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Teatro ibrido interculturale

di Vincenzo Sardelliteatro

L’immigrazione come risorsa, esplorata partendo dal punto di vista e dalla psicologia dell’immigrato. Un’analisi umana nel segno della complessità, oltre ogni tentativo di semplificazione antropologica, politica e sociale. Il teatro offre uno sguardo sugli scenari sociali e culturali ridisegnati nell’odierna società italiana. È l’occasione per riflettere sui nuovi modelli di convivenza, sulle problematiche della cosiddetta “seconda generazione”, che in Italia si prova a comporre eludendo le derive conflittuali che ultimamente – da Charlie Hebdo a Bruxelles, da Parigi ad Ansbach, a Nizza – stanno attraversando l’Europa.

La prudenza è d’obbligo, ma la galassia multiculturale italiana pare globalmente denunciare i fanatismi manichei e l’odierno delirio terrorista e sanguinario, mirando al confronto paritetico tra i vari gruppi etnici e all’integrazione.

Il teatro, l’arte in generale, è incontro, riflessione tesa al riconoscimento reciproco e capace di offrire varie angolazioni per accostarsi al tema della multiculturalità. Giovani autori e attori italiani dall’identità ibrida, nati o provenienti da Albania, Russia, Pakistan, Afghanistan, Iran, Romania, Brasile, intrecciano esperienze di vita e di creatività con artisti italiani in senso stretto.

Il concerto Nova Bossa Controvento del cantautore milanese Marco Massa e dell’antropologo e musicista brasiliano Nenè Ribeiro incrocia melodie e idiomi di qua e di là dall’Atlantico. Il reading Come le cicogne è frutto di un laboratorio di narrazione teatrale sulla migrazione curato da Mihai Mircea Butcovan, scrittore e poeta d’origine romena.

Studio su call of duty – fake version, dell’artista russa Tatiana Olear con la regia di Manuel Renga, è uno spettacolo tra reale e virtuale che prende spunto dal nome di uno dei videogiochi più venduti al mondo, per parlare di guerra, tra figure fantastiche e surreali global-web-trash.

La genovese Laura Sicignano, in collaborazione con Shahzeb Iqbal, cura la regia di Vivo in una giungla, dormo sulle spine, testo tratto da un verso di un poema popolare pakistano, che narra la complicata relazione tra un giovane rifugiato pakistano e l’avvocata sua tutrice.

Sempre Laura Sicignano è coautrice e regista di Compleanno afghano, di e con Ramat Safi, fuggito dall’Afghanistan e arrivato in Italia ancora minorenne. Lo spettacolo racconta il diciottesimo compleanno di Ramat, evento-snodo per riflettere sul passato e su un futuro tutto da costruire.

Ma è su due spettacoli “gemelli” che intendiamo soffermarci: Albania casa mia, di e con Aleksandros Memetaj (regia di Giampiero Rappa); e Mi chiamo Aram e sono italiano, scritto da Aram Kian con Gabriele Vacis, con lo stesso Kian, artista d’origine iraniana, diretto in scena proprio da Vacis, uno dei più blasonati registi teatrali italiani.

Albania casa mia è un percorso fisico e psicologico di un venticinquenne che dal Paese delle Aquile giunge in Italia. L’arco temporale va dall’infanzia all’età adulta. È un viaggio identificativo, il bisogno di ricostruzione di una famiglia dopo quarant’anni di dittatura comunista.

Un’odissea di fughe, viaggi in bilico tra la vita e la morte, ritorni e ripartenze. Un atto di resilienza contro le intemperie della vita. Il desiderio di rinascere. La fatica di ridefinirsi in un Paese straniero. Crescere lontano dalla propria patria, sapendo di non appartenere alla terra in cui si vive, consente di acquisire identità multiple, ma lascia anche la sensazione di vivere da sradicati.

Albania casa mia è un monologo che osa poco sul piano registico. Memetaj tuttavia sprigiona un’ironia amara, fatta di smorfie sardoniche tipicamente balcaniche. La doppia lingua è ibridazione e ambiguità, rifugio segreto, camera delle meraviglie che permette un gioco elusivo infantile. Tra storia, politica e sogno, anche attraverso dettagli secondari, come il modo di bere o di fumare, emerge l’essenza reale di un popolo che in qualche modo ci assomiglia, spiritualmente ancora più vicino del breve tratto di Adriatico che lo separa dall’Italia.

Una prova d’attore onesta. Una drammaturgia a tratti così dettagliata da risultare dispersiva, che tuttavia incide quando  evoca odori e colori. Memetaj mostra con efficacia scultorea i sentimenti che si addensano sul viso dei vari personaggi che cita e interpreta con credibile versatilità.

 

Un brio leggero attraversa Mi chiamo Aram e sono italiano, autobiografia metà vera e metà fantastica di Aram Kian, che narra la propria educazione famigliare, scolastica e sentimentale in una periferica, immaginaria, città del nord Italia. Anche qui non ci scostiamo dagli ingredienti del monologo classico: un giubbotto, dei jeans, una sedia. Ma il testo è frizzante. La drammaturgia parte dalla biografia e la arricchisce di una sorta di realismo magico, compensando i momenti meno avvincenti con pagine inventate d’esilarante comicità, capace di spazzare la rabbia e la frustrazione che pure affiorano qua e là nel protagonista.

Aram è un ragazzo italiano nato a Roma da madre romana e padre iraniano. È cresciuto a Sinago Milanese, SynagoSyty, luogo immaginario perfettamente assimilabile a tanti luoghi reali. Lungo la sua vita, si susseguono episodi d’ordinario (e bonario?) razzismo all’italiana: chiamano Aram “arabo”, ma è persiano; lo definiscono “straniero”, ma è italiano; gli affibbiano l’epiteto di “Gheddafi”, invece assomiglia piuttosto a Saddam. Per la sua professoressa di storia è semplicemente “Khomeini”. Se suo padre si piega e quasi si scusa davanti alle umiliazioni subite dal figlio, Aram alza la testa indispettito.

Una comicità da commedia dell’arte, una leggerezza venata di realismo magico permette a questo spettacolo d’eccellente artigianato italo-iraniano  d’esorcizzare temi complessi e probabili riferimenti al terrorismo, richiamati da intermittenti esplosioni di sottofondo.

 

Mi chiamo Aram e sono italiano e gli altri spettacoli citati pongono l’accento sulla ricchezza, sulla varietà e sugli stimoli culturali insiti nella società multietnica e multiculturale. Affiora un modello che prevede rispetto reciproco tra i vari gruppi, e consente alle minoranze di esprimersi senza patire le ostilità e i pregiudizi di una società multicaotica.

 

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