
Berardi ricorre alla figura di Modugno come metafora. Rende omaggio agli sforzi e al coraggio di quelli che, animati da una forte passione, si lanciano nell’avventura alla ricerca della propria dimensione più autentica.
Camicia bianca, pastrano nero e cilindro impolveratissimi, luci sul viso impastato di biacca, Berardi si accosta a uno stile recitativo che insegue gli stilemi classici di Eduardo e della commedia dell’Arte, con qualche gradazione che lo avvicina a Totò. Ramazza in mano e rime sulle labbra, giochi di parole con qualche escursione nel dialetto tarantino, monologhi a una, due, tre voci, Berardi riempie il palcoscenico non solo in orizzontale, ma anche in verticale, con il suo fisico allampanato. E quando non basta il corpo, è la sua ombra gigantesca e surreale, proiettata sullo sfondo dal gioco delle luci, a dominare la scena. Quel corpo produce capriole e danze istrioniche, mimi e balletti. Il viso bifronte, animato da occhi proiettati all’infinito in uno spazio scenico che è anche estensione vitale, esprime con intensità variabile e tanta ironia sofferenza e fatica, fame e freddo, ma anche sogno e redenzione.
Poesia e comicità sono gli ingredienti di uno spettacolo che, attraverso un uso onirico del buio e della luce, crea spazi profondi e atmosfere rarefatte. Definisce suggestioni e ricordi. Ridesta nel pubblico quel sogno di libertà di cui Modugno rimane simbolo.
La cecità di Berardi trasmette un alone fascinoso allo spettacolo, esaltandone la parte lirica, in un indistinto, multiforme volo notturno.
PERCHE’ LI CONSIGLIAMO
“Più forte del destino” e “Io provo avolare” sono due spettacoli da cui emerge la forza del corpo come architettura, spazio abitabile, tempio dell’arte e dello spirito. Ferrari e Berardi alleggeriscono corpi e scrittura drammaturgica. Dotano i propri spettacoli di un ritmo incalzante, veloce e immediato. Propone un’agilità pensosa, che fa apparire la frivolezza come pesante e opaca, avrebbe detto Calvino. Dobbiamo inevitabilmente prendere atto del trascorrere del tempo o delle nostre défaillance circoscritte o permanenti. Anche il succedersi delle età lascia conseguenze sulla nostra pelle. Ma un corpo, quando si modifica, necessariamente evolve, nel senso che si arricchisce di nuovi contenuti emozionali.
Ironici e impertinenti, Ferrari e Berardi volteggiano riempiendo da soli la scena. Svelano insospettate energie. Spaziano per il palco, in un mix di turbini creativi e riflessioni, così da liberare la forza poietica dei propri corpi. In questi spettacoli di grande forza e suggestione il corpo, la voce, la fantasia diventano progettazione complessiva dello spazio, razionalità costruttiva del tempo, determinazione artistica senza condizioni.
Antonella Ferrari e Gianfranco Berardi coinvolgono il pubblico in due spettacoli capaci di divertire e interrogare.



