{"id":11622,"date":"2020-05-18T18:02:35","date_gmt":"2020-05-18T16:02:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/?p=11622"},"modified":"2020-05-18T18:05:07","modified_gmt":"2020-05-18T16:05:07","slug":"la-scienza-di-esistere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/la-scienza-di-esistere\/","title":{"rendered":"La scienza di esistere"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Di Antonio Errico<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Con il vestito buono e la cravatta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Noi eravamo al centro. Su una Terra piatta e immobile, per\u00f2 eravamo al centro. Tutto ci ruotava intorno: la Luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno ci ruotavano intorno. Eravamo noi l&#8217;essenzialit\u00e0 dell&#8217;universo. Ci abbiamo creduto; per secoli e secoli ci abbiamo creduto. Probabilmente, fino ad un certo punto, \u00e8 stata la convinzione pi\u00f9 profondamente radicata, quella che non sembrava potesse subire mai una qualche confutazione. La nostra centralit\u00e0 nell&#8217;universo era un sapere sul quale non si nutriva e non si poteva nutrire nessun dubbio, se non per dabbenaggine o per eresia. Rappresentava la certezza di una conoscenza che ci dava anche un sentimento di supremazia. Noi eravamo al centro. Eravamo l&#8217;assoluto.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi venne Copernico e l&#8217;assoluto si disgreg\u00f2, si immiser\u00ec nel relativo, quella convinzione inconfutabile fu confutata, il sapere indubitabile fu dubitato; perdemmo l&#8217;orgoglio smisurato di essere al centro, il centro. Poi venne Copernico e la Terra si trasform\u00f2 in \u201cun&#8217;invisibile trottolina, cui fa da sferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perch\u00e9, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar cos\u00ec, per farci sentire ora un po&#8217; pi\u00f9 di caldo, ora un po&#8217; pi\u00f9 di freddo, e per farci morire &#8211; spesso con la coscienza d&#8217;aver commesso una sequela di piccole sciocchezze &#8211; dopo cinquanta o&nbsp; sessanta giri\u201d. Cos\u00ec dice Pirandello ne <em>Il fu Mattia Pascal<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Copernico ha rovinato l&#8217;umanit\u00e0, irrimediabilmente, dice. \u201cOrmai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell&#8217;infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell&#8217;Universo\u201d. Le nostre storie non sono altro che storie di vermucci, ormai.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c&#8217;\u00e8 dubbio che&nbsp; le cose dell&#8217;universo stessero nel modo in cui stanno anche prima che Copernico lo capisse.&nbsp; Ma l&#8217;uomo non lo sapeva, e l\u00ec, al centro dell&#8217;universo, ci faceva una bella figura.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi venne Copernico \u2013 maledetto sia Copernico, dice Pirandello &#8211; e l&#8217;uomo dovette rinunciare alla sua bella figura, alla certezza e all&#8217;illusione della sua certezza, del suo sapere.<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>Ogni giorno si rinuncia a una certezza, all&#8217;illusione di sapere qualcosa. Ci si illude di avere conoscenza di noi, delle cose intorno a noi, a volte si ha addirittura la presunzione di controllarle, di orientarle,&nbsp; di poterle governare. Invece, ad un certo punto si verifica un fenomeno che non avevamo previsto, che non potevamo prevedere. Forse \u00e8 proprio questa la condizione che fa la differenza fra la certezza e l&#8217;illusione di conoscere&nbsp; qualcosa: la possibilit\u00e0 di prevedere. Forse si pu\u00f2 avere certezza del sapere soltanto se si \u00e8 in grado di prevedere in che modo possa svilupparsi quello che si conosce. Certo, la scienza per molti aspetti consente questa possibilit\u00e0. Ma non per tutte le cose, ancora, e nessuno pu\u00f2 sapere se sar\u00e0 mai in grado di farlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse in ogni tempo esister\u00e0 la condizione del non ancora che render\u00e0 incerto e continuamente smottante il sapere di quello che riguarda l&#8217;umano e il sovrumano, ed esister\u00e0 sempre la ricerca, la tensione a modificare quella condizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo insegna la scienza e la storia della scienza. Da questo si dovrebbe imparare molto: soprattutto si dovrebbe imparare a considerare estremamente precarie, provvisorie, friabili&nbsp; le conoscenze che abbiamo e ancora pi\u00f9 precari i codici e gli strumenti con i quali esprimiamo e applichiamo le conoscenze. Si dovrebbe imparare ad esporsi al rischio della rivelazione, pi\u00f9 o meno graduale, pi\u00f9 o meno improvvisa,&nbsp; che il nostro sapere, in casi non rari,&nbsp; non \u00e8 altro che un&#8217;illusione di sapere.<\/p>\n\n\n\n<p>Si dovrebbe imparare. Invece spesso abbiamo l&#8217;arroganza di sapere, riteniamo che le nostre conoscenze siano essenziali, che quello che sappiamo non sar\u00e0 mai messo in discussione. Pensiamo che le conoscenze che servono oggi serviranno certamente anche domani, anche fra venti, cento anni, che serviranno per sempre. La nostra etica, la nostra estetica, la nostra letteratura, la nostra scienza, le nostre leggi, le lingue che parliamo, le denominazioni e i significati che attribuiamo ai fatti e&nbsp; alle cose, le&nbsp; tecnologie che usiamo e che ci usano, le arti, le filosofie, le psicologie, le pedagogie che consideriamo nostre, le nostre storie e le nostre geografie, i valori in cui crediamo, o ai quali facciamo comunque riferimento, serviranno per sempre. Non ci si accorge, o si fa finta di non accorgersi, che le geografie mutano rapidamente, che le storie si sviluppano con trame e intrecci in luoghi e con personaggi di cui non abbiamo esperienza, che le narrazioni si dipanano con processi, forme e linguaggi completamente nuovi, che certe filosofie e certe psicologie e certe pedagogie dichiarano implicitamente o esplicitamente la loro inadeguatezza alla temperie culturale, finanche alla dimensione esistenziale;&nbsp; talvolta non siamo nemmeno disposti ad accettare che l&#8217;immaginario e le visioni che abbiamo, le nostre idee di passato-presente-futuro sono determinate, consapevolmente o inconsapevolmente, dalla relazione che abbiamo con la realt\u00e0; ci rifiutiamo di considerare che le nostre identit\u00e0 culturali costituiscono l&#8217;esito, continuamente cangiante, di un persistente rimaneggiamento, di una costante riprofilatura provocata dalle trasformazioni. Non ci si accorge o si fa finta di non accorgersi di tutto questo e di molto altro perch\u00e9 pensiamo ancora \u2013 ci fa comodo pensare ancora \u2013 che le categorie entro le quali sistemiamo il mondo si ritrovano indiscutibilmente al centro, che \u00e8 tutto il resto dell&#8217;universo a ruotare intorno a noi; la Terra non gira.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la Terra ha sempre girato, dice don Eligio Pellegrinotto nel romanzo di Pirandello.<\/p>\n\n\n\n<p>Mattia Pascal risponde che non \u00e8 vero.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cL&#8217;uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L&#8217;ho detto l&#8217;altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m&#8217;ha risposto? Ch&#8217;era una buona scusa per gli ubriachi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La sola cosa che conta \u00e8 il nostro punto di vista, dunque. Quello che non rientra in esso non esiste oppure \u00e8 falso.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec la Terra gira e gira. Ma noi non ce ne accorgiamo o comunque facciamo finta di non saperlo, per cui \u00e8 sempre immobile e piatta, e noi ci facciamo sempre una bella figura al centro della grande piazza&nbsp; il giorno della festa, con il vestito buono e la cravatta.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Fra la&nbsp; sapienza della scienza e la coscienza del limite<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Siamo vissuti, viviamo costantemente nell&#8217;illusione della conoscenza. Per\u00f2 lo facciamo senza arroganza, probabilmente; lo facciamo con la consapevolezza che quell&#8217;illusione in fondo possa essere una sorta di consolazione, un modo per dirsi che pi\u00f9 di quanto si \u00e8 fatto non si poteva fare, che gli errori erano inevitabili, che addirittura si sono rivelati utili a comprendere quello che si \u00e8 compreso.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci fa buon gioco dirci che quello che conosciamo \u00e8 tutto quello che c&#8217;\u00e8 da conoscere, che il nostro pensiero \u00e8 arrivato ad una soglia che non si pu\u00f2 superare, che gli altri, coloro che verranno dopo, non potranno fare altro che muoversi in un andirivieni su quella stessa soglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Diciamo cos\u00ec a noi stessi, ogni giorno; ma ogni giorno sfidiamo con tutta l&#8217;energia che ci ritroviamo le nostre conoscenze, cerchiamo soluzioni diverse, strumenti pi\u00f9 potenti, perfezioni, nuovi mondi, nuove formule che sappiano darci una migliore esistenza, una pi\u00f9 dignitosa sopravvivenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni giorno mettiamo in crisi la nostra illusione di conoscenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec viviamo in una stupenda contraddizione,&nbsp; in una affascinante coesistenza di certezza e incertezza,&nbsp; di convincimenti e di dubbi, coinvolti da un sentimento che ci fa pensare di conoscere gi\u00e0 tutto e una ragione che ci rivela una percentuale minima di conoscenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse l&#8217;elemento pi\u00f9 affascinante del nostro umanissimo e meravigliosamente imperfetto metodo di ricerca \u00e8 proprio la combinazione di ragione e sentimento. E&#8217; questa combinazione che ci ha consentito ogni scoperta, che ci consentir\u00e0 di scoprire qualche altra scaglia dell&#8217;immenso, e forse anche dell&#8217;infinito, insondabile mistero.