• sabato , 14 Dicembre 2019

«Ti si moj zivot», Tu sei la mia vita. Tra poesia e memoria, le ferite di Sarajevo

di Vincenzo Sardelli

 

TI SI MOJ ZIVOT (TU SEI LA MIA VITA)
Scritto e diretto da Alessandro Veronese
Con Elisa Giorgio e Alessandro Veronese
Aiuto regia Francesca Gaiazzi
Video e grafica Rotondo Design

 

Durata: 1h e 10’

 

Info: mail alectas@yahoo.it; cell. 3482911733

Età: dai 12 anni

 

Abstract

Sarajevo, anni Novanta: un assedio durato quasi quattro anni, una città divenuta simbolo dell’odio cieco, lacerante. Ti si moj zivot (tu sei la mia vita), di e con Alessandro Veronese, racconta la vita durante la guerra, l’amore, la paura, la speranza. Persone come Zlata, come Bosko e Admira, sono al centro di un vero e proprio romanzo di formazione utile per colmare i vuoti lasciati dai programmi scolastici.

 

Un crocevia d’interessi, scambi e genti. Una sarabanda di religioni ed etnie. Un diaframma fragile ed esplosivo, tra Europa e Asia. Questo è la ex Jugoslavia. Non a caso si parla di “polveriera balcanica”. Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, ne è in qualche modo il centro nevralgico e simbolico.

A tutti viene in mente l’attentato che nel 1914 fece da innesco alla Prima Guerra Mondiale. Ma i colpi di pistola con cui lo studente Gavrilo Princip uccise l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando e la moglie Sofia sono solo l’episodio più rappresentativo di una città tormentata.

 

Sarajevo non è bella o grandiosa come altre capitali europee. È priva della vitalità artistica e culturale di Parigi o di Londra. Mancano gli impulsi misteriosi e onirici di Lisbona. Eppure ha il fascino della storia, dei suoi traumi infiniti. Occorre un approccio cauto, silenzioso, per penetrarvi.

Le ferite di Sarajevo sono spiragli attraverso cui è possibile scorgere il cuore martoriato e pulsante. È con questo spirito che la compagnia teatrale La Fenice dei Rifiuti si è accostata alla città balcanica, addentrandosi in una delle pagine più laceranti della storia dell’Europa contemporanea.

 

Ti si moj zivot (tu sei la mia vita), di e con Alessandro Veronese, è la storia di un assedio durato dall’aprile 1992 al febbraio 1996. In scena al Teatro Libero di Milano con Elisa Giorgio, Veronese racconta uno dei capitoli più aberranti della storia del secondo dopoguerra.

La guerra nella ex Jugoslavia ebbe un prologo soft in Slovenia, proseguì con 24mila morti in Croazia e divampò in Bosnia, con l’incubo di prigionie, deportazioni e atti ripetuti di genocidio. Quattro anni, quasi 100mila morti.

 

Ti si moj zivot ha un abbrivio leggero, che cercherà di custodire fino alla fine. In scena, una cesta di giochi piena di peluche. Si comincia con la proiezione di video di una natura amena in risveglio, fiori e piante. E poi, ancora, riferimenti allo spirito sportivo universale alla De Coubertin: quello delle Olimpiadi invernali del 1984, ultimo grande evento internazionale organizzato dalla Jugoslavia unita; o quello dei Mondiali di calcio del 1990, quando la nazionale balcanica sfiorò l’impresa contro l’Argentina di Maradona, accarezzando il sogno della semifinale. E invece fu la guerra. Fu la divisione. Una frammentazione di nazionalismi aspri e cruenti, che colse di sorpresa sia l’Onu sia l’Europa.

 

Sarajevo rappresenta ancora la memoria di quegli anni atroci. Veronese e Giorgio, con il loro racconto mutevole e con l’ausilio di voci amplificate al microfono,  ce ne restituiscono le sequenze drammatiche: ci pare di vedere, di sentire i tiri incrociati delle artiglierie, i cecchini che colpiscono senza sosta, il tiro al bersaglio continuo

In Ti si moj zivot, la grande Storia incontra le piccole storie. Le atrocità sono temperate da tenere vicende poetiche. Come quella di Zlata Filipovic, 11 anni, la bambina che, proprio come Anna Frank, tenne un diario che sarebbe diventato un bestseller. Zlata testimoniò la tragedia della guerra. Con i suoi occhi candidi, vide lentamente la città trasformarsi in un cimitero. Zlata osservava di soppiatto «le case mutilate dalla faida», come dice anche Primavera a Sarajevo, successo sanremese di Ruggeri e Mirò.

