• mercoledì , 17 ottobre 2018

Scuola militante: mettiamoci testa e cuore

Abbandoniamo la retorica, le parole vuote. Insegniamo ai nostri ragazzi a leggere il mondo con vero spirito critico, a partire da ciò che hanno sotto gli occhi.

di  Rita Bortone

“Senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo”
Danilo Dolci

Scegliere da che parte stare e renderlo manifesto

Non si tratta d’essere di destra o di sinistra. Eversivi o sovversivi. Sovranisti o europeisti. Essere lega o cinquestelle o piddì o piccì o piesse o non so che.

Non si tratta nemmeno di scegliere se ti piace di più l’intraprendenza e la limpidezza d’indirizzi di un Presidente del Consiglio o la nobiltà di princìpi, il rispetto di persone e regole e l’eleganza del linguaggio di un vicepresidente, o ancora la visionarietà, la padronanza culturale e la strategia risolutiva di un altro vicepresidente, o infine il tenace parlare e l’ostentato irridere di chi farebbe meglio a tacere.

Insomma, non si tratta di stare da una parte per opporsi alle altre parti attualmente presenti sulla scena politica nazionale (si tratterebbe, al momento, di una fatica improba e di una scelta difficilmente perseguibile), né si tratta, a scuola, di parlare di politica, vecchia pratica che non va più di moda per mille ragioni, e che oggigiorno sarebbe comunque una battaglia impari contro quella pratica dello scontro e dell’invettiva e della parolaccia e della barbarie comunicativa che solo le grandi piazze dei social, con vivo interesse e profonda crescita culturale e umana dei partecipanti, possono mettere in atto.

 

Tuttavia appare inaccettabile, sul piano pedagogico oltre che politico, che i giovani s’imbattano nelle scelte di parte e nelle relative esibizioni soprattutto attraverso quelle piazze e quel tipo di linguaggio, spesso e impunemente carico di un odio ottuso, ignorante, arrogante.

 

E appare inaccettabile che invece lì dove le parti ti aspetteresti di trovarle spesso non le trovi. E accade che, in barba alle raccomandazioni europee e nazionali, a norme e riforme, a cittadinanze sbandierate e progettate, nella scuola viga l’arcaica e ipocrita regola del far finta di niente. Accade che, quando chiacchieri con gli insegnanti di cose importantissime che si chiamano curricoli e competenze e valutazioni e compiti di realtà, e ti scappa qualche esempio di realtà che sia pur lontanamente evoca (solo evoca!) persone e fatti della attuale realtà politica e culturale, ti accorgi di sguardi distolti e di atteggiamenti indispettiti, chiari indicatori di dissenso, e ti vien voglia di fermarti e domandare provocatoriamente: ma cosa la disturba, professoressa? La realtà non è il suo pane didattico quotidiano? Non è forse suo compito insegnare ai ragazzi a leggere gli eventi e i contesti della contemporaneità? Non è forse un suo obbligo educare alla cittadinanza attiva? E sviluppare il  pensiero critico? Cosa significa per lei avvicinare la scuola ai contesti di realtà? A quali contesti? Di quale realtà stiamo parlando?

 

No, è chiaro che non mi fermo a chiedere queste cose, ma le penso, e le penso drammaticamente ogni volta che mi capita di dover parlare di cose di scuola e di formazione, di adempimenti e argomentucoli richiesti dalla norma, di cittadinanze, di contesti, di orientamenti, mentre nella mente ho immagini e parole ed eventi che mi turbano e che appartengono, quelli sì, alla realtà reale, ma che nella scuola sembrano non esistere, nascosti sotto i tappeti come scomoda spazzatura.

E vedo la scuola drammaticamente divisa in due quanto a culture e a tecnologie: quella moderna, tecnologica, multimediale, avanzata, arredata di nuove forme e colori, competente nel lessico e nelle pratiche, e quella che non ha vergogna della propria inerzia e della propria arretratezza culturale, e la sfoggia come un fiore di saggezza all’occhiello, in fondo perché cambiare? Tanto i ragazzi non vogliono studiare e ai genitori interessano solo i voti, non la formazione. È vero. Perché mai porsi il problema di cambiare?

 

Drammaticamente divisa in due, la nostra scuola, di fronte a una realtà indecente,  unita da omertosi silenzi e da bugiarde affermazioni su interazioni e cooperazioni, su educazioni e valori, su cittadinanze e convivenze civili.