<\/p>\n\n\n\n<p>Ragione e sentimento significano semplicemente umanit\u00e0 dell&#8217;essere; significano passione, entusiasmo, delusione, emozione, suggestione, paura dell&#8217;ignoto e richiamo irresistibile di quello stesso ignoto, calcolo scrupoloso&nbsp; e fantasia sbrigliata, distacco nei confronti delle cose e dei fenomeni e stupore per quelle stesse cose, per quegli stessi fenomeni.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Forse l&#8217;illusione di conoscere \u00e8 sostanzialmente l&#8217;illusione della possibilit\u00e0 di conoscere, di decifrare i codici del mistero, nella consapevolezza che quei codici si compongono di innumerabili&nbsp; varianti, che la decifrazione rester\u00e0 sempre incompleta e incompiuta perch\u00e9 si presenteranno sempre varianti ulteriori, che muteranno le forme e le manifestazioni, i movimenti degli elementi che vediamo e di quelli che non vediamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, ogni volta che scopriamo qualcosa pensiamo di aver raggiunto la verit\u00e0 incontrovertibile, assoluta, quale che sia la sfera del sapere. Si tratta di un pensiero proveniente dal sentimento, che un po\u2019 ci esalta e un po\u2019 ci fa paura.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, l&#8217;istante successivo ci lasciamo sorprendere ancora dal pensiero proveniente dalla ragione che quella scoperta \u00e8 assolutamente provvisoria, precaria, transitoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec lanciamo ancora la sfida all&#8217;incompreso, alla sproporzione fra quello che sappiamo e quello che non sappiamo, alla dismisura fra le possibilit\u00e0 dell&#8217;umano e la sconfinatezzadel sovrumano.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;istante successivo ricominciamo la ricerca del senso nascosto nella metamorfosi degli esseri e delle cose, nell&#8217;ombra che riproduce i contorni dei corpi a volte in modo preciso, altre volte in modo deformato.<\/p>\n\n\n\n<p>Viviamo in una oscillazione fra la&nbsp; sapienza della scienza e la coscienza del limite, protesi in una incessante investigazione, con la convinzione che esister\u00e0 sempre qualcosa di irraggiungibile, di inesprimibile, che la verit\u00e0 si raggiunge &#8211; se si raggiunge &#8211; attraverso rigorosi processi razionali, ma che a volte pu\u00f2 anche essere l&#8217;esito&nbsp; di una rivelazione improvvisa, un&#8217;intuizione inaspettata, uno scarto dalla logica, un sogno ad occhi aperti, una imprevedibile apparizione di significati che prima di quell&#8217;istante non si sono neppure immaginati<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Salvo casi imprevisti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cTutto, amici miei, dipende dal caso\u201d. Comincia con questa frase un&nbsp; racconto che sta in un piccolo libro&nbsp; di Ottavio Cecchi intitolato <em>L&#8217;ornitologo<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse \u00e8 davvero cos\u00ec: dipende tutto dal caso. Forse tutto quello che accade dal primo all&#8217;ultimo istante dell&#8217;esistenza. Forse, o certamente, anche la stessa esistenza dipende dal caso. La storia di ciascuno, la Storia di tutti, le strade che intraprendiamo, quelle che abbandoniamo, le esperienze che ci coinvolgono, le conoscenze conquistate, gli amici e quegli altri che non lo sono, gli amori e i disamori dipendono dal caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche una scoperta di scienza molto spesso dipende dal caso. Non esiste alcun progetto, nessuna meticolosa programmazione che non possa essere contaminata dal caso. Quando sembra che ogni elemento e ogni meccanismo e ogni procedura siano sottoposti a verifiche e controlli rigorosi che vengono definiti infallibili, s&#8217;intromette l&#8217;imprevisto, l&#8217;avvenimento fortuito che scombina le carte, rimette in discussione le cognizioni acquisite, contamina le certezze, le stravolge, introduce condizioni e principi inattesi, insospettati, impone direzioni diverse, delinea orizzonti inimmaginati.<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;\u00e8 chi alla parola caso associa i termini destino, fortuna, sorte, fatalit\u00e0, fato. Ciascuno di questi termini si compone di stratificazioni semantiche, ideologiche, mitologiche, filosofiche, psicologiche,&nbsp; implica fedi e tradizioni. Ma nessuno di essi, forse, ha lo stesso senso del caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso \u00e8 qualcosa di completamente diverso. Anche il caso ritrova&nbsp; connessioni con la filosofia o la fisica, per esempio. Ma, nella percezione, nel sentimento e nella ragione comune, \u00e8 completamente diverso, si propone in una dimensione quotidiana, naturale.&nbsp; E&#8217; un parola umile; ha una fisionomia anonima. E&#8217; indifferente a tutto, a tutti. E&#8217; soltanto un caso. Destino, fortuna, sorte, fatalit\u00e0, fato richiedono un impegno di pensiero, in qualche circostanza fanno anche paura. Il caso, invece, sembra addirittura che deresponsabilizzi. Cos\u00ec diciamo che \u00e8 stato un caso: noi non abbiamo n\u00e9 merito n\u00e9 colpa. E&#8217; successo per&nbsp; caso. Prendetevela con il&nbsp; caso. Diciamo: salvo casi imprevisti. Molto spesso non facciamo nemmeno caso al caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure tutto, amici miei, dipende dal caso, dice il personaggio di Cecchi.<\/p>\n\n\n\n<p>Si dice che l&#8217;universo sia nato per caso. Per\u00f2, rispetto a questo particolare, con il privilegio che viene dalla totale incompetenza, mi permetto di dubitare. La straordinariet\u00e0 della natura, dei suoi fenomeni, la loro perfezione, il sorgere della luna e il tramontare del sole e poi il sorgere del sole e il tramontare della luna, e quell&#8217;ora in cui sole e luna si ritrovano di fronte, e poi l&#8217;alta e la bassa marea non possono essere nati dal caso. Non possono nascere dal caso le funzioni del corpo umano, l&#8217;avvicendarsi delle stagioni, l&#8217;equilibrio e lo squilibrio di certe manifestazioni della terra, del mare, del cielo. Lo dicono gli scienziati che l&#8217;universo appartiene quasi del tutto ancora al mistero.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Se questo \u00e8 vero, pu\u00f2 anche essere lecito dubitare che&nbsp; l&#8217;universo sia nato dal caso. A meno che al caso non si attribuiscano&nbsp; i poteri di un Dio.&nbsp;&nbsp; A meno che non sia stato il&nbsp; caso, una volta, a dire &nbsp;sia fatta la luce e sia fatto il buio, le acque, il firmamento, i rettili, le fiere, sia fatto l&#8217;uomo a mia immagine e somiglianza.<\/p>\n\n\n\n<p>Si pu\u00f2 chiamare Dio in innumerevoli modi, e uno degli innumerevoli modi \u00e8 il nome di caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto, amici miei, dipende dal caso, dice il personaggio di Cecchi.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto dipende da un&#8217;incognita, un mistero, da un&#8217;origine indecifrata, una causa sconosciuta, da una frattura nel rapporto tra la causa e l&#8217;effetto, da un trama cos\u00ec fitta da non poter essere penetrata, da un intreccio cos\u00ec complesso e complicato da non poter essere districato.<\/p>\n\n\n\n<p>In un libro molto famoso e molto discusso che si intitola <em>Il caso e la necessit\u00e0<\/em>, Jacques Monod sostiene che le alterazioni del DNA sono accidentali, avvengono per caso. Siccome esse rappresentano la sola fonte possibile di modificazione del testo genetico, a sua volta unico depositario delle strutture ereditarie dell&#8217;organismo, ne consegue necessariamente che soltanto il caso \u00e8 all&#8217;origine di ogni novit\u00e0, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libert\u00e0 assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell&#8217;evoluzione: oggi questa nozione centrale della biologia non \u00e8 pi\u00f9 un&#8217;ipotesi fra le molte possibili o perlomeno concepibili, ma \u00e8 la sola concepibile in quanto \u00e8 l&#8217;unica compatibile con la realt\u00e0, quale ce la mostrano l&#8217;osservazione e l&#8217;esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 forse non sarebbe assolutamente assurdo domandarsi se ci possa essere e come possa essere una realt\u00e0 \u201caltra\u201d da quella con cui abbiamo una relazione attraverso l&#8217;osservazione e l&#8217;esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo aver fatto la domanda superflua ed oziosa perch\u00e9 non esiste risposta che possa essere data dal pensiero, si deve necessariamente&nbsp; ritornare a quella realt\u00e0 che ci viene proposta dall&#8217;osservazione e dall&#8217;esperienza.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa realt\u00e0, ha ragione il personaggio di Ottavio Cecchi: tutto, amici miei, dipende dal caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Per rendersene conto, basta semplicemente farci caso. Osservare la nostra realt\u00e0 e quella degli altri, valutare quante sono le cose che ogni giorno veramente decidiamo di fare e quante sono quelle che facciamo perch\u00e9 le decide il caso: certe volte cose importanti,&nbsp; di quelle che cambiano la vita, certe volte cose banali, che la lasciano esattamente com&#8217;\u00e8.