 

Elisa Giorgio dà voce alle emozioni di Zlata. Il suo diario registra eventi minimi di vita quotidiana: gli studi, la scuola di musica, gli amici, l’ammirazione per le star televisive e musicali. Ma la guerra fa crescere in fretta. È un mondo cieco, dominato da paura e disperazione. Alla valvola di sfogo che è il diario, Zlata dà il nome di Mimmy, amica immaginaria come la Kitty di Anna Frank. Ma qui le mutazioni sono tangibili: intere nottate passate in cantina, rombi di granate, raffiche di cecchini, roghi di case, amici uccisi. Zlata non si arrende: soffre, vive, spera. La sua testimonianza diventa segno delle sofferenze di un popolo, assurge a grido di pace.

 

Frammenti come fotogrammi. Come la storia di Vedran Smailovic, il musicista che per tre settimane sfidò i cecchini suonando il contrabbasso tra le macerie della biblioteca della città sventrata dalle bombe. E infine la storia delle storie, quella di Bosko e Admira, lui serbo ortodosso, lei bosniaca musulmana. Si erano conosciuti davanti a un bar, s’innamorarono, non si lasciarono più. Sognavano un matrimonio e una famiglia. Ma sulle loro teste piovevano proiettili, non chicchi di riso. Tutt’intorno cadaveri.

Bosko e Admira, Romeo e Giulietta dei Balcani. Si erano conosciuti a 17 anni. A 25 tentarono la fuga attraverso un ponte. Avevano con loro solo due zaini. Un fiume li separava dalla frontiera, dalla libertà. Confidavano che i soldati, giovani come loro, li avrebbero risparmiati.

Bosko e Admira, storia di un amore senza lieto fine. Otto anni d’amore, otto giorni insepolti nella terra di nessuno. Senza una tregua per raccogliere i loro corpi, senza un sussulto d’umanità per seppellirli. Una foto li ritrae abbracciati: un solo corpo, quattro gambe, il loro amore: infinito, come un 8 coricato.

 

Ci sono vari registri in questo spettacolo artigianale, dalla recitazione naïf, fresca, capace di agganciare un pubblico giovane. Perché le storie d’amore, il fascino di una ragazzina che non smette di sognare mentre tutto intorno muore, i rituali di corteggiamento timido e di resistenza, tra mille avversità, definiscono insieme un inesauribile romanzo di formazione.

 

PERCHÉ LO CONSIGLIAMO

Ti si moj zivot racconta una guerra così vicina, così lontana. Vicina nel tempo e nello spazio. Lontana per essere toccata dai faticosi programmi scolastici, che spesso si fermano all’immediato secondo dopoguerra, quando va bene alla Conferenza di Yalta e, se si va spediti, alla nascita dell’Onu e di Israele. Giusto qualche cenno sbrigativo all’11 settembre e al terrorismo internazionale. E invece pochissimo, quasi nulla, dei genocidi degli anni Novanta, come quello del Ruanda (1994) e appunto quello della ex Jugoslavia.

Eppure i Balcani sono una miniera per comprendere la contemporaneità, per accostarsi a una geografia rivoluzionata, per leggere gli eventi che, tra mille atrocità, hanno portato a superare i nazionalismi, rafforzando lo spirito europeo. Nazionalismi che ora tornano a galla

 

L’orrore nei Balcani raggiungerà il culmine in due episodi che convinceranno gli Stati Uniti e la comunità internazionale della necessità di far finire quella guerra di tutti contro tutti: la strage di Markale, il mercato di Sarajevo, nel febbraio 1994 e, soprattutto, il massacro di Srebrenica tra l’11 e il 18 luglio 1995, con 8mila musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladic, e centinaia di donne stuprate.

 

Ma questo spettacolo contiene note ilari, delicate, capaci di alleggerire, generalmente senza banalizzare, un tema così doloroso. Non mancano i momenti elegiaci. I corpi abbracciati di Admira e Bosko nei pressi del ponte di Vrbanja, abbandonati al sole per otto giorni, restano il simbolo della tragedia bosniaca. Adesso riposano fianco a fianco nel cimitero di Sarajevo. Proprio di fronte alle loro tombe, oltre il muro di cinta del camposanto, c’è il caffè dove i due si erano incontrati e avevano trascorso ore sognando un amore lontano dalle bombe e dall’odio. La loro storia continua a ricordarci che l’amore è più forte della morte.