 

Sono tanti gli insegnanti che, in cuor loro, hanno già scelto da che parte stare. E s’indignano per ciò che accade, ma s’indignano in silenzio. Schiacciati dalla rassegnazione o dallo sconforto, dalla solitudine e dalla incredulità, tacciono, né sanno come gestire utilmente i loro saperi e le loro emozioni nel fare scuola, nel rapportarsi con i giovani, nel parlare con loro senza prevaricare le coscienze, ma anche senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo.

 

Nell’offerta formativa d’istituto, la scuola militante

La norma relativa al piano dell’offerta formativa e la retorica che lo avvolge lo definiscono come la carta d’identità dell’istituto. In questo brutto inizio d’anno, che vede il Paese attanagliato da paure e da rabbie inedite, da sconosciuti linguaggi d’odio e rancore, da stupefacenti volontà di rissa e di violenza, da profonde fratture di senso e di intenti; in questo brutto inizio d’anno, che vede affermarsi come valore il potere dell’uomo sull’uomo, e ascolta le promesse di inattesi ritorni all’indietro di civiltà e culture, e assiste all’irrisione della scienza e del sapere; in questo brutto inizio d’anno, cosa offrirà la nostra offerta?

 

Mi domando se almeno in qualche Istituto scolastico del Paese, in questo brutto inizio d’anno, verrà posto il problema, in ottica istituzionale e con forme istituzionali, di come affrontare pedagogicamente il conflitto educativo tra i valori, gli atteggiamenti, i linguaggi, la cultura scientifico-critica che la scuola ha il compito di veicolare secondo norma e i valori, gli atteggiamenti, i linguaggi, le culture negatrici della scienza con cui si rappresentano i massimi livelli istituzionali dello stesso Paese in questo momento storico.

 

Mi domando in cosa possa consistere oggi un patto di corresponsabilità che voglia  condividere con le famiglie responsabilità educative che vadano oltre l’orario d’ingresso a scuola, oltre la giustifica delle assenze, oltre la partecipazione alle riunioni, oltre le regole di superficie.

 

Mi domando se si tratta di una mia pretesa intellettualistica e fuori dal mondo, o se è giusto attendersi che un Istituto autonomo e consapevole della propria responsabilità educativa, in un momento culturalmente drammatico come questo, espliciti in maniera chiara e senza ambiguità la propria mission e la propria vision, espliciti la propria interpretazione del mandato sociale, espliciti in cosa consiste la propria etica professionale, espliciti le modalità con cui ritiene di dover interpretare il sistema di valori che sorregge, per norma, il sistema educativo nei suoi obiettivi, nei suoi contenuti e nei suoi metodi.

Non si tratta di assumere sciocche e inutili posizioni a favore di qualcuno o contro qualcuno: si tratta di esplicitare a se stessi e agli altri le modalità e i fini con cui si realizzerà il rapporto educativo con la realtà:

– quale realtà e quali contesti proporremo alla riflessione critica dei giovani?

– quali strumenti forniremo loro per orientarsi, valutare, scegliere liberamente?

– in cosa consisterà lo sviluppo del loro pensiero critico?

– quali strategie proporremo per la costruzione di opinioni supportate da dati affidabili?

– quali criteri per valutare eventi, contesti, soggetti, fenomeni della realtà contemporanea?

– quali letture della Carta costituzionale, dei suoi principi, della sua vitalità?

– quali atteggiamenti e strumenti che consentano l’esercizio di una partecipazione attiva e critica, la fruizione attiva e critica dei social, la gestione attiva e critica dei diluvi informazionali e dei mari di fake news in cui ogni giorno la rete ci fa annegare?

– quali strumenti, cognitivi ed emotivi per poter scegliere una propria parte senza lasciarsi condizionare dalle “bestie” informatiche e dagli algoritmi che costruiscono i consensi a tavolino, in questa svilita democrazia sempre meno sostanziata da saperi e sempre più gestita da intenzionali e competenti manipolazioni delle masse?

I quotidiani li leggeremo? Li metteremo a confronto? O maschereremo le notizie che ci mettono in imbarazzo? E quali notizie ci mettono in imbarazzo? E come fare per essere rigorosi e corretti nel compito professionale senza camuffare la realtà e senza fingere che tutto sia normale?

Scuola militante? Sì, ma la militanza non può più essere affidata alla responsabilità e all’iniziativa del singolo docente: se l’offerta formativa è unitaria e collegialmente definita, unitaria e collegialmente definita dovrà essere la militanza.

Una militanza per cosa? Una militanza contro cosa? Carta d’identità dell’Istituto? Sì, carta d’identità dell’Istituto.