<\/p>\n\n\n\n<p>A volte pu\u00f2 accadere che ci si domandi se esista una possibilit\u00e0 di negoziare le nostre determinazioni con le determinazioni del caso. Se pu\u00f2 esistere una forma di compromesso, un patto, un&#8217;alleanza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec ci sforziamo di cercare una combinazione fra le nostre determinazioni e quello che appartiene allo spazio sconfinato del caso, a quello che definiamo l&#8217;imprevisto, l&#8217;imprevedibile, l&#8217;inaspettato.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo facciamo perch\u00e9 \u00e8 giusto cos\u00ec, perch\u00e8 non possiamo rinunciare al tentativo ambizioso e doveroso di governare la nostra esistenza.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma di tanto in tanto ci viene in mente l&#8217;incipit di quel racconto: tutto, amici miei, dipende dal caso.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le certezze del punto interrogativo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Siamo molto lontani dal poter dire di che cosa siamo fatti, com&#8217;\u00e8 iniziato tutto e dove andiamo.&nbsp; Conosciamo solo il cinque per cento dell&#8217;universo. Il novantacinque per cento \u00e8 un punto interrogativo.&nbsp; Pensiamo che abbia avuto origine da una grande esplosione iniziale, il Big Bang, ma non ne conosciamo i dettagli.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec dicono gli uomini di&nbsp; scienza.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta il punto interrogativo, dunque: gigantesco, probabilmente ineliminabile. Nonostante la sfida ad ogni&nbsp; limite che lancia la scienza. Nonostante la scienza tenda costantemente il pensiero oltre la soglia che raggiunge. Nonostante la meraviglia di quello che scopre, coniugando il rigore del metodo con l&#8217;azzardo dell&#8217;immaginazione, il calcolo con l&#8217;intuizione, la sistematicit\u00e0 dell&#8217;osservazione con la prefigurazione, scartando costantemente dalla comune grammatica della visione e dell&#8217;interpretazione dei fenomeni.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il punto interrogativo \u00e8 l\u00ec che sovrasta. E&#8217; la consapevolezza o forse soltanto la percezione, la sensazione che esister\u00e0 sempre qualcosa di irraggiungibile, di inesprimibile, probabilmente anche di inimmaginabile. E&#8217; un infinito che sfida la finitudine degli uomini. E&#8217; il sospetto (o la prova?) dell&#8217;esistenza dell&#8217;eterno.<\/p>\n\n\n\n<p>Il punto interrogativo seduce la nostra arroganza, provoca&nbsp; la nostra impazienza, accresce la devozione nei confronti della libera ricerca, fomenta la disobbedienza nei confronti di ogni sapere definito, pi\u00f9 che mai verso ogni dogma. Forse ciascuno di noi pensa, pi\u00f9 o meno segretamente, quello che pensava e diceva Einstein: voglio capire come Dio ha creato il mondo. Non mi interessa questo o quel fenomeno in particolare: voglio penetrare a fondo il Suo pensiero. Il resto sono solo minuzie.<\/p>\n\n\n\n<p>Ciascuno lo pensa a suo modo, con i pochi o molti strumenti che ha, con l&#8217;apparato delle sue discipline. Ma ciascuno lo pensa: lo scienziato, il filosofo, il poeta, l&#8217;artista, l&#8217;uomo della strada. Lo pensa anche senza consapevolezza, come per istinto. Ma lo pensa. Con stupore. Con entusiasmo. Con paura. Con insipienza o con saggezza. La saggezza \u00e8 nella coscienza del limite e della esigua conoscenza. Sappiamo soltanto il cinque per cento. Tutto il resto appartiene al mistero, di cui&nbsp; ogni giorno si riesce a svelare una parte: soltanto una parte, una minuscola scaglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Se, per una impossibile casualit\u00e0, un giorno si dovesse comprendere il tempo e lo spazio in modo completo e definitivo, se si dovesse decodificare l&#8217;infinito, decrittare&nbsp; il lievito dell&#8217;universo, allora, da quel giorno, non ci sarebbe pi\u00f9 scienza n\u00e9 religione. Non ci potrebbe essere pi\u00f9 filosofia, non ci potrebbe essere pi\u00f9 poesia, n\u00e9 altra forma d&#8217;arte e di ricerca.&nbsp; Da quel giorno gli uomini si ammalerebbero di una noia assoluta, senza alcuna possibilit\u00e0 di guarigione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma poi, forse l&#8217;esistenza di ogni uomo \u00e8 motivata \u2013 oppure soltanto giustificata \u2013 dalla continua contesa con l&#8217;ignoto, dal tentativo di violare i segreti del cielo e della terra, dallo sconfinamento nei percorsi di ricerca della verit\u00e0, dallo scrutamento dell&#8217;infinito, dalla violazione delle frontiere, dall&#8217;esplorazione incessante. Ma conoscenza e incertezza crescono nella stessa misura, senza dislivelli. Quanto pi\u00f9 si procede nei territori del sapere, tanto pi\u00f9 si rafforza la consapevolezza delle cose che non si sanno; quanto pi\u00f9 si acquisiscono certezze, tanto pi\u00f9 si ingigantiscono le domande, si addensano i dubbi e le incertezze.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni volta che si comprende qualcosa, si aggiunge&nbsp; una prova ulteriore dei limiti della comprensione. Il punto interrogativo si ingrossa. Diventa incombente. Alle volte ingombrante. Il novantacinque per cento sembra spandersi, dilagare. Ma ci attrae. Forse le poche cose che conosciamo non hanno nessun fascino. Ci affascina l&#8217;ignoto, la profondit\u00e0, la lontananza, l&#8217;insondabile, l&#8217;irraggiungibile, l&#8217;illimitato, l&#8217;inesplorato, l&#8217;inesplorabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse l&#8217;indagine continua che facciamo dell&#8217;universo, le nostre navicelle che solcano lo spazio hanno come radice di significato proprio questo fascino.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora ci chiediamo quando e come \u00e8&nbsp; stato il principio, quando e come sar\u00e0 la fine, se ci sar\u00e0 una fine, o se tutto continuer\u00e0 a trasformarsi istante per istante, in eterno.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Innumerevoli le domande; le risposte sempre pochissime, sempre imperfette, sempre minacciate dall&#8217;errore. Abbiamo navigazioni continue e pochi, smottanti approdi.<\/p>\n\n\n\n<p>Al cinque per cento di conoscenza si \u00e8 arrivati in tutta la storia dell&#8217;umanit\u00e0. Per arrivare al dieci, avremo bisogno pi\u00f9 o meno dello stesso tempo. Certo, il progresso, lo sviluppo, la tecnologia ci consentiranno di procedere pi\u00f9 rapidamente, di alzare il livello delle conoscenze, di migliorare i processi di ricerca. Probabilmente riusciremo ad arrivare anche al venti per cento. Ma rester\u00e0 sempre tutto il resto. Sar\u00e0 sempre tutto il resto ad affascinarci con il suo mistero.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il cielo a filo delle montagne<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Dice ad un certo punto l&#8217;Amleto di Shakespeare: \u201cCi sono pi\u00f9 cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>La condizione del cielo, che forse pi\u00f9 di ogni altra si carica di un fascino straordinario, \u00e8 quella della cognizione che esista sempre qualcosa di sconosciuto e il sospetto che possa essere addirittura inconoscibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni scoperta costituisce, in fondo, la conferma di questa consapevolezza, di questo sospetto. Ogni volta&nbsp; che si&nbsp; rivela un mondo di cui non si aveva conoscenza, si rigenera il sospetto che esista altro ancora, oltre, al di l\u00e0 della nostra conoscenza, possibile o impossibile per la nostra intelligenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto pi\u00f9 si scopre un elemento del cielo, tanto pi\u00f9 si ribadisce che il cielo ha segreti di cui probabilmente non si riesce ad avere neppure immaginazione. Allora il pensiero dell&#8217;umano tenta di sfidare la conoscibilit\u00e0 dell&#8217;universo \u2013 o degli universi? \u2013 e il pensiero del sovrumano ogni volta ribadisce la custodia \u2013 non gelosa &#8211;&nbsp; di&nbsp; misteri ancora pi\u00f9 profondi, meravigliosi e oscuri.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse la bellezza straordinaria della scienza \u00e8 in questo dialogo incessante, serrato,necessario, indispensabile, insostituibile tra la finitezza e l&#8217;infinito,tra il tempo e l&#8217;oltretempo, fra la misura e la dismisura, tra&nbsp; l&#8217;<strong> <\/strong>idea del possibile e quella dell&#8217;impossibile, tra il naturale e la suggestione del sovrannaturale, fra l&#8217;ordinario e lo straordinario, fra la ricerca e la contemplazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Vedere al di l\u00e0 del visibile. Immaginare oltre l&#8217;immaginato. Rendersi conto, all&#8217;improvviso, che qualcosa non era stato immaginato, forse perch\u00e9 inimmaginabile.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cFu a&#8217; poeti il primo cielo non pi\u00f9 in suso delle alture delle montagne\u201d dice Giambattista Vico.