• martedì , 7 Luglio 2020

Specchi di carta

di Antonio Errico

Ciascuno di noi ha un libro dentro sé: anche una sola pagina, una frase, un rigo appena. Forse anche un libro lontano di scuola elementare, uno di quei libri con le immagini irreali, quelli che seguivano l’avvicendarsi delle stagioni. Ma ciascuno di noi ha un libro dentro, anche se a volte lo ricorda a malapena, perché il tempo è passato e ha fatto fascine di memorie.
Forse il libro che conta in fondo è quello: il proprio libro dei libri, quello dal quale tutti gli altri sono stati generati, che ha provocato la curiosità, il piacere, forse anche il vizio della lettura.
Conta quel libro che si è fatto lievito di un’avventura a volte continua, altre volte rara.
Ma il numero dei libri letti davvero non importa; non è la quantità che determina la sostanza.
Mi pare che sia stato Gustave Flaubert ad aver detto che saremmo certamente molto colti se leggessimo solo quattro o cinque libri.
Perché probabilmente nei quattro o cinque libri ci possono essere tutti i libri scritti in ogni tempo e in ogni luogo.
Allora quello che davvero conta è la profondità che si riesce a raggiungere, quello che resta della lettura, che si stratifica, si sedimenta e al tempo stesso si rinnova costantemente, in relazione alle esperienze che si attraversano, alle emozioni che si provano, alle ragioni che maturano.
Forse bisognerebbe leggere i libri giusti.
Ma quali possono essere i libri giusti, e poi giusti per chi, giusti per cosa? Chi potrebbe consigliarci i libri giusti?
Diceva Virginia Woolf che l’unico consiglio sulla lettura che si possa dare a una persona è di non accettare consigli, di seguire il proprio istinto, di usare il proprio cervello, e di trarre le conclusioni da soli.
Come si fa a sapere se un libro è giusto o sbagliato – per sé – se prima non lo si legge?
Ci sono libri, pagine, versi che ritornano dopo anni e anni e si comprendono solo nel momento in cui ritornano, in una condizione di urgenza o di riflessione.
Si comprendono nella sintesi esistenziale che rappresentano, nell’espressione essenziale con cui si manifestano, nel grumo di senso che hanno tenuto nascosto fino a quando non è venuto il giusto tempo per rivelarlo.
Si legge “Il sabato del villaggio” a tredici anni. Poi lo si legge un’altra volta a diciotto. Ma è soltanto dopo, molto tempo dopo, quando tanta e tanta acqua è passata sotto i ponti, quando si è fatta fitta la trama della propria storia, quando l’intreccio si è aggrovigliato, che si riesce a scoperchiare la botola segreta del significato di quella reticenza terribile e stupenda: “altro dirti non vo’ ”.
Ecco, Leopardi. Uno che a vent’anni aveva letto un oceano di libri.
A un certo punto dello Zibaldone scrive d’essersi accorto “che la lettura de’ libri non ha veramente prodotto in me né effetti o sentimenti che non avessi, né anche verun effetto di questi, che senza esse letture non avesse dovuto nascer da sé: ma pure gli ha accelerati, e fatti sviluppare più presto, in somma sapendo io dove quel tale affetto moto sentimento ch’io provava, doveva andare a finire, quantunque lasciassi intieramente fare alla natura, nondimeno trovando la strada come aperta, correvo per quella più speditamente”.
Probabilmente è davvero così: ogni uomo ha già tutti i sentimenti, forse anche tutte le passioni; ha già sensazioni, percezioni, emozioni, sogni, suggestioni, quello che appartiene all’istinto, al sangue, alla natura. Ha anche cognizioni e visioni della vita. Forse confuse, però.
La lettura le armonizza, le dispiega, le organizza in categorie, le dispone in una rete di relazioni, ne sviluppa le prospettive.




