• sabato , 15 dicembre 2018

Regionalizzare la scuola?  

Il governo gialloverde vuole il passaggio, dapprima su base volontaria, di insegnanti e dirigenti scolastici nei ruoli regionali? E tende anche a realizzare l’autonomia regionale differenziata del nostro sistema scolastico?

 

di Antonio Santoro

 

Nello scorso mese di maggio richiamavo, in termini essenziali, le linee di politica per la scuola indicate nel Contratto per il governo del cambiamento M5S – LEGA. Consideravo, in quel contributo per Scuola e Amministrazione, le novità di apprezzabile rilievo, ma esprimevo anche, e soprattutto, «perplessità e preoccupazioni non di poco conto» riguardo ad «alcuni nuovi propositi», concludendo con il seguente punto di domanda: «Ad esempio, cosa comporta (e ‘nasconde’) l’intenzione espressa di revisionare il “sistema di reclutamento dei docenti” con l’introduzione di “nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio”?».

 

Con il diradarsi della nebbia all’orizzonte nel trascorrere dei giorni, prende sempre più forma il cambiamento “di grande portata” che sembra si voglia realizzare, certo con le gradualità possibili e imbrigliando qualche “vivace” resistenza. Si tratta di una prospettiva di lungo periodo che già ora consente di rilevare che certamente «fa parte del programma e, ancor più, della cultura di questo governo la “regionalizzazione” della scuola italiana» (Alberto Asor Rosa su la Repubblica del 2 novembre 2018).

 

Gli obiettivi da raggiungere nella prima fase del processo saranno, con molta probabilità, l’espletamento su base regionale di tutti i concorsi per il personale scolastico e, quindi, la regionalizzazione dello stesso personale. Nelle direzioni appena accennate portano, evidentemente, le richieste delle Regioni Veneto e Lombardia di “maggiore autonomia” nella governance del nostro sistema formativo: istanze che il ministro dell’istruzione Marco Bussetti, con riferimento specifico alla ipotesi di regionalizzazione – graduale – dei docenti, considera “perfettamente attuabili” e indubbiamente di segno positivo perché “le due regioni promettono di mettere più risorse per gli stipendi degli insegnanti”. Sarà comunque «un cammino sicuramente lungo – aggiunge il prudente ministro nell’intervista al Corriere della Sera dell’ottobre scorso –, ma potrebbe essere un’opportunità, un modello anche virtuoso di gestione più capillare delle scuole».

 

Di opinione decisamente contraria è, invece, Alberto Asor Rosa: e non solo perché ritiene una «mostruosità» il fatto che i «professori di Como e di Afragola verrebbero pagati in misura diversa per insegnare le stesse cose», ma soprattutto perché l’esito più o meno esplicitamente perseguito di «”regionalizzazione” della scuola rappresenterebbe un prodromo e un coefficiente formidabile della disunione del Paese».

 

Preoccupazioni eccessive? Forse non tanto ove si consideri che le precisate richieste di “maggiore autonomia” della Regione Veneto e della Regione Lombardia non riguardano solo le “materie di legislazione concorrente”, di cui all’articolo 117 della Costituzione, ma anche materie, come la definizione delle “norme generali sull’istruzione”, che sono ancora oggi, secondo il citato articolo costituzionale, di esclusiva competenza statale.

 

Perciò, credo che sia necessario, anzi doveroso, non sottovalutare i convincimenti e le sollecitazioni di Alberto Asor Rosa: «La scuola italiana, allo stato attuale delle cose, rappresenta uno dei capisaldi di maggiore unità – culturale, ideale, professionale – del Paese. Più delle istituzioni? Più delle Camere? Più del governo? Più dei partiti […]? Io direi: in questa fase, inequivocabilmente sì. C’è soltanto la presidenza della Repubblica che continua a muoversi senza equivoci né riserve nella stessa direzione. La sostanziale unicità dei programmi, elementi fondamentalmente comuni nella formazione degli insegnanti e dei presidi, la loro circolazione, per quanto difficile e precaria, fra una regione e l’altra del paese, il senso, secondo me presente ovunque, di stare facendo un lavoro comune (spesso, non esagero, un eroico lavoro comune), fanno della scuola una spina dorsale del Paese.

Questa unitarietà e centralità della scuola andrebbe condivisa ed esaltata in tutti i modi, sia finanziari sia culturali che professionali, invece di contrastarla, come sempre più chiaramente sta emergendo».

 

Quest’ultima, è una tendenza che, giustamente, preoccupa non poco: perché continua a guardare soprattutto agli interessi della “piccola patria”. Interessi che si cerca di far prevalere fidando sulla “incomprensione” degli altri e, in particolare, sulla disponibilità di coloro che, «pur di avere e mantenere il Potere, hanno fatto, fanno e faranno una serie interminabile di “concessioni”» (Daniele Vicari, la Repubblica, 12 novembre 2018).