&nbsp; Il profilo dei monti era il limite, il confine. Il cielo non aveva un altro spazio. Si poteva raggiungerlo con la forza delle gambe. In fondo era vicino, prossimo, o comunque ad una lontananza che era possibile accorciare. Poi la fantasia spost\u00f2 il cielo&nbsp; oltre le montagne e l&#8217;uomo insegu\u00ec la fantasia e raggiunse il cielo che aveva fantasticato, quello che si stendeva oltre le montagne.<\/p>\n\n\n\n<p>Il metodo \u00e8 sempre quello, in fondo: identico. Si immagina uno sconfinamento dai perimetri del conosciuto e si cercano i mezzi per poterlo realizzare, ed ogni cielo che si raggiunge rinforza il sospetto che ce ne possa essere un altro e, con il sospetto, cresce anche il desiderio di poterlo conoscere.<\/p>\n\n\n\n<p>Il metodo \u00e8 sempre quello di una tensione finalizzata alla decifrazione dei codici dell&#8217;infinito, nella consapevolezza che quei codici si compongono di innumerabili&nbsp;varianti, che la decifrazione rester\u00e0 sempre incompleta e incompiuta perch\u00e9 si presenteranno sempre varianti ulteriori, che muteranno le forme e le manifestazioni, i movimenti degli elementi che vediamo e di quelli che non vediamo, e appariranno sempre nuovi corpi di luce, nuove stelle, nuove traiettorie, altri pianeti che rassomiglieranno alla Terra oppure no, e ci chiederemo ancora se qualcuno abita quei mondi. Non siamo i primi a chiedercelo; non saremo certo gli ultimi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni volta che scopriamo qualcosa, ci sentiamo pi\u00f9 vicini al cielo. Questo sentimento un po\u2019 ci esalta e un po\u2019 ci fa paura.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la rivelazione di qualche mistero del cielo, del tempo, dello spazio, l&#8217;idea di sovrumani silenzi, o di un sibilo potentissimo, le teorie che riguardano le vibrazioni di energia, le incantevoli supposizioni sulla musica dell&#8217;universo, il bosone di Higgs, che la fisica divulgativa ha denominato la Particella di Dio, &nbsp;non smorzano lo stupore dell&#8217;uomo nei confronti dell&#8217;infinito. Cos\u00ec continuiamo a rivolgere lo sguardo affascinato alle stelle cadenti, nonostante la comprensione del fenomeno sia un fatto definitivamente acquisito.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;uomo che&nbsp; lancia la sfida&nbsp; all&#8217;enigma, all&#8217;incompreso, non rinuncia alla bellezza della sproporzione, della dismisura fra l&#8217;umano e il sovrumano, della indecifrabile metamorfosi degli esseri e delle cose, del senso nascosto, indefinito, dell&#8217;ombra che confonde i contorni e rende impenetrabili le cose: per esempio, le cose che riguardano il principio di tutto e la fine di tutto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente aveva ragione Louis Pasteur quando diceva che poca scienza allontana da Dio, ma che molta scienza riconduce a Lui.&nbsp; La scienza esiste perch\u00e9 rimane sempre qualcosa da comprendere. Anche la religione esiste per questo motivo. Forse anche l&#8217;arte. La sapienza della scienza \u00e8 nella coscienza del limite. La scienza sapiente sa che ci sono altre scienze che essa non conosce; sa anche di non conoscere molte cose della sua stessa scienza. Sa bene che la sua investigazione ad un certo punto si deve fermare, che sar\u00e0 continuata da un&#8217;altra ricerca che ad un certo punto si dovr\u00e0 fermare. Sa che la verit\u00e0 a volte, molto spesso, \u00e8 una rivelazione improvvisa, un&#8217;intuizione inaspettata, uno scarto dalla logica, che scienza e trascendenza non si contrappongono, che esister\u00e0 sempre qualcosa di irraggiungibile, di inesprimibile, che l&#8217;immenso e meraviglioso testo del cielo nasconder\u00e0 sempre una variante con un significato che noi non riusciremo mai a scoprire. Lo si pu\u00f2 affermare anche con arroganza, perch\u00e9 nessuno avr\u00e0 tempo e possibilit\u00e0 e destino per dimostrare il contrario.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>L&#8217;illusione di una fantasia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>&nbsp;\u201cQuando, attraversata una stretta gola, si giunge improvvisamente a un&#8217;altura dove le vie si separano e si dischiudono ampie vedute per ogni parte, \u00e8 lecito sostare un attimo e riflettere in quale direzione convenga innanzitutto volgere i propri passi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec scriveva Sigmund Freud al principio del terzo capitolo dell&#8217; <em>Interpretazione dei sogni.<\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Con quel libro comincia il Novecento.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora, noi, abitanti di questo secolo non pi\u00f9 nuovo, forse ci troviamo nella condizione della metafora di Freud. Siamo su un&#8217;altura di conoscenza che prima&nbsp; non si era mai raggiunta, davanti a molte vie che portano in direzioni diverse, frastornati da panorami di sapere che hanno molteplici forme contenenti innumerevoli concetti. Scrutiamo orizzonti che a volte ci sembrano cristallini, azzurri, trasparenti,&nbsp; con ombre che dalla lontananza ci richiamano, seducenti, come a prometterci esplorazioni sorprendenti, meraviglie di scoperte.<\/p>\n\n\n\n<p>Altre volte gli orizzonti si presentano nebulosi, coperti da una foschia che ammanta tutto e&nbsp; rende tutto indistinguibile, confuso, senza una sola sorgente di luce che faccia da faro, che in qualche modo indichi la direzione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Allora ci soffermiamo a riflettere dove andare, quale&nbsp; direzione&nbsp; sia pi\u00f9 conveniente seguire, quella che conduce verso gli orizzonti chiari oppure quella che conduce a quelli scuri.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima ci propone parvenze di certezze, qualche punto di riferimento, qualche frammento di senso.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;altra lascia immaginare solo territori di illimitata incertezza, uno zero di orientamento, un deserto di senso.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci ritroviamo cos\u00ec, dunque: sospesi, dubitanti sopra l&#8217;altura di una conoscenza da cui s&#8217;intravede all&#8217;orizzonte&nbsp; la possibilit\u00e0 di una conoscenza ulteriore, il profilo di altezze superiori.<\/p>\n\n\n\n<p>Dobbiamo soltanto scegliere la direzione, se andare verso una striatura di certezza oppure verso l&#8217;incertezza irrimediabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse la storia dell&#8217;uomo \u00e8 fatta, sostanzialmente, di viaggi azzardati verso l&#8217;incertezza assoluta. Anche la storia di questo tempo \u00e8 fatta di viaggi azzardati verso l&#8217;incertezza assoluta. Certamente \u00e8 stato cos\u00ec per tutto il Novecento, da cui veniamo senza alcuna eccezione, da cui vengono anche coloro che hanno aperto gli occhi sul mondo quando il Novecento era gi\u00e0 finito.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;arte, la letteratura, soprattutto la scienza del Novecento hanno intrapreso un viaggio verso l&#8217;ignoto, verso i territori dell&#8217;incertezza assoluta, verso l&#8217;enigma, il mistero.<\/p>\n\n\n\n<p>Sull&#8217;altura della loro conoscenza, gli uomini&nbsp; si sono soffermati a riflettere verso quale direzione dovessero andare e sono andati verso quella nascosta dagli orizzonti nebulosi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il viaggio dell&#8217;uomo sulla Luna pu\u00f2 definirsi come la rappresentazione pi\u00f9 significativa&nbsp; dell&#8217;andare verso gli orizzonti scuri. Dentro il rigore della scienza, nella perfezione della tecnologia, serpeggiava l&#8217;ipotesi dell&#8217;incognita, del gesto imperfetto, del calcolo non riuscito, del meccanismo che s&#8217;inceppa, dell&#8217;imponderabile, dell&#8217;inesplicabile, dell&#8217;imprevedibile.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; stato raccontato che esisteva un piano segreto da attuare nel casodefin in cui gli astronauti dell&#8217;Apollo 11 non fossero pi\u00f9 tornati dalla Luna, se nel Mare della tranquillit\u00e0 fosse naufragato il sogno. Richard Nixon era preparato a informare il Paese&nbsp; in televisione. Avrebbe detto: \u201cIl destino ha voluto che gli uomini andati sulla Luna, per esplorarla in pace, in pace l\u00ec dovranno restare. Ma ogni essere umano che guarder\u00e0 la Luna nella notte ora e in futuro sapr\u00e0 che c&#8217;\u00e8 un angolo su un altro mondo che \u00e8 per sempre umanit\u00e0\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il progresso avviene nel corso del viaggio che s&#8217;intraprende verso gli orizzonti scuri, indipendentemente dal fatto che si arrivi da qualche parte oppure no. E&#8217; nel corso del viaggio che avviene la scoperta attesa o la rivelazione inaspettata, l&#8217;evento che&nbsp; sorprende, che si verifica una nuova o una diversa comprensione dei fenomeni e delle cose, che matura l&#8217;acquisizione di nuovi metodi e strumenti di interpretazione che&nbsp; consentono la conoscenza ulteriore, pi\u00f9 profonda.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta sempre l&#8217;incomprensibile, senza dubbio. Ma, nel corso del viaggio verso gli orizzonti scuri, la comprensione riesce a sottrarre qualche lembo di terra ai territori dell&#8217;incompreso. Il progresso delle civilt\u00e0 si verifica attraverso questo processo, lento e graduale, di conquista dell&#8217;incompreso.<\/p>\n\n\n\n<p>Nello svolgersi di questo processo non c&#8217;\u00e8 disciplina, sfera del sapere che prevalga su altre, che sia pi\u00f9 adeguata, opportuna, funzionale. Sguardo scientifico e sguardo poetico hanno la stessa rilevanza, la stessa visione delle cose, anche se poi le indagano in maniera diversa e giungono a esiti diversi, che, coerentemente con il metodo di indagine, sono scientifici o poetici.