Allora non si vede soltanto la propria esistenza, la propria storia, non si ha confronto soltanto con la propria memoria, con le creature che si sono conosciute, con i luoghi che si sono abitati, ma lo sguardo arriva più lontano, fino alle cose e agli esseri mai conosciuti.
Si scopre l’altro da sé; si rivela un universo sconfinato, nel quale ci sono tutte le storie e tutti i destini possibili, tutti i volti e tutte le voci, tutti i vivi e tutti i morti, e i paesi, e le verità, le finzioni, il bene, il male, la felicità, il dolore, tutte le meraviglie e tutte le paure, tutte le disperazioni e tutte le speranze, tutta la saggezza e la stoltezza del mondo.
Prima venne Lavorare stanca. Poi fu La bella estate, La luna e i falò, Il mestiere di vivere, Paesi tuoi.
Poi non ricordo più l’ordine, neppure la misura.
Lessi mattina e pomeriggio, senza interruzione, per tutto luglio e agosto. Avevo quindici anni.
Non ho più letto Cesare Pavese, dopo quell’estate. Non ne ho più sentito il desiderio, l’attrazione.
Può anche darsi che ne abbia avuto paura. Perché Cesare Pavese può fare paura. Ma ricordo passaggi nitidi, scene precise, descrizioni, personaggi, paesaggi.
Ricordo a memoria passi interi del diario, poesie straordinarie.
L’unico libro che in trent’anni ho letto una decina di volte è stato Dialoghi con Leucò: quello che Pavese ebbe più caro. Che si rigirò tra le mani alla fine, in quegli istanti della notte tra il ventisei e il ventisette di agosto del millenovecentocinquanta, in una camera dell’albergo Roma in piazza Carlo Felice a Torino.
L’ultima frase della sua esistenza la scrisse sul frontespizio, probabilmente quando i barbiturici lo avevano già aggredito: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.
Le stesse parole di Majakovskij.
A volte si rinuncia alla vita; forse mai alla letteratura.
A quarantadue anni se ne andava via così. Forse contento dei libri che aveva scritto. Sicuramente scontento di qualsiasi altra cosa. Dopo essersi costruito la morte, giorno per giorno, e negli ultimi giorni ora per ora.
Il mestiere di vivere è il resoconto di un’esperienza di autodistruzione, di un progetto di annullamento.
Se ne andava via smentendo e tradendo se stesso. Aveva scritto: “Gente come noi innamorata della vita, dell’imprevisto, del piacere di raccontarla, non può arrivare al suicidio se non per imprudenza”. Dunque fu imprudente.
Si parlò dell’attrice americana Constance Dowling: l’ultima delusa passione; per lei aveva scritto Verrà la morte e avrà i tuoi occhi; forse, in particolare, quei versi del venticinque marzo del cinquanta (era appena cominciata la primavera, l’ultima sua primavera) che dicono così: “Sei la vita e la morte. Sei venuta di marzo/ sulla terra nuda – il tuo brivido dura”.
Si pensò che fosse stata lei la causa scatenante.
Ma come si fa a sapere qual è la causa incausata, il macigno che a un certo punto provoca il deragliamento del pensiero spingendolo verso il precipizio del suicidio?
Fu Cesare stesso a dire che i nomi non importano, che sono soltanto nomi di fortuna, nomi casuali. “Se non quelli, altri?”.
Si è detto che Cesare Pavese è stato uno scrittore che ha fatto della sua vita un pessimo romanzo.
Forse è così.
Ma che cosa importa agli altri che cosa fa della sua vita uno scrittore? Che ne faccia un romanzo bello o brutto è faccenda che riguarda solo lui.
Agli altri si consente solo un giudizio sulle parole lasciate nei libri. Basta. I libri di Pavese sono capolavori. Non tutti, certo, non tutti. Nessuno può scrivere solo capolavori.
Forse se ne può scrivere uno, in tutta la vita, se la fortuna e una divinità ti guidano la mano, come la maestra a un bambino i primi giorni di scuola.
Dialoghi con Leucò è un capolavoro. C’è il mito. L’infanzia. Il fato. L’eros. L’audacia. La sconfitta. La tragedia. La salvezza. L’angoscia degli uomini, il loro destino, la vita, la morte.
C’è un linguaggio appassionato che supera i generi.
Per fare un capolavoro di questi dialoghetti, come lui li chiamava, basterebbe solo una frase pronunciata come una sentenza definitiva, assoluta, irreversibile, irrimediabile, irreparabile; una sorta di specchio sul quale l’esistenza si riguarda e si consola, o si spaura.
A Britomarti che chiede: “Dunque accetti il destino?”, Saffo risponde così: “Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta”.
Dalla prima all’ultima riga del Mestiere di vivere si capisce che Cesare Pavese non accettò mai il destino.
Semplicemente sapeva di essere il destino.
Niente di meno e niente di più.

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