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Una cultura del dialogo anche nella scuola

La crescita dei cittadini di domani passa attraverso un’educazione morale che abitui a sentirsi parte di una comunitàdi Antonio SantoroLa necessità, avvertita, di “arginare le correnti del ritorno a Hobbes” pone l’esigenza di promuovere la cultura del dialogo affinché la frequenza scolastica si caratterizzi ancor più, secondo l’auspicio e la speranza di Cesare Scurati, come “esperienza biograficamente costruttiva e socialmente innovativa”.

Spero che il lettore di Scuola e Amministrazione vorrà scusarmi se, a distanza di alcuni mesi, torno a segnalare l’esigenza della “attivazione di itinerari (scolastici) di natura educativa” (1): la necessità, dunque, che sistematicamente e responsabilmente si coltivi, nelle diverse realtà del sistema-scuola, la prospettiva della formazione di “cittadini futuri che sappiano rispondere adeguatamente alla pluralità e alla diversità e che siano in grado di gestire produttivamente i conflitti attraverso il dialogo e forme di convivenza pacifica, di solidarietà e di altruismo, oltrepassando quell’imperante individualismo che oggi contrappone il condominio all’agorà” (2).

Si tratta di una sollecitazione e di un impegno che in termini più o meno espliciti ritrovo nell’ultimo scritto (Retrotopia) di Zygmunt Bauman, nel quale si rileva, con sofferenza e viva preoccupazione, che nella società liquida del tempo presente neppure il Leviatano di Hobbes sembra più in grado di assolvere la missione attribuitagli, quella di “domare la crudeltà innata degli esseri umani, dando così all’uomo la possibilità di vivere in compagnia di altri uomini una vita che altrimenti sarebbe «misera, ostile, animalesca e breve»”: cioè quella di reprimere o almeno di contenere “l’aggressività endemica dell’uomo”, che sempre più sfocia “nella propensione alla violenza”, la quale oggi “non sembra affatto diminuita, e tanto meno estinta”, poiché “è invece ben viva, e sempre pronta a scattare con preavviso minimo, e a volte perfino senza” (3).

Oltrepassare “l’imperante individualismo che oggi contrappone il condominio all’agorà”: perché non iniziare dai banchi scolastici?

Anche secondo Bauman, “noi stiamo tornando al mondo di Hobbes […] ad esempio (per la) crescente emulazione di azioni violente” (4), quindi per il continuo manifestarsi di una “aggressività che (spesso) nasce dal senso intollerabile di umiliazione e mortificazione, o dall’orrore altrettanto insopportabile dell’esclusione e del degrado sociale” (5), oppure ‘semplicemente’, e più in generale, perché da tutti, dalle “forze coalizzate dei mercati, (dai) nostri insegnanti, (dai) manager sul posto del lavoro, perfino (dai) media […] siamo stati (e continuiamo ad essere) ribattezzati «individui in competizione»” (6).

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bigstock-189140152 Così tornano l’insicurezza e l’incertezza del vivere, e non aiuta di certo la nuova moralità: la “moralità del «ritorno al sé» […], non più orientata su qualcosa che è «fuori» – l’Altro […], la comunità, la società, l’umanità, il pianeta in cui tutti viviamo”; la “moralità (che) da centrifuga si fa (sempre più) centripeta: e se un tempo era il principale collante al servizio del superamento delle distanze tra le persone, del loro avvicinamento, dell’integrazione, ora entra a far parte del grande e crescente armamentario della divisione, della separazione, della dissociazione, della alienazione, della lacerazione” (7).

La nostra, aggiunge Bauman, è “un’età di crisi”, che presenta problemi di non facile soluzione. La risposta più convincente alla propensione diffusa di dividere gli uomini, “una risposta che non è certo una formula magica capace di produrre effetti immediati, ma semmai un invito a un lungo e tortuoso cammino, senza alcuna certezza di successo – l’ho trovata nel discorso pronunciato da papa Francesco […] il 6 maggio 2016, quando gli è stato conferito il premio europeo Carlo Magno. Quella risposta si basa sulla capacità di dialogo; e qui di seguito la riporto (in parte) testualmente, perché così merita di essere compresa:

       «Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale […].

Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curricula scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare ‘coalizioni’ non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose […] Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro»” (8).

Formare “coalizioni culturali ed educative”: da Zygmunt Bauman a Papa Francesco, è trasversale l’invito ad inserire nei curricula degli alunni la cultura del dialogo, da coltivare tramite l’esempio quotidiano.

Da papa Francesco e da Zygmunt Bauman la richiesta dunque – in primo luogo agli uomini di scuola, a dirigenti e a insegnanti – di promuovere, nei contesti di azione formativa, la cultura del dialogo. Un impegno educativo che, come annotavo  nel contributo dello scorso mese di maggio, può essere avviato già nella scuola primaria con la proposta e la realizzazione delle tre specifiche attività  del progetto MELARETE – dialogare sulle questioni etiche, leggere e scrivere storie eticamente significative, scrivere la propria esperienza in relazione ai vissuti ritenuti rilevanti sul piano etico – (9), e via via sviluppato e progressivamente attuato ‘informando’ in termini appropriati i vari insegnamenti disciplinari, e con l’offerta di “esempi virtuosi da imitare”, di riferimenti in grado di “educare l’individuo all’esercizio delle virtù”: di quelle virtù senza le quali “il conflitto potrebbe esser tale da non essere in alcun modo governabile, sfociando nella dissoluzione dello stesso tessuto sociale” (10).

Si tratta, evidentemente, di concretizzare una prospettiva di azione professionale consapevolmente sostenuta e orientata dalla “esigenza (di favorire tra gli allievi) un dialogo che […] permetta di conseguire delle norme morali da tutti condivise” e, oggi più di ieri, dall’altra (esigenza) “di un ethos senza del quale non è possibile salvaguardare la dignità di ciascun individuo umano come pure la convivenza sociale” (11).

Note

  1. Cesare Scurati, Luciano Pazzaglia, La scuola tra disagi e nuove opportunità, Pedagogia e Vita, n. 2, marzo-aprile 2009, p. 65;
  2. Alessandro Versace, «L’effetto onda». L’insegnamento dei valori nel contesto scolastico, Orientamenti Pedagogici, n. 4/2016, p. 680;
  3. Zygmunt Bauman, Retrotopia, Laterza, Bari 2017, p. 3;
  4. ivi, p. 25;
  5. ivi, p. 28;
  6. ivi, p. 37;
  7. ivi, pp. 129-130;
  8. ivi, pp. 165-167;
  9. cfr. Antonio Santoro, Un progetto di educazione etica per la crescita della persona, Scuola e Amministrazione, n. 5 / maggio 2017, p. 9;
  10. Antonio Meli, Per un progetto razionale di etica. Orientamenti Pedagogici, n. 2/2017, p. 370-371;
  11. ivi, pp. 376-377.

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