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, sarebbe affascinante se esistessero esiti che fossero poeticamente scientifici e scientificamente poetici.<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; affascinante quando esistono: perch\u00e9 in taluni casi esistono.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dall&#8217;altura della conoscenza di questo tempo, noi vediamo paesaggi culturali di cui non riusciamo a distinguere gli elementi o di cui distinguiamo elementi che a volte ci inquietano. Per esempio, si intravedono figure inerti di robot che ci attendono nei loro territori per&nbsp; chiederci il miracolo di metterli in funzione.<\/p>\n\n\n\n<p>Noi sappiamo bene che non riusciremo a rinunciare al desiderio di esplorare quei territori, a non compiere il miracolo di far funzionare quei robot.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, giorno per giorno muoviamo i nostri passi nella loro direzione. Impareremo a costruirli. Attribuiremo loro molte delle nostre funzioni. Saranno perfetti. Ma c&#8217;\u00e8 una cosa, forse solo una, che si deve scongiurare, solo quella cosa dalla quale ne dipendono molte altre, forse tutte le altre. Non dobbiamo dargli mai nemmeno una scaglia&nbsp; della nostra fantasia.<\/p>\n\n\n\n<p>Senza fantasia, resteranno macchine dipendenti da noi e potremo ribadire ad ogni istante il nostro essere superiori.<\/p>\n\n\n\n<p>Se avranno anche solo l&#8217;illusione di una fantasia, prima ci domineranno, poi ci sostituiranno.<\/p>\n\n\n\n<p>La fantasia \u00e8 l&#8217;unica facolt\u00e0 che ci potr\u00e0 salvare. Anche perch\u00e9, una volta o l&#8217;altra, ci potremmo trovare a fantasticare di sbarazzarci di loro e di farli tornare alla loro natura originaria di ferraglie: raffinatissime, certamente. Ma sempre ferraglie.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>L&#8217;antico all&#8217;orizzonte<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In una lettera del 5 gennaio 1871 indirizzata a Francesco Florimo, Giuseppe Verdi scriveva: torniamo all&#8217;antico e sar\u00e0 un progresso.<\/p>\n\n\n\n<p>Antico \u00e8 quello che \u00e8 venuto prima e che ha lasciato traccia, resistendo all&#8217;infuriare del tempo, all&#8217;erosione che fa l&#8217;oblio. Antico \u00e8 l&#8217;universo greco-latino da cui proveniamo, che configura il nostro pensiero, il nostro linguaggio, la nostra visione del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>La nostra esistenza \u00e8 circondata di antico; si regge sull&#8217;antico.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei fatti che riguardano la cultura, probabilmente bisogna diffidare di tutto quello che diventa vecchio: vecchie idee, vecchie storie, vecchie convinzioni. Il vecchio \u00e8 insignificante perch\u00e9 non produce senso oppure perch\u00e9 produce un senso rugginoso,&nbsp; qualche volta perfino rancoroso, che contamina l&#8217;espressione di un nuovo senso, l&#8217;immaginazione di un mondo diverso, migliore.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma, nei fatti che riguardano la cultura, non si pu\u00f2 trascurare tutto quello che risulta antico perch\u00e9, semplicemente, riproduce il senso della storia. E&#8217; sul senso della storia che si realizza&nbsp; il progresso.&nbsp; E&#8217; con il senso della storia che si attraversa il proprio tempo, scrutando l&#8217;orizzonte di un tempo a venire.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse Giuseppe Verdi voleva dire questo. Forse voleva dire che il progresso pu\u00f2 generarsi soltanto se si riesce a penetrare nella stratificazione di significati che il tempo custodisce nei simboli dell&#8217;antico. Forse per questo compose il <em>Nabucco.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Omero \u00e8 antico. Per\u00f2, se si vuole comprendere com&#8217;\u00e8 che lentamente&nbsp; si conformano i destini e com&#8217;\u00e8 che improvvisamente si deformano, che quello che accade intorno a noi \u00e8 sempre accaduto intorno agli altri, \u00e8 con quell&#8217;antico Omero che bisogna fare i conti. Se si vogliono capire i furori incontenibili delle battaglie, i miraggi strabilianti dei viaggi, la paura e l&#8217;attrazione dell&#8217;ignoto, la disperazione smisurata dei naufragi, se si vuole riportare la propria nostalgia in una categoria, e il proprio desiderio di ritorno in un&#8217;altra, perch\u00e9 una categoria&nbsp; consente di comprendere la rassomiglianza che hanno le emozioni, \u00e8 con l&#8217;antico Omero che bisogna fare i conti.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse si potrebbe anche dire che l&#8217;antico rappresenta un modello.<\/p>\n\n\n\n<p>Se \u00e8 anche cos\u00ec che si pu\u00f2 dire, allora bisogna chiedersi se il progresso ha bisogno di modelli, e poi se oggi, noi, abbiamo bisogno di modelli per compiere il nostro progresso.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente le risposte potrebbero essere davvero molte, in relazione all&#8217;idea che ciascuno ha di progresso e di modello.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra le tante, si pu\u00f2 accettare anche quella che non esiste nulla che non abbia un modello, un riferimento, un archetipo, un prototipo, un esemplare. Non esiste nella scienza e non esiste nell&#8217;arte, nella tecnica, nella tecnologia. Forse non esiste nemmeno in natura. Certamente non esiste nelle faccende della cultura n\u00e9 in quelle che riguardano le forme, le articolazioni, le espressioni della societ\u00e0.&nbsp; Ogni fatto, ogni fenomeno, ogni storia hanno sempre un&#8217;origine, e l&#8217;origine \u00e8 sempre antica.<\/p>\n\n\n\n<p>Se si procede senza un modello, con molta probabilit\u00e0 ci si perde lungo la strada, oppure si giunge ad un esito che risulta confuso e di conseguenza improduttivo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni progresso \u00e8 lo sviluppo, il perfezionamento di un modello. Il linguaggio, per esempio. L&#8217;evoluzione della specie.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il modello \u00e8 sempre antico: viene prima; \u00e8 precedente, preesistente.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, per realizzare un progresso, si ha bisogno di ripristinare i significati dell&#8217;antico, di&nbsp; rifondarli, rielaborarli, rigenerarli. Questa rigenerazione si pu\u00f2 verificare soltanto attraverso una conoscenza profonda. Ma non ci pu\u00f2 essere profondit\u00e0 della conoscenza se si limita lo sguardo alla contemporaneit\u00e0, in quanto la contemporaneit\u00e0 rappresenta l&#8217;ultimo strato di una&nbsp; costante o incostante, ma comunque ininterrotta, sovrapposizione di elementi. La contemporaneit\u00e0 ha sempre un&#8217;origine antica.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec, se si vuole comprendere quello che adesso accade nel Paese, in Europa, sul Mediterraneo, nel mondo, se si vuole comprendere perch\u00e9 accade, se in ogni contesto si vuole determinare un progresso di idee e di prassi e di esistenze, \u00e8 necessario, indispensabile perforare gli strati, indagare i motivi e i moventi: giungere fino all&#8217;antico.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;antico si pu\u00f2 chiamare storia, per esempio, e la storia non si pu\u00f2 ignorare, non pu\u00f2 essere indifferente. Si deve conoscere e interpretare. Ogni progresso matura nella conoscenza della storia. L&#8217;altro, quello che non matura nei campi della storia, \u00e8 materia che non dura.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni contemporaneit\u00e0 arriva sempre ad un punto in cui deve decidere che cosa vuole che resti della sua esperienza e che cosa vuole scaraventare nel pozzo senza fondo dell&#8217;oblio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il tempo che attraversiamo forse sta arrivando al punto in cui si ritrover\u00e0 a dover decidere.<\/p>\n\n\n\n<p>Alcune delle storie che ci accadono intorno derivano dal niente. Altre, e forse molte, derivano dall&#8217;antico, anche se talvolta non ne abbiamo consapevolezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Se questo tempo decider\u00e0 di salvare quelle che derivano dal niente, la storia non potr\u00e0 fare altro che registrarlo con le definizioni di&nbsp; vacuo,&nbsp; superfluo, inconcludente.<\/p>\n\n\n\n<p>Se decider\u00e0 di riconoscere e di salvare quelle che derivano dall&#8217;antico, che si sviluppano su strutture sociali, culturali, semantiche vigorose, probabilmente la storia lo registrer\u00e0 con le definizioni che si adottano per i&nbsp; tempi di progresso.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora non sarebbe affatto ozioso farsi tornare in mente, di tanto in tanto, quella frase di Giuseppe Verdi: tornate all&#8217;antico, sar\u00e0 un progresso.