Manifestiamolo per davvero, il carattere della nostra offerta! Manifestiamolo al territorio, alle famiglie, allo Stato! Nei portali e nei siti, nelle scelte di contenuto e di metodo. Non siamo forse autonomie funzionali? Non perseguiamo forse gli obiettivi posti dalla Nazione? Ed è quello che vogliamo fare, infatti! Di cosa abbiamo paura? Proviamo a scoprire noi stessi e la nostra scala di  valori, proviamo a capire quanto – in nome del nostro compito istituzionale, della cultura e delle sorti del Paese intero – siamo disposti a rischiare in termini di carriere e di premi, di benevolenze e di valutazioni e di portfoli, di risorse di cui disporre e di climi da gestire.

Perché ormai siamo a questo punto: il pensiero libero espone a rischi.

Siamo un Paese strano, in cui dichiariamo il valore del pluralismo e della molteplicità dei punti di vista e poi disapproviamo chi esprime ad alta voce idee scomode e controcorrente. E siamo una scuola strana, che enuncia e scrive princìpi e intenti di educazione alla cittadinanza attiva, ma persegue lo squallore culturale della neutralità e la sconcezza e il silenzio dell’omertà.

 

A me, che sono fuori da ogni cattedra e da ogni ruolo, che non dirigo né insegno, che sono fuori dalla scuola anche se ci sto dentro fino al collo, a me sembra eticamente indispensabile porsi la domanda su cosa farsene, in termini pedagogici, di quello che sta accadendo in Italia, e che in pochi mesi sta spazzando via decenni di civiltà e di conquiste sociali e culturali.

 

Insegnamenti irrinunciabili

Penso che i ragazzi debbano conoscere ciò che accade, e debbano conoscere, su ciò che accade, punti di vista argomentati e supportati da dati. La scuola in questo può e deve aiutarli. Non fornendo solamente il proprio parziale punto di vista, ma adottando criteri e utilizzando strumenti e fonti che proporrà all’analisi, alla comparazione, alla riflessione, alla problematizzazione.

A scuola non si deve certo decidere la politica dell’immigrazione o quella dell’Europa, né quella sanitaria o dell’istruzione, ma a scuola si possono analizzare i linguaggi e i valori di cui le parole sono portatrici; si possono analizzare le contraddizioni tra princìpi e comportamenti, si può riflettere sulle prospettive e sui danni delle scelte, si possono apprendere i meccanismi spaventosi per produrre consenso utilizzando le pance della massa, si può ragionare su tutto, in fondo, purché l’obiettivo sia quello di formare il pensiero critico e di educare alla cittadinanza.

Sempre senza dimenticare l’assurdo ch’è nel mondo.

Oggi, considerando l’assurdo ch’è nel mondo, ritengo fondamentale una militanza della scuola in direzione di una cittadinanza competente e sensibile, che eserciti non la pancia, ma la testa e il cuore, quali strumenti delle scelte.

Si tratta di una militanza strana, che sostanzialmente consiste nell’adempiere, ma con consapevolezza e intenzionalità, i compiti che istituzionalmente le sono affidati.

 

L’informazione, contro il “sentito dire”

I ragazzi devono imparare a informarsi quotidianamente, autonomamente, su ciò che accade in Italia e nel mondo. Devono imparare a informarsi attraverso più fonti di informazione. Devono imparare ad ascoltare più punti di vista su ciò che accade, a riflettere sugli argomenti portati a sostegno, a costruire opinioni personali, a considerare rivedibili tali opinioni.

La scuola deve e può insegnare a leggere e a comparare più fonti d’informazione, e può esercitare la costruzione di opinioni motivate su quanto accade. Se non lo fa, viene meno al suo compito.

 

La partecipazione, contro l’indifferenza

Penso che l’indifferenza sia un nemico pericolosissimo della democrazia e della convivenza civile.

Ma la confusione tra realtà e fiction, l’ipertrofia degli eventi mediatici, la trasformazione del macabro in mondo possibile stanno costruendo schiere di giovani che non distinguono il bene dal male, che sorridono e si divertono di fronte ad una rissa, che trovano normale l’aggressione e l’offesa, che non si turbano di fronte alla violenza, verbale o fisica che sia.

 

Occorre proporre contesti e problematizzazioni, educare alla riflessione, alla riprovazione, alla  indignazione, alla manifestazione ragionata delle emozioni negative. La scuola può e deve educare alla partecipazione e al senso di comunità. Se non lo fa, viene meno al suo compito.

 

La valutazione, la scelta e la manifestazione della scelta, contro la viltà

Molte volte ho ragionato sul valore sociale e culturale di parti che si confrontano, sul valore esistenziale e sociale dello scegliere da che parte stare, sulla impossibilità di orientarsi nel mondo senza conoscere se stessi e senza possedere il coraggio e la durezza della scelta.

