Sguardi femminili sulla bomba atomica
Due attrici, due personaggi che fanno i conti con capitoli tragici della storia dell’umanità
Monologhi dell’atomica è tratto da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la Letteratura 2015 e ai Racconti dell’atomica di Kyoko Hayashi
Monologhi dell’atomica è tratto da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la Letteratura 2015 e ai Racconti dell’atomica di Kyoko Hayashi
di Vincenzo SardelliMONOLOGHI DELL’ATOMICA
da Preghiera per Cernobyl di Svetlana Aleksievich e
Nagasaki, racconti dell’atomica di Kyoko Hayashi
di e con Elena Arvigo
scene e luci di Paolo Calafiore
regista collaboratrice Virginia Franchi
assistente alla regia Valeria Spada
Teatro Out Off in collaborazione con Santa Rita Teatro Arts Centre
Info: Tel. 02 34532140 | E-mail: info@teatrooutoff.it
Età: dai 16 anni
LA MOGLIE. VIAGGIO ALLA SCOPERTA DI UN SEGRETO
di e con Cinzia Spanò
regia di Rosario Tedesco
luci di Giuliano Almerighi
produzione Teatro Elfo Puccini
Info: www.cinziaspano.com
Età: dai 14 anni
Un’etica interiore contro l’orrore della bomba nucleare è la filigrana che unisce due spettacoli con al centro due tra le migliori attrici della prosa teatrale italiana, la genovese Elena Arvigo e la milanese Cinzia Spanò. Sulla scena personaggi di donne tormentate, alle prese con capitoli tragici della storia contemporanea.
Un’atmosfera intima e sopita pervade i Monologhi dell’atomica, che Elena Arvigo ha riproposto a inizio marzo al Teatro delle Donne di Calenzano. Tratti dai diari di Svetlana Aleksievic su Chernobyl e dalla testimonianza di Kyoko Hayashi su Nagasaki, i Monologhi dell’atomica sondano la fragilità fisica e psicologica di chi vede allontanarsi gli affetti famigliari, dissolversi i legami anche con l’io ed è costretto a convivere con la morte.
Sfondo grezzo, pareti diroccate. Tuta bianca, maschera antigas. La scena rimanda a una quotidianità interrotta: una tavola imbandita, due leggii, sedie in disordine. Sul tavolo una scodella con una minestra inesistente. Cumuli di detriti, macerie. Una lentezza solenne permea questo lavoro. La stasi dominante, la recitazione con poche varianti è il limite registico dello spettacolo, ma al tempo stesso ne sorregge la drammaturgia del dolore, con un impatto che sa di condanna e maledizione.
Monologhi dell’atomica parte dal libro Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la Letteratura 2015. Dal coro di voci, Elena Arvigo seleziona tre storie: una giovane moglie che perde il marito; bimbi spogliati della loro infanzia, costretti ad abbandonare l’innocenza dei giochi; un soldato di stanza in Afghanistan dirottato a Chernobyl, dove è colpito da una malattia che lo consumerà inesorabilmente.
L’ultima parte è tratta dai Racconti dell’atomica di Kyoko Hayashi. Il libro, a metà tra denuncia e fantascienza, è la vicenda di una donna che da settant’anni convive con la radioattività che le corrode il corpo. La morte aleggia sulle macerie. Una polvere pungente ferisce le narici.
Le luci sfibrate di Paolo Calafiore e il contrappunto al pianoforte di Max Richter convergono verso una comune forma di minimalismo. L’esperienza del dolore è onnipresente. Il linguaggio è scarno. La parola illanguidisce, s’isola a scolpire verità friabili. In questo spettacolo d’umanissima religiosità la rivolta nasce dalle parole. Ogni frase aiuta a cogliere l’essenza angosciosa delle cose. Elena Arvigo recupera purezze originarie, opera un sofferto scavo sorretto da folgorazioni improvvise.
La moglie, è il monologo che Cinzia Spanò dedica a Laura Capon, coniuge di Enrico Fermi, autrice del libro Atomi in famiglia
Memoria, malinconia, solitudine. Mix schizofrenico di gioia e pianto. Due popoli si confrontano con la ricostruzione della propria identità. L’epilogo musicale fiducioso e disperato del pucciniano Coro a bocca chiusa di Madama Butterfly suggella questa narrazione delicata. È lo sguardo femminile di chi racconta la grande storia attraverso piccole storie. Elena Arvigo restituisce il senso in un’opera polifonica, tributo al coraggio dei nostri tempi.
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Una delicata poetica della reticenza attraversa La moglie, monologo che Cinzia Spanò dedica a Laura Capon (1907-1977), coniuge di Enrico Fermi, autrice del libro Atomi in famiglia. Una cappa scura sullo sfondo. Tre sedie in scena, veli di cellophane. Tre storie s’intersecano: quella di una donna nella penombra; quella di un mondo sull’orlo di un dirupo; e poi il mito di Amore e Psiche, a conferire al racconto un alone immaginifico, a ribadirne l’essenza attraverso l’allegoria. Flashback come istantanee in bianco e nero ingiallito. Luci cangianti, remote o diffuse, dosate da Giuliano Almerighi, illuminano le pupille della protagonista, infieriscono sui suoi occhi incavati. È un indistinto di palco e pubblico, tra ilarità e commozione. Affiora lentamente il sottofondo vocale, visionario, dell’artista americana Meredith Monk: sensazioni e turbamenti mistici, capaci di rappresentare le trepidazioni di ciò che è eternamente umano. Anche le altre musiche di questo spettacolo (le note espressioniste dei berlinesi Einstürzende Neubauten, le atmosfere eteree dei Pink Floyd) riesumano gli strati atavici del subconscio, fissando una sorta di atemporalità universale.