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>La memoria non si pu\u00f2 insegnare<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In una pagina della sua <em>Ultima lezione<\/em>, Zigmunt Bauman sostiene che la memoria del passato gioca un ruolo decisivo nel dare forma al presente individuale e collettivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Si dice che un presente senza memoria \u00e8 un tempo senza forma e senza identit\u00e0. Si dice che, senza una memoria, non c&#8217;\u00e8 possibilit\u00e0 di conoscenza significativa delle storie e delle esperienze che si vivono, che non ci pu\u00f2 essere confronto fra sistemi di pensiero, visioni del mondo, condizioni di esistere, che non ci pu\u00f2 essere fondata cognizione della ragione per la quale una civilt\u00e0 si presenta con una determinata fisionomia, e non con un&#8217;altra. Si dice che tutto quello che passa lascia una traccia che costituisce l&#8217;indicazione per la direzione che si deve seguire o che si deve evitare nel corso del cammino verso il futuro. Secondo Paul Ricoeur, \u00e8 nella misura in cui torniamo alle nostre origini e in cui ravviviamo il nostro passato che possiamo essere, senza scontentezza, gli uomini del progetto. Ma in questa tensione verso il progetto, il passato ci interpella continuamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Si dice questo, si dice altro. E&#8217; tutto vero. Si dice da sempre e da tutti. Per cui non sarebbe affatto necessario pronunciare parole ulteriori sull&#8217;essenzialit\u00e0 della memoria nel processo di conformazione del presente e di prefigurazione del futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto quello che si \u00e8 detto e che si conosce potrebbe&nbsp; bastare. Ma la smemoratezza dei tempi racconta che forse non basta. Certi fenomeni del sociale&nbsp;&nbsp; fanno&nbsp; venire il sospetto che occorra costantemente rinnovare il senso profondo della memoria nei contesti di una civilt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>La rapidit\u00e0 con cui si consumano concetti che sono fondamentali nella convivenza degli umani lascia supporre che agli umani sia necessario insegnare a ricordare.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la memoria non si pu\u00f2 insegnare. E&#8217; una delle poche cose che non si possono insegnare, insieme alla saggezza, o alla bellezza, o alla libert\u00e0.&nbsp; Per\u00f2 si insegna tutto il resto perch\u00e9 si possano avere gli strumenti per poterle conoscere, comprendere, farle proprie.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La memoria si insegna attraverso tutto il resto, perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 disciplina che non abbia relazione con la memoria, che non si fondi &#8211; e non si sviluppi &#8211;&nbsp; sulle dinamiche di questa relazione. Non c&#8217;\u00e8 arte, non c&#8217;\u00e8 scienza, non c&#8217;\u00e8 sapere senza stratificazioni concettuali, e le stratificazioni sono memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, per ogni genere di conoscenza, esiste un ambito del sapere che in qualche modo&nbsp; si propone come prevalente.<\/p>\n\n\n\n<p>Per la memoria, l&#8217;ambito del sapere \u00e8 quello della storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, se \u00e8 vero che la memoria non si pu\u00f2 insegnare, \u00e8 altrettanto vero che la storia si pu\u00f2, e si deve, insegnare in un&nbsp; modo&nbsp; che possa rappresentare lo strumento attraverso il quale&nbsp; comprendere il valore essenziale della memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>I tempi non sono tutti uguali. Ne vengono alcuni che forse hanno meno bisogno di memoria, e quindi meno bisogno di storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ne vengono altri che hanno un bisogno pi\u00f9 forte di memoria, e quindi anche di storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente, questo \u00e8 un tempo che ha esigenza, necessit\u00e0, urgenza di memoria e di storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Sar\u00e0 per il fatto che si tratta di un tempo di passaggio di secolo, di millennio; sar\u00e0 perch\u00e9 si proviene da un Novecento ribollente, sublime e feroce, nobile e meschino, che ha stretto in s\u00e9 tutte le espressioni dell&#8217;umano, ogni coerenza e ogni contraddizione, ogni entusiasmo e ogni disperazione; forse secolo breve, come sosteneva Eric Hobsbawm, forse secolo interminabile, come dicono altri. Comunque, il secolo di due guerre mondiali, terribili. Della bomba atomica, dei Lager, dei Gulag, dell&#8217;uomo che arriva sulla luna, delle scoperte scientifiche formidabili e&nbsp; del progresso straordinario, dei conflitti tribali e della&nbsp; violenza cieca, della nascita e della fine delle grandi ideologie, dei contrasti che bruciano ancora. Cronologicamente concluso, culturalmente ancora aperto, discusso, oggetto di dialettiche forti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Sar\u00e0 per questi motivi, sar\u00e0 per altri, per molti altri, ma il fatto \u00e8 che si ha bisogno di memoria e di storia. Perch\u00e9 si ha bisogno di comprendere le cause e gli effetti e le prospettive di quello che accade tutti i giorni; si ha bisogno di stabilire connessioni, correlazioni, di confrontare quello che \u00e8 con quello che \u00e8 stato, e, considerando&nbsp; quello che \u00e8 e quello che \u00e8 stato, di ipotizzare quello che potr\u00e0 essere.<\/p>\n\n\n\n<p>Se potr\u00e0 essere bene o male, dipender\u00e0 dai nostri comportamenti, e i nostri comportamenti dipendono, per buona parte, dalla conoscenza che si ha di quello che hanno prodotto i comportamenti di coloro che sono venuti prima.<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni di essi hanno prodotto bene, benessere, sviluppo, emancipazione, progresso; altri hanno prodotto male, malessere, sciagura, tragedia, macerie.&nbsp; Quindi \u00e8 necessario conoscere quello che \u00e8 stato. Conoscere quello che \u00e8 stato significa avere memoria: personale, collettiva, diretta o mediata culturalmente. La memoria personale, diretta, ha una possibilit\u00e0 relativa. La memoria collettiva, mediata culturalmente, ha la possibilit\u00e0 di codificarsi, di stabilire punti di riferimento, di elaborare contesti di appartenenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Se non si conosce quali sono state le conseguenze di certi comportamenti, si possono adottare quegli stessi comportamenti, provocando le stesse conseguenze. Se si conoscono, si adottano quelli opposti, che provocano conseguenze opposte.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Bene e il Male sono scritti nella storia. La conoscenza della storia consente di scegliere.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella storia \u00e8 scritto anche che in ogni tempo c&#8217;\u00e8 sempre stato chi ha scelto il Male. Poi c&#8217;\u00e8 scritto che coloro che hanno scelto il Bene erano di pi\u00f9, oppure che erano di meno&nbsp; ma che sono riusciti a prevalere sui pi\u00f9 che avevano scelto il Male.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, si pu\u00f2 anche arrivare a pensare che nessuno pu\u00f2 scegliere il Male perch\u00e9 ciascuno ha almeno una persona che ama. La storia&nbsp; dice che fino a questo momento non \u00e8 mai accaduto. Ma si pu\u00f2 sempre pensare che da questo momento in poi si pu\u00f2 scrivere tutta un&#8217;altra storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta di un&#8217;aspirazione ideale, forse anche di credulit\u00e0. Va bene. Per\u00f2, se la memoria dell&#8217;accaduto, elaborata attraverso la storia, potr\u00e0&nbsp; servire a ridurre la percentuale di coloro che scelgono il Male, allora l&#8217;umanit\u00e0 avr\u00e0 realizzato la sua conquista pi\u00f9 grande.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Senza memoria. Senza narrazione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Talvolta si dice che questo tempo non abbia pi\u00f9 memoria, che aderisca esclusivamente al presente senza riconoscere i significati fondamentali del passato. Si dice che sia diventato ormai irreversibile il processo prodotto dalle incursioni dell&#8217;oblio, che non c&#8217;\u00e8 nulla che viva oltre l&#8217;istante in cui avviene, nulla che resista, che si costituisca come modello, esperienza di riferimento. Si dice cos\u00ec, talvolta, forse spesso, e non si pu\u00f2 escludere che ci sia qualcosa di vero, come non si pu\u00f2 neppure escludere che ci sia qualcosa di falso. Probabilmente, come molte delle faccende che riguardano l&#8217;umano, \u00e8 un po&#8217; falso e un po&#8217; vero nella stessa misura e&nbsp; allo stesso tempo, ma in ogni caso \u00e8 sempre soggetto ad una interpretazione individuale e collettiva, che, in quanto interpretazione, muta in relazione alle circostanze che intervengono su di essa, che ne determinano l&#8217;orientamento, la conformazione, la consistenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma non si pu\u00f2 neanche escludere la possibilit\u00e0 di una ulteriore considerazione, cio\u00e8 che questo tempo abbia completamente trasformato tanto le forme della memoria quanto il rapporto che stabilisce con essa. Non si pu\u00f2 escludere che sia mutato lo stesso concetto di passato e conseguentemente quello di memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Pu\u00f2 essere vero, pu\u00f2 essere falso, pu\u00f2 essere qualcosa che va al di l\u00e0 del vero e del falso, pu\u00f2 essersi verificata una mutazione profondissima che ha coinvolto i concetti di memoria e di passato, dunque. Quello che per\u00f2 pu\u00f2 essere accettato senza troppa difficolt\u00e0 \u00e8 il mutamento che si \u00e8 verificato nei metodi di elaborazione, di costruzione della memoria. Soprattutto in quello che da sempre \u00e8 stato il metodo, se non esclusivo, comunque predominante, che \u00e8 la narrazione: il racconto di un&#8217;esperienza che qualcuno fa ad un altro, con qualsiasi forma, con qualsiasi linguaggio, ma in una relazione che mette insieme la fisicit\u00e0 di chi racconta e di chi ascolta.