E ho ragionato sull’insegnare ai ragazzi a valutare, oltre che ad essere valutati. A valutare fatti, persone, comportamenti, con criteri consapevolmente adottati.

Penso che la scuola faccia davvero poco in questa direzione: i ragazzi fingono di valutare ciò che gli insegnanti hanno già valutato, e di occasioni di scelta ragionata ne hanno ben poche. Ma la neutralità e la mancanza di esercizio valutativo sono la negazione del pensiero critico e della cittadinanza. La scelta e la valutazione non manifestata sono l’apologia della viltà, l’àncora dell’ambiguo, lo spiraglio per il tornaconto personale.

I ragazzi devono imparare a compiere scelte e a formulare opinioni anche difformi rispetto al pensiero dell’adulto (insegnante, genitore), purché siano chiari gli argomenti e i criteri adottati. Devono imparare ad esprimere le proprie opinioni anche in contesti in cui prevalgono opinioni contrarie alle loro. Devono imparare che il gruppo è una cosa bellissima, ma che può anche essere una cosa pericolosissima.

La scuola deve e può costruire, se vuole, contesti e situazioni di apprendimento in cui la scelta e la sua manifestazione siano valori esercitati e riconosciuti. Se non lo fa, viene meno al suo compito

 

L’argomentazione, contro l’invettiva

La parola esprime ciò che siamo, lo sappiamo. Noi siamo il nostro discorso, lo sappiamo. Ma ci stiamo abituando, per un verso, alle parole senza senso, alle parole dette e smentite il giorno dopo, all’inganno del sono stato frainteso, al vuoto di significati, ad una stampa fraudolenta, e quindi ad un ascolto (o una lettura) superficiale, che non dà peso, che non si sconcerta più di fronte alle affermazioni negate, alle contraddizioni palesi; per un altro verso, ci stiamo abituando alla parola cattiva, che serve per colpire, per offendere, per esprimere odio, al discorso che non è un discorso, ma una esplosione di rabbia insensata e feroce.

La scuola deve e può insegnare la parola e il discorso, dando ad essi la centralità che meritano. Deve costruire situazioni comunicative e occasioni di confronto, stimoli al pensiero ragionato ed alla convivenza civile. Se non lo fa, viene meno al suo compito.

 

Le competenze e il sapere scientifico, contro l’ignoranza e la falsa conoscenza

Ho citato più volte il volume “La conoscenza e i suoi nemici”, di Tom Nichols, e non voglio ancora citarlo per brevità, ma forse non ce n’è neanche bisogno: è sotto gli occhi di tutti, infatti, quanto la società contemporanea e la classe politica e la popolazione tutta abbiano oggi in dispregio la cultura.

La dice lunga il fatto che possa esser designato come presidente della Commissione Cultura del Senato un signore che come titolo di studio ha la III media, e che alle provocazioni di un giornalista risponde “Quello che c’è da sapere non si impara sui polverosi libri”.

Noi non ce lo nascondiamo, l’assurdo ch’è nel mondo, ma non possiamo assecondarlo: la scuola non ha ragion d’essere se non è portatrice di competenze e di sapere scientifico.

 

Può, dunque, e deve, costruirsi condizioni e strumenti per arginare la deriva delle conoscenze e delle competenze, e per migliorare la qualità del pensiero e della partecipazione civica dei suoi allievi. Se non lo fa, viene meno al suo compito.

 

 

Una testa e un cuore contro l’indifferenza e la violenza: per comprendere il mondo e per cambiarlo

L’uomo ha una testa ed un cuore, oltre alla pancia: se non impara a far funzionare la testa e a far battere il cuore, non è un uomo.

La scuola può e deve aiutare a far funzionare la testa, ma oggi diventa fondamentale, contro l’indifferenza e la violenza, aiutare i ragazzi a far battere il cuore e a liberare emozioni costruttive, per accogliere l’altro, non per colpirlo.

La scuola può aiutare i ragazzi a capire che testa e cuore servono per capire il mondo, ma anche per cambiarlo. Se non lo fa, viene meno al suo compito.

 

 “A cosa vogliamo che serva la scuola? Vogliamo fornire i saperi che assicurano la loro spendibilità sul mercato del lavoro, o la conoscenza che fa i cittadini critici? Vogliamo un’azione formativa che aiuti a comprendere il mondo: ma a comprenderlo per conservarlo o per cambiarlo?” (Nico Hirtt, Seminario “Saperi e cittadinanza”, Forum sociale europeo di Firenze, novembre 2002).