• lunedì , 17 Gennaio 2022

Una proposta di riforma del nostro sistema di istruzione e formazione

di Antonio Santoro

Nell’ultimo libro di Giuseppe Bertagna, considerazioni severe sulle ‘inadempienze’ del Ministero dell’istruzione durante la fase acuta della pandemia e la ri-proposizione di linee di azione politica “per cambiare il (nostro) sistema di istruzione e formazione in prospettiva inclusiva e pluralista”.

La scuola al tempo del Covid. Tra spazio di esperienza ed orizzonte d’attesa – scrive Giuseppe Bertagna nella Introduzione del suo libro pubblicato nello scorso anno (Edizioni Studium, Roma) – “è una specie di diario di quanto è successo da febbraio a ottobre 2020 nel sistema scolastico italiano, dopo l’esplosione della pandemia Covid-19. Un diario programmaticamente ed esplicitamente critico, però”: che indica anche “quanto […], ad avviso dell’autore, si sarebbe dovuto e potuto fare, e perché, dal punto di vista della pedagogia della scuola” (p. 33).

E’ un diario critico perché denuncia, soprattutto e in particolare, la sostanziale incapacità del Ministero dell’istruzione di definire e promuovere iniziative, specifiche, in grado di evitare ciò che poi si è effettivamente verificato: il fatto, cioè, che “le attività didattiche a distanza (DAD) attivate in modo improvvisato ancorché volenteroso e ritardato dopo lo choc della chiusura (delle scuole) hanno finito per diventare un ulteriore fattore d’aumento delle già forti disuguaglianze formative esistenti nel Paese, invece che fattore di un loro contenimento” (p. 102).

Il nostro Ministero dell’istruzione – evidenzia ancora Bertagna – ha infatti trascurato “di pensare che cosa predisporre sul piano formativo da maggio a settembre per chi avrebbe dovuto essere al centro delle sue preoccupazioni dopo mesi e mesi di chiusura delle scuole e di percorsi didattici inevasi, ovvero gli studenti, soprattutto i più piccoli dell’infanzia e primaria che si è dimostrato ricavino rilevanti danni educativi, psicologici e culturali di lungo periodo senza più le routine dei tempi, degli amici, delle attività e delle relazioni scolastiche” (p. 103).

Ed è del tutto inaccettabile – continua il pedagogista – che il Ministero, “per la responsabilità sociale oltre che culturale che gli è attribuita, non abbia pensato […] alla possibilità di immaginare una scholé estiva” (p. 106), la quale “sarebbe potuta diventare (anche) un laboratorio sperimentale per rilanciare possibili linee di una riforma del sistema di istruzione e formazione che si aspetta senza successo dal 2001, coinvolgendo 41 mila scuole statali e 10 mila non statali paritarie” (p. 109).

La scholé estiva, “non obbligatoria, ma scelta volontariamente dalle famiglie e dagli studenti (di tutti gli ordini e gradi di scuola) in base alle loro esigenze e ai loro fini”, avrebbe potuto – coinvolgendo piccoli gruppi in presenza –  efficacemente “contribuire alla diminuzione delle disuguaglianze formative rese ancora più evidenti dalla pandemia, ma insieme anche […] sviluppare meglio e di più i talenti di ciascuno” (p. 112).  Perché avrebbe consentito ( possibilmente – ndr):

a) l’organizzazione dei LARSA, cioè dei Laboratori di Approfondimento, Recupero e Sviluppo degli Apprendimenti scolastici, per una proficua tempestività delle specifiche azioni promozionali;

b) la predisposizione di “attività formative in ambiente E-learning: formazione del tutto virtuale o blended, a seconda dei bisogni, erogata in modo asincrono (cioè con materiali pensati, preparati e montati prima) per gruppi anche numerosi di studenti”;

c) l’offerta / organizzazione di “attività elettive libere – ma assistite – per piccoli gruppi”, da svolgersi sia a scuola che nel territorio;

d) la proposta di “esperienze di Service Learning ad alta sensibilità civica e sociale”: quindi, di impegni in attività a favore della comunità locale di appartenenza, sicuramente capaci di favorire, anche, fondamentali processi di crescita personale assieme a significative espressioni di cittadinanza (cfr. pp 112-114).

Lo sguardo rivolto al futuro della scuola porta poi lo studioso a rilevare, in primo luogo, l’impossibilità di “governare e risolvere i problemi dell’educazione,  della formazione e dell’istruzione nel nuovo millennio, riproponendo soltanto un aggiustamento delle scelte di un passato che può essere stato glorioso, ma che oggi non è <inattuale> nel senso positivo che Nietzsche attribuì a questo termine, ma soltanto del tutto <anacronistico e distopico>; e a sottolineare, successivamente, l’indispensabilità di “introdurre nette soluzioni di continuità rispetto al passato” (pp. 146-147). Per passare infine a proporre, di nuovo, linee di azione politica, intendimenti e scelte già presenti nell’impianto culturale della Riforma Moratti. Si pensi, solo per fare un esempio, alla proposta di articolazione della funzione docente (per l’insegnamento d’aula e le attività di laboratorio) che prevede, pure, la re-introduzione della figura del docente-tutor, ancora  ritenuta in assoluto fondamentale per la personalizzazione dei percorsi nel sistema educativo di istruzione e di formazione.

PER CONTINUARE A LEGGERE QUESTO ARTICOLO DEVI ESSERE ABBONATO! Clicca qui per sottoscrivere l’abbonamento