Stalin e Tito, l’inferno nelle dittature slave
di Vincenzo Sardelli
COLLABORATORS
di John Hodge, traduzione e regia Bruno Fornasari, con Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Michele Basile, Marco Cacciola, Emanuela Caruso, Bruno Fornasari, Enzo Giraldo, Marta Lucini, Alberto Mancioppi, Daniele Profeta, Chiara Serangeli, Umberto Terruso, Elisabetta Torlasco, Antonio Valentino; scene e costumi Erika Carretta, disegno luci Fabrizio Visconti, musiche originali Rossella Spinosa.
INFO: www.teatrofilodrammatici.eu
ETÀ: ultimo anno scuola superiore
GOLI OTOK, ISOLA DELLA LIBERTÀ
progetto di Elio De Capitani e Renato Sarti, musiche Carlo Boccadoro, luci Nando Frigerio, assistente alla regia Annarita Signore
INFO: www.teatrodellacooperativa.it
ETÀ: ultimo anno scuola superiore
Dittature comuniste e crimini contro l’umanità. Il volto spietato del socialismo reale è al centro di due spettacoli andati in scena a Milano sul finire del 2016: Collaborators, di John Hodge, traduzione e regia di Bruno Fornasari, e Goli Otok, progetto di Elio De Capitani e Renato Sarti. Collaborators, che ha debuttato al teatro Filodrammatici, accenna ai crimini di Stalin in Unione Sovietica. Goli Otok, riproposto al Teatro della Cooperativa, racconta le atrocità del più crudele dei campi d’internamento di Tito nell’ex Jugoslavia.
Collaborators dipinge una Russia culturalmente omologata e artisticamente regolata da una censura opprimente. Qui, dove fermenta il comunismo più gretto e scompare la libertà di opinione, vive e scrive Michail Afanas’evič Bulgakov.
Bulgakov intrattenne con Stalin una relazione altalenante: sottomissione e piaggeria da una parte, coraggio e azzardo dall’altra. Quest’ambivalenza è restituita dalle lettere: la più importante, datata 28 marzo 1930, fu scritta quando Bulgakov pareva sulla strada del suicidio, sulla scia di Majakóvskij. La lettera è un atto di deferenza di Bulgakov al dittatore. Stalin rispose personalmente con una telefonata.
In Collaborators lo scrittore inglese John Hodge immagina che a Bulgakov sia richiesto di scrivere un testo celebrativo di Stalin in occasione del suo sessantesimo compleanno. Inizialmente ricalcitrante, Bulgakov alla fine accetta: per continuare a teatro le repliche del suo Molière, per curare la propria salute malferma e per evitare possibili ritorsioni contro sua moglie. Nella fantasia di Hodge, avviene un capovolgimento di ruoli: Stalin diviene scrittore ed elabora di proprio pugno la propria biografia; Bulgakov si cimenta nell’arte politica, talvolta rimpiazzando lo stesso Stalin.
Con luci ora calde e accoglienti, ora spettrali, Bruno Fornasari inserisce la narrazione in un ambiente domestico. Un armadio stile Cronache di Narnia è anticamera di spazi “altri”.
Si avvicendano tre piani di finzione: quello del sodalizio Bulgakov-Stalin, quello dello spettacolo su Molière che in quel periodo lo scrittore sta mettendo in scena a Mosca con la sua piccola compagnia (la morte del drammaturgo francese in scena combacia con quella dello stesso Bulgakov); infine quello della pièce su Stalin, della quale sono proposti dei frammenti.
Ci confrontiamo con il lato oscuro del potere: odioso, riprovevole, ma non privo di forza seduttiva. Collaborators vede la presenza in scena dello stesso Fornasari e di altri tredici attori di scuola Filodrammatici (convincenti sopra tutti il versatile Tommaso Amadio, nei panni di Bulgakov, e un Alberto Mancioppi perfetta controfigura di Stalin). Il male prevale. La dittatura cala la maschera e risucchia nel suo vortice i vari protagonisti, partendo da quelli collusi con il potere.
Tra gli abomini del Secolo breve c’è Goli Otok, campo d’internamento titino in cui furono rinchiusi – dopo la rottura fra Jugoslavia e Unione sovietica – i “traditori” fedeli a Stalin.
Goli Otok, isola della libertà (progetto di Elio De Capitani e Renato Sarti, musiche Carlo Boccadoro, luci Nando Frigerio, assistente alla regia Annarita Signore) è la storia di Aldo Juretich, monzese nato negli anni Venti a Fiume. Aldo Juretich finì nel lager all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, con altri esponenti della Resistenza jugoslava: guerriglieri, ex combattenti di Spagna, comandanti partigiani, notabili del Partito Comunista jugoslavo, scrittori, poeti, artisti, persino ex agenti dell’Udba, la polizia segreta che arrestava e massacrava gli avversari di Tito.