<\/p>\n\n\n\n<p>A questo punto, la conclusione sarebbe, o sembrerebbe, abbastanza facile: il tempo che attraversiamo ha perduto la memoria perch\u00e9 durante l&#8217;attraversamento noi abbiamo perduto l&#8217;interesse o il desiderio o il bisogno di raccontare in una condizione di prossimit\u00e0. Forse abbiamo creduto che qualcosa di diverso da noi, uno strumento diverso dalla nostra voce, dalla nostra scrittura, dalla nostra parola, potesse farlo al nostro posto, e abbiamo rinunciato a raccontare, ce ne siamo rimasti in silenzio. Non siamo soli, durante l&#8217;attraversamento. Abbiamo sempre qualcuno davanti a noi, accanto, dietro di noi, ma facciamo tutti silenzio. Davanti vanno quelli che hanno cominciato il viaggio prima di noi, e restano in silenzio. Accanto ci sono coloro che hanno cominciato il viaggio insieme con noi, ma restano in silenzio loro, e restiamo in silenzio noi; dietro vengono quelli che hanno cominciato il viaggio dopo, ma non fanno domande, non sperano risposte.<\/p>\n\n\n\n<p>Nessuno racconta pi\u00f9. Dopo la scomparsa delle grandi narrazioni, si \u00e8 verificata la scomparsa anche delle piccole narrazioni: di quelle quotidiane, essenziali, per frammenti. <strong>&nbsp;Aveva gi\u00e0 visto e compreso tutto Walter Benjamin, gi\u00e0 a met\u00e0 degli anni Cinquanta,&nbsp;&nbsp;&nbsp; in quello straordinario saggio sul narratore contenuto in quello straordinario libro che \u00e8 <em>Angelus Novus<\/em>. L&#8217;arte del narrare si avvia al tramonto, diceva. Diceva che capita sempre pi\u00f9 di rado d&#8217;incontrare persone che sappiano raccontare. E&#8217; come se fossimo privati di una facolt\u00e0 che sembrava inalienabile, la pi\u00f9 certa e sicura di tutte: quella di scambiare esperienze.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Allora la conclusione \u00e8 facile. La memoria \u00e8 scomparsa perch\u00e9 \u00e8 scomparsa la narrazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 potrebbe venire il sospetto che la narrazione non sia scomparsa, che invece sia mutata, e che di conseguenza sia mutata la memoria trasmessa attraverso la narrazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente si racconta ancora perch\u00e9 \u00e8 impossibile non raccontare. Ma si racconta in maniera diversa, con forme diverse, con linguaggi diversi. Per cui diversa risulta la costruzione della memoria e la sua rappresentazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Con molta probabilit\u00e0, una funzione determinante nel processo di mutazione della narrazione e della memoria viene assunta dalla tecnologia. Perch\u00e9 la tecnologia ha cambiato e continua a cambiare in modo vertiginoso le forme della narrazione. Fino ad un certo punto, il racconto si \u00e8 realizzato esclusivamente attraverso la voce e la scrittura. Poi la tecnologia di massa ha proposto nuove forme di racconto, pi\u00f9 rapide, sintetizzate, essenzializzate&nbsp; all&#8217;estremo.<strong> Forse si tratta di forme che hanno coerenza con il tempo e dunque frammentarie, discontinue, disarticolate. In fondo, la narrazione appartiene al tempo, \u00e8 parte del tempo, lo rappresenta, si fa traduzione dell&#8217;esperienza di vivere il tempo, e il tempo presente ci consente soltanto esperienze frammentarie, discontinue, disarticolate. Sono esperienze continuamente interrotte da altre, costantemente distratte. Cos\u00ec, anche all&#8217;interno di un racconto si verificano le fratture.&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La memoria di questo tempo si riguarda allo specchio della narrazione, dunque e, come essa, si ritrova frammentaria, discontinua, disarticolata. Priva di sequenze logiche, cronologiche. Disorientata perch\u00e9 non pu\u00f2 rintracciare il punto da cui comincia, non \u00e8 in grado di riconoscere le direzioni che ha seguito, non pu\u00f2 ripercorrere le strade che ha percorso.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, forse la memoria non \u00e8 scomparsa, non \u00e8 scomparsa la narrazione. Dalle bisacce che ci portiamo dietro nel corso del cammino tiriamo fuori uno strumento con il quale raccontiamo, attraverso frammenti di immagini e parole, com&#8217;\u00e8 il paesaggio che si apre intorno, forse anche che cosa stiamo pensando in quel momento, forse anche l&#8217;emozione che stiamo provando. Lo raccontiamo cos\u00ec, con una modalit\u00e0 che ha abolito i tempi di mediazione, che ha modificato le strutture del racconto. Lo raccontiamo a quelli che camminano davanti a noi, a quelli che ci camminano accanto e a quelli che vengono dietro.<\/p>\n\n\n\n<p>Lontanissimi anche nella vicinanza. Senza prossimit\u00e0, senza i significati che vengono portati da una pausa, uno sguardo, un sospiro che provocano l&#8217;attesa di un ulteriore racconto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>I ricordi che ci vengono incontro<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Aurelio Agostino, vescovo&nbsp; di Ippona,&nbsp; filosofo, teologo, fatto santo, \u00e8 uno dei pi\u00f9 grandi scrittori di ogni tempo, capace di sciogliere in semplicit\u00e0 di espressione i concetti pi\u00f9 complessi, di elaborare immagini di intensit\u00e0 straordinaria, di radunare in una sintesi essenziale significati provenienti da processi di pensiero diversi.<\/p>\n\n\n\n<p>Per esempio, nelle <em>Confessioni<\/em> ci sono pagine sulla memoria&nbsp; che raggiungono profondit\u00e0 eccezionali, che anticipano la pi\u00f9 avanzata psicologia.<\/p>\n\n\n\n<p>C&#8217;\u00e8 un punto, nel decimo libro, in cui Agostino scrive degli \u201campi ricettacoli della memoria\u201d, dove si trovano&nbsp; accumulati innumerevoli tesori di immagini.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando entro in quei ricettacoli, dice, basta che io chieda quel che voglio trarne. Alcune impressioni emergono subito, altre bisogna ricercarle pi\u00f9 a lungo, come se si dovessero cavar fuori dai ripostigli pi\u00f9 segreti, altre ancora si affollano tutte quante insieme mentre si cerca o si vuole cosa diversa, e balzano in mezzo come per dire \u201c siamo forse noi?\u201d.&nbsp; Con un atto di volont\u00e0 \u2013 continua &#8211;&nbsp; le allontano dalla visione del ricordo, fin quando non si snebbia quello che io voglio e non viene fuori, chiaro, dal fondo. Poi ci sono altre impressioni&nbsp; che si snodano con facilit\u00e0 e con ordine perfetto, secondo il richiamo. Le prime cedono il posto alle seconde, e, quando&nbsp; si ritirano, tornano nel loro nascondiglio, pronte a riapparire ad un cenno della mia volont\u00e0. Il che avviene quando narro qualcosa mnemonicamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Il passo di Agostino attribuisce una rilevanza assoluta alla memoria soggettiva e volontaria, alla possibilit\u00e0 e alla capacit\u00e0 dell&#8217;uomo di richiamare i ricordi e di organizzarli, di governarli, di dare ad essi un ordine, di finalizzarli ad un&#8217;intenzione, ad un percorso di esistenza che di conseguenza trova nella memoria una condizione sostanziale e fondamentale.<\/p>\n\n\n\n<p>A volte viene da considerare che, in fondo, non esiste nessuna cosa che si possa pensare, nessun comportamento, nessuna espressione della nostra personalit\u00e0 che non abbia un legame con la memoria, che ad essa non faccia, implicitamente o esplicitamente, riferimento. Probabilmente non esiste neppure una sola parola pronunciata che non si leghi in qualche modo ad un&#8217;altra parola, percepita magari anche in un tempo lontano. Perfino la nostra immaginazione si fonda sulla memoria. Qualsiasi&nbsp; fantastica configurazione, qualsiasi costruzione immaginaria trova il proprio impulso nel filamento di una radice della memoria. Poi la si trasforma, la si proietta in un altrove semantico, ma l&#8217;impulso \u00e8 nel fondo della memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando non li cerchiamo, i ricordi ci vengono incontro, comunque. A volte inaspettatamente. Ci sorprendono con immagini che si erano inabissate in qualche punto e che improvvisamente riemergono, qualche volta nitide, qualche volta confuse, come fossero avvolte da una nebbia fitta che di esse lascia intravedere soltanto sagome scontornate, sospese nel niente.<\/p>\n\n\n\n<p>Con la memoria ci confrontiamo, facciamo i conti, costantemente. Con serenit\u00e0 oppure con inquietudine, ma inevitabilmente, che ci faccia piacere o dispiacere.<\/p>\n\n\n\n<p>Sappiamo perfettamente che non pu\u00f2 essere diversamente da cos\u00ec.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; in quelli che Agostino chiama ricettacoli della memoria, oppure la stanza immensa della memoria, \u00e8 nel luogo di dentro dove si viene incontro a se stessi, si ricorda se stessi, dove&nbsp; sono depositate tutte le esperienze, il punto in cui&nbsp; risiede il senso radicale della nostra esistenza.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente \u00e8 sempre stato cos\u00ec anche per la memoria collettiva, quella di una civilt\u00e0, determinata dalla integrazione e dalla interazione delle memorie individuali.<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; sempre stato cos\u00ec, probabilmente, fino ad un certo tempo, che, con molta approssimazione e senza nessuna certezza di elementi, si potrebbe individuare nella prima met\u00e0 del Novecento.