In La moglie Cinzia Spanò propone al Teatro Elfo Puccini di Milano, con la regia di Rosario Tedesco, una storia di quasi un secolo fa, drammaturgicamente ben scritta. Silenzi e suoni limpidi. Personaggi lontani, ma vividi. Frammenti esistenziali di un’epoca remota. Piccole biografie s’intrecciano con la grande storia: il fascismo, le leggi razziali (Laura era ebrea), il disegno imperialista dell’Asse Roma-Berlino-Tokyo, la Seconda guerra mondiale, le bombe atomiche sul Giappone. Ma l’eco delle città distrutte, la storia in frantumi, qui è sibilo tenue.
Il ritratto di Laura Capon Fermi resta nella memoria. Attraversa, come in una gora, presente e passato. Divaricata tra fasci luminosi, la protagonista ripercorre un amore sovrastato da un destino inesorabile. Con un mix d’ironia, fascinazione e devozione, Laura descrive Enrico: un uomo non privo di abitudini bizzarre, animato da un’inesauribile sete di conoscenza. Ripercorriamo l’innamoramento, il matrimonio, l’assegnazione del Premio Nobel, la decisione dei coniugi Fermi di partire per gli Stati Uniti per non rientrare in un’Italia tetra di totalitarismo e antisemitismo. Ma anche l’America è labirinto di perdizione: Enrico Fermi è coinvolto sempre più direttamente nell’operazione Manhattan per la creazione della bomba atomica. La famiglia è segregata nel remoto villaggio di Los Alamos. L’autocensura regola i rapporti tra i due coniugi circa gli esperimenti nucleari. La verità è sfuggente, come lo zucchero che Laura a un certo punto rovescia dalla zuccheriera sul palco. La vicenda è una sequela di elusioni e illazioni.
Laura. Che decide di non sapere per sopravvivere. Che, come Psiche nella favola di Apuleio, sceglie di non svelare il volto coperto d’oscurità del misterioso amato. E come Psiche, tuttavia, sente progressivamente affiorare il bisogno di verità, che prevale sul nascondimento. Il monologo è una combinazione allegra e tormentata di frammenti biografici, memorie e pillole di scienza. Ci sono il divertimento per le stranezze dei fisici e l’ammirazione per le loro realizzazioni. C’è il tormento per quella creatura magnifica e insieme mostruosa che sta per librarsi dalle sabbie di Los Alamos, illuminando il mondo di radiazione sinistra.
Spettacoli consigliati perché, data la persistente tensione internazionale tra Usa e Corea del Nord, i temi legati al nucleare sono, purtroppo, di scottante attualità
Cinzia Spanò dà volto ed emozioni a Laura Capon Fermi. Ne incarna e ne esprime forza, intelligenza e benevolenza. Ne sprigiona il chiuso delle elucubrazioni. Stupisce il turbine di sentimenti che traspare dagli occhi ora spiritati e gioiosi, ora tristi, smarriti, sbigottiti della protagonista. Più la verità si definisce, più le pupille dell’attrice si dilatano. Il volto cereo si trasfigura sotto bagliori lunari. Gli sguardi sono abbacinati. Cinzia Spanò è tanti momenti della stessa donna. La sua danza silenziosa è una liturgia di movimenti e gesti. Ogni sentimento, ogni vibrazione emotiva ne trasfigura il volto.
Un monologo, una sola attrice. Non c’è trucco né travestimento. Eppure la protagonista è irriconoscibile tra una sequenza e l’altra. Laura: si staglia di fronte a noi una di quelle rare persone che continuano a crescere in statura durante tutta la loro vita. Cinzia Spanò infrange intimità legate al passato. Restituisce anche l’acume e l’intelligenza di Enrico Fermi, la sua curiosità e una buona dose della sua goliardia. Assistiamo però, attraverso le parole della donna, al maturare, sotto il peso delle responsabilità e della guerra, di quell’innocente entusiasmo infantile via via sempre più assorto e riflessivo, sempre più dimissionario da gioco e inventiva.
PERCHÉ LI CONSIGLIAMO
Parole e domande di scritture femminili. Storie da premi Nobel (della Letteratura) e di premi Nobel (per la Fisica). Intrecci che evocano emozioni dell’io lirico, svelandone essenze e profondità. Narrazione, poesia: lo sfondo di umanità derelitte. Questi spettacoli ci accompagnano nella tragedia della guerra e degli interessi economici. I governanti sono burattinai. Tutto il resto è un giro di derelitti che si guardano attorno stupefatti. In questi due spettacoli a dominare è l’occhio femminile. Forse non è vero – come qualcuno ha detto – che sparirebbero le guerre se le sorti dell’umanità fossero in mano alle donne. Un esempio è la guerra delle Falkland (1982) dichiarata dalla premier Margaret Thatcher all’Argentina per ristabilire la sovranità inglese su un territorio all’apparenza insignificante. Negli spettacoli di Elena Arvigo e Cinzia Spanò emerge più che altro la fragilità incarnata dalle donne. Che qui sono figure assorte, silenziose e impotenti, comunque coraggiose, dignitose, depositarie della capacità di riflessione che supera i tornaconti politici e di abbracciare l’umanità in uno sguardo di sofferta condivisione. Infine, data la persistente tensione internazionale tra Usa e Corea del Nord, i temi legati al nucleare sono, purtroppo, di scottante attualità.




