• mercoledì , 17 ottobre 2018

Valutare le competenze, facciamo chiarezza

La nostra Rita Bortone torna su un tema caldo in vista degli scrutini, spiegando che cos’è il “regolamento di valutazione”

 di Rita Bortone

 

Un po’ di tempo fa, questa rivista pubblicò un mio articolo dal titolo Preparare agli esami di Stato o sviluppare competenze? L’elemento centrale del titolo stava, secondo me, nella “O” disgiuntiva. Volevo ironizzare su di una domanda che un professore incautamente mi aveva rivolto e che denotava una grande confusione concettuale: infatti, i due elementi disgiunti dalla O (preparare agli esami di Stato, sviluppare competenze) non potevano esser considerati alternativi l’uno all’altro, e l’articolo verteva appunto sul fatto che oggi la  preparazione agli esami di Stato non solo non è altra cosa rispetto a sviluppare competenze, ma implica lo sviluppo di competenze. Quel titolo generò qualche perplessità in alcuni lettori, che non compresero l’ironia insita in quella O.

Tra i titoli pubblicati nell’ultimo numero della nostra rivista sono stata colpita da quello che così recita: “Valutazione del profitto e delle competenze: urge chiarezza”.

Si tratta della risposta del nostro Direttore ad un quesito posto da un insegnante di lettere: una risposta articolata, puntuale, esaustiva, che mi ha trovata del tutto concorde.

Tuttavia, quel titolo – che sintetizzava la domanda del lettore, e non certo la risposta del Direttore –  mi ha richiamato alla mente le incomprensioni generate dal titolo del mio vecchio articolo.

Qui non si tratta di una “o” disgiuntiva, ma di una “e” che congiunge: il problema di comprensione che ne potrebbe derivare è però dello stesso tipo.

E poiché lo stesso titolo afferma che “urge chiarezza”, mi permetto di fare qualche considerazione che forse va oltre il merito del quesito posto, ma che mi auguro possa offrire al lettore qualche ulteriore spunto di riflessione.

Il quesito rivela, nella sua formulazione, un problema da me più volte evidenziato nelle esperienze di formazione e nel frequente contatto con gli insegnanti: la quantità di parole-concetto introdotte dalla nuova scuola senza adeguata preparazione degli insegnanti sul piano psico-pedagogico e valutativo; la quantità degli adempimenti richiesti dal centro e la pretesa di risposte immediate; la mediazione da parte di dirigenti talvolta non più preparati, sui temi in questione, degli stessi insegnanti; la distanza delle esperienze di formazione in servizio dai reali bisogni di conoscenza dei docenti;  la mai costruita cultura dell’autonomia, della collegialità e dello scambio all’interno di uno stesso Istituto, e infine l’entità del diffuso nonsenso generato dai fattori fin qui menzionati spesso fanno sì che il nuovo lessico smarrisca del tutto il suo significato, e che non si sappia riconoscere in due parole diverse lo stesso concetto, o in una sola parola due diversi tratti semantici.

 

  1. Una congiunzione impropria

L’uso della congiunzione “e” tra il profitto e le competenze fa pensare che il profitto e le competenze siano due cose diverse.

Le competenze, invece, non sono altro rispetto al profitto. Sono il contenuto (una parte del contenuto) del profitto.

Se il profitto degli studenti della vecchia scuola si riferiva all’acquisizione di conoscenze (quantità e qualità), oggi il profitto degli attuali studenti si riferisce (dovrebbe riferirsi) alla padronanza di conoscenze, abilità e competenze (quantità, spendibilità, autonomia d’impiego in situazioni di realtà): queste infatti costituiscono le tre tipologie di obiettivi indicati a livello nazionale come articolazione (rubricazione?) della formazione dello studente. La scuola d’oggi mira dunque a produrre un profitto che è esso stesso competenza (oltre che conoscenza e abilità, s’intende). Lo studente in uscita dalla vecchia scuola era uno studente istruito e/o educato, mentre lo studente in uscita dalla nuova scuola è (dovrebbe essere) uno studente competente: la condizione della competenza implica l’istruzione e l’educazione, ma le supera entrambe nel suo doversi manifestare in situazioni di realtà.

Il voto di profitto dunque (spesso contrapposto al voto di condotta) indicava prima ed indica oggi il livello di preparazione in una disciplina o nell’insieme delle discipline. Ciò che è cambiato è il significato di preparazione: ieri consisteva nel possesso di conoscenze, oggi nel possesso di conoscenze, di abilità e di competenze, specifiche e trasversali.

Valutare il profitto, dunque, implica insieme la valutazione di conoscenze, di abilità e di competenze.

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