Nella pièce Aldo Juretich (Elio De Capitani) è visitato da un medico di origine croata (Renato Sarti). Quest’ultimo, dopo aver letto il libro Goli Otok di Giacomo Scotti, riesce a convincere Aldo a raccontare la sua terribile esperienza.
Affiora la discrepanza tra le bellezze della piccola isola di Goli Otok, bianca come Moby Dick, splendente delle sue rocce carsiche, e le atrocità che vi furono commesse. È il teatro civile cui Renato Sarti ci ha abituato. Ma qui c’è un surplus d’umanità, sfrondata d’eccessi ideologici. In piedi di fronte al pubblico, De Capitani e Sarti giganteggiano sulla scena. La moralità che propongono non è quella di eroismi militari o partigiani. È piuttosto il frutto di un dolore empatico, che ricollega a vicende a lungo rimosse dai libri di storia.
Il principio che reggeva Goli Otok era quello del “ravvedimento”: il prigioniero doveva correggere la propria posizione. Fame, sete, malattie, sevizie, erano gli strumenti usati dal sistema. Ravvedimento equivaleva a ricatto. Ci andavano di mezzo ex compagni, amici, parenti. Chiunque poteva entrare, come delatore o come vittima, nel tritacarne del sistema. Le mogli degli internati, per dimostrare di non essere staliniste, dovevano divorziare. Se non lo facevano, erano licenziate e costrette ai lavori più umilianti. I figli erano espulsi dalle scuole per indegnità.
Chi usciva vivo dall’internamento a Goli Otok, andava incontro alla seconda fase del calvario: quello del rientro nella società e del completo isolamento. Chi ritrovava la libertà doveva firmare un documento in cui s’impegnava a tacere la propria storia.
De Capitani e Sarti restituiscono le violenze fisiche del concentrazionismo jugoslavo e il clima di sopraffazione psicologica che conduceva alla delazione e al tradimento.
Non mancano tocchi di leggerezza e ironia nella prova di De Capitani, convincente per sicurezza e naturalezza. Il panorama devastante è descritto con toni pacati. De Capitani e Sarti ci guidano dentro l’isola-galera senza psicodrammi. Entriamo in un cumulo di baracche inospitali, senza lavandini e senz’acqua. La sporcizia si stratifica. Scorgiamo occhi incavati, guance infossate, labbra seccate. Il fetore si mischia all’odore della scarna minestra di porro servita come rancio ai prigionieri. Avvertiamo il gelo della bora e della pioggia attraverso gli spifferi. Sentiamo i silenzi, il dolore delle vesciche alle mani. Passiamo in rassegna le abiezioni degli aguzzini.
Sul male aleggia l’impotenza. Questo teatro vive dell’empatia che si genera tra attori e pubblico, e trasforma la disumanizzazione astratta nello specifico di una storia personale.
Juretich decise di non tradire, nel rispetto etico e umano degli amici, fratelli, e compagni di lotta che volle difendere, convinto che la delazione fosse strategia perdente oltre che vile. Perdente è forse il comunismo quando da ideologia diventa ordinamento dello stato.
I TEMI TRATTATI
Il rigido accentramento autocratico. Il volto ipocrita e disumano dei totalitarismi staliniano e titino. Le vicende tormentate di chi dovette piegarsi, anche da comunista, alle atrocità del socialismo reale, e fu condannato dopo processi-farsa.
Il regime sovietico era improntato al più bieco totalitarismo. La Jugoslavia alla morte di Tito implose in una serie di guerre fratricide.
Le due pièce teatrali evocano la rovina di due uomini e delle loro famiglie. Ricostruiscono le fasi grottesche di pagine di storia degne della Fattoria degli animali di Orwell. Sarebbe semplicistico spiegare le aberrazioni staliniane e titine solo con la cultura del sospetto di due leader ipocondriaci. Stalin e Tito perseguivano in realtà un duplice obiettivo: infangare gli avversari politici, e attribuire loro le defaillance dei due regimi in politica interna ed economica.
Stalin volle stringere ulteriormente i vincoli di obbedienza che legavano i Paesi satelliti all’Urss lanciando una velenosa campagna contro la Jugoslavia di Tito, che dal 1948 aveva adottato posizioni deviazioniste.
Nello specifico dei lager, le punizione, anche se inflitte a innocenti, sortivano effetti utili agli autocrati: dimostravano la forza del regime e prevenivano qualsiasi tentazione separatista. Trasformavano gli inquisitori in complici, rendendoli ancora più servili verso il potere.
Collaborators e Goli Otok aprono uno squarcio sulle nefandezze di due sistemi che, per diversi decenni, hanno sedotto giovani, ex partigiani, idealisti di tutto il mondo.