<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; stato subito dopo quel tempo che si \u00e8 aperta la crepa, si \u00e8 creata la frattura. E&#8217; stato subito dopo quel tempo che la memoria collettiva non ha rappresentato pi\u00f9 una condizione di riferimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbiamo cominciato a pensare che si potesse ignorare tutto quello che era stato, che tutto accadesse per la prima volta, che noi fossimo quelli che scoprivano il mondo e l&#8217;arte e la scienza. Ma soprattutto, e pi\u00f9 pericolosamente, che si potesse fare tranquillamente a meno di tutte le esperienze&nbsp; maturate fino a quel momento.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi \u00e8 sopravvenuta la seduzione di una parola: globale. La memoria che costituiva l&#8217;identit\u00e0 delle comunit\u00e0 caratterizzate da sistemi simbolico- culturali \u00e8 stata risucchiata, impastata dal globale. E&#8217; diventato difficile, a volte impossibile, il riconoscimento dei tratti della memoria collettiva alla quale la memoria individuale appartiene. Quando la memoria soggettiva richiama la memoria collettiva, si ha la risposta di un flusso di immagini e rappresentazioni sovrapposte, confuse, indistinguibili. Quando \u00e8&nbsp; la memoria collettiva ad esercitare il suo&nbsp; richiamo, la memoria individuale si ritrova nell&#8217;universo informe del globale, non riesce a collocarsi in una struttura&nbsp; culturale, a rispecchiarsi in modelli, archetipi, significati.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse non \u00e8 vero che questo sia un tempo senza memoria, che gli uomini di questo tempo siano senza&nbsp; memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse, invece, \u00e8 vero che sia un tempo di uomini dall&#8217;eccesso di memoria senza qualit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse gli uomini di questo tempo rassomigliano drammaticamente al personaggio&nbsp;&nbsp;&nbsp; di una delle \u201cFinzioni\u201d di Jorge Luis Borges.<\/p>\n\n\n\n<p>Ireneo Funes diceva di avere pi\u00f9 ricordi, lui, da solo, di tutti gli uomini di tutti i tempi messi insieme. Diceva che la sua memoria era come un deposito di rifiuti. Era il solitario e lucido spettatore&nbsp;&nbsp; di un mondo vertiginoso e&nbsp; multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso, sovraccarico di immagini, di meticolosi dettagli concreti, eppure intangibili.<\/p>\n\n\n\n<p>Rassomigliamo a Ireneo Funes. Siamo sovraccarichi di memoria, insidiati da una quantit\u00e0 smisurata di memoria prodotta da un mondo vertiginoso, multiforme. In questa quantit\u00e0 di memoria senza forma cerchiamo la chiave di una porta che ci consenta di rientrare nei luoghi e nelle storie che ci hanno fatti nel modo in cui siamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Dal trovare o non trovare quella chiave dipender\u00e0 il nostro ritrovarci oppure&nbsp; il nostro perderci, definitivamente.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Guardando avanti (e indietro)<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Si dice che sia necessario, che sia indispensabile guardare sempre avanti, ed \u00e8 vero. L&#8217;esistere si realizza nel vedersi sempre oltre il tempo in cui si \u00e8. I progetti si fanno guardando avanti, scrutando gli orizzonti, immaginando \u2013 fantasticando anche \u2013 quello che sar\u00e0, il modo in cui sar\u00e0 il tempo a venire, il modo in cui saremo nel tempo a venire. Avanti \u00e8 il luogo del desiderio, della promessa, del richiamo affascinante, seducente. Avanti \u00e8 il tempo da&nbsp; esplorare, da conquistare, istante per istante.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2, \u00e8 inevitabile guardare anche indietro. Perch\u00e9 indietro \u00e8 il luogo in cui si \u00e8 realizzato quello che abbiamo, in cui \u00e8 maturato il nostro essere come siamo. Indietro \u00e8 la casa del padre, della madre. Quindi il luogo della storia. Indietro \u00e8 il luogo in cui si \u00e8 compreso quale fosse la strada da fare per arrivare al punto in cui si \u00e8 arrivati, forse anche quale sia la strada da fare se si vuole ritornare al punto da cui si \u00e8 partiti: perch\u00e9 talvolta accade che si voglia ritornare. Indietro \u00e8 il tempo del racconto profondo e della parola essenziale, dell&#8217;entusiasmo e del sogno ad occhi chiusi e aperti. Forse indietro \u00e8 anche il tempo della nostalgia, che per\u00f2 \u00e8 ricompensata da una, come dire?, specie di soddisfazione per quello che si \u00e8 riusciti a fare. Per l&#8217;altro, per quello che non si \u00e8 riusciti a fare, non ci pu\u00f2 essere nessuna nostalgia. C&#8217;\u00e8 rammarico oppure indifferenza. Si dice: poteva andare diversamente da come \u00e8 andata. Oppure si dice: \u00e8 andata cos\u00ec. Basta.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi bisogna sapersi guardare anche intorno, nel luogo in cui si vive veramente, quel luogo a volte confuso, caotico, che sembra sconnesso, ambiguo,&nbsp; malridotto, che per\u00f2 \u00e8 il luogo della concretezza, quello in cui accadono le cose con le quali ci si deve, volenti o nolenti, confrontare, il luogo che pretende il nostro impegno, il nostro dovere di umanit\u00e0. Intorno \u00e8 il tempo deciso da noi. Se \u00e8 un tempo chiaro o un tempo scuro dipende soltanto da noi. Se \u00e8 un tempo bello o un brutto tempo, un tempo di benessere o di malessere, un tempo di verit\u00e0 o di menzogna, dipende sempre da noi, da quanto noi si riesca a farlo essere chiaro o scuro, vero o falso, bello o brutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Intorno \u00e8 il tempo dell&#8217;osservazione e dell&#8217;analisi. E&#8217; un ponte gettato fra un passato e un futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, forse si pu\u00f2 dire che non basta guardare sempre e solo avanti. La storia e l&#8217;analisi sono indispensabili per poter scegliere con consapevolezza la strada che conduce al futuro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Senza questa consapevolezza, si corre il rischio del disorientamento. Forse anche della dispersione. Perch\u00e9 il futuro \u00e8 un luogo e un tempo dell&#8217;incertezza. E&#8217; stato sempre cos\u00ec. In questo tempo lo \u00e8 di pi\u00f9. L&#8217;incertezza naturale si \u00e8 fatta pi\u00f9 complessa, complicata.<\/p>\n\n\n\n<p>Il futuro \u00e8 il tempo al quale rivolgiamo costantemente il nostro pensiero eppure \u00e8 l&#8217;unico tempo che non ci appartiene. Se il passato ci appartiene totalmente e il presente ci appartiene nei suoi rapidissimi passaggi attraverso i quali si trasforma in passato, il futuro \u00e8 un tempo estraneo, un luogo sconosciuto, che a volte richiama e a volte fa paura. E&#8217; soltanto una condizione immaginaria, una figurazione, la speranza di una possibilit\u00e0 di cui per\u00f2 non possiamo fare a meno. Infatti non facciamo altro che proiettarci continuamente verso quella condizione immaginaria, quella figurazione, quella speranza. In ogni istante pensiamo a quello che faremo, che vorremmo fare nell&#8217;istante successivo. In ogni istante abbiamo una visione di futuro.&nbsp; Osserviamo noi stessi in un altro luogo o nello stesso luogo modificato; osserviamo noi stessi in un tempo che ancora non \u00e8 venuto; ci vediamo esistere in quell&#8217;altro luogo, in quel tempo non ancora venuto.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2, questa visione del futuro ha sempre una relazione sia con quello che stiamo facendo, sia con quello che abbiamo fatto. Una visione del futuro, che in qualche modo non si fondi sulla memoria, che attraverso qualche filamento di esistenza non sia collegata con la memoria e con quello che \u00e8,&nbsp; forse non esiste.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il guardarsi indietro, il guardarsi intorno \u00e8 un modo per attribuire una concretezza alla condizione di indeterminatezza del futuro. Un modo per rendere meno ambiguo il suo significato, per poter avere almeno l&#8217;illusione di sottrarlo all&#8217;enigma, al mistero, per avere la speranza di poterlo abitare.<\/p>\n\n\n\n<p>Abitare il futuro comporta il conferimento di una ulteriore consistenza al proprio presente, in quanto spazio temporale aperto al divenire. Non solo. Significa anche collocarsi in modo positivo nella contrapposizione fra il tempo della fisicit\u00e0 e quello dell&#8217;interiorit\u00e0; significa reagire in modo creativo all&#8217;inevitabile dominio che il tempo opera sugli esseri e sulle cose che ad essi appartengono.<\/p>\n\n\n\n<p>Abitare il futuro comporta l&#8217;attribuzione di pregnanza semantica al proprio divenire nel tempo, rispetto tanto a se stesso quanto all&#8217;altro da s\u00e9. Perch\u00e9, come non si abita solitariamente il presente, allo stesso modo non si abita solitariamente il futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>E&#8217; probabilmente in questa dimensione che la relazione tra il guardare avanti e il guardarsi indietro e intorno assume un significato sentimentale. La figura, necessaria e indispensabile, dell&#8217;altro con cui ci pensiamo nell&#8217;abitazione del futuro ha la fisionomia di chi ha abitato con noi il passato e con noi abita il presente. Forse \u00e8 questo che attribuisce al tempo una condizione di continuit\u00e0, che in un certo senso, anche soltanto immaginario, ricompone le fratture.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che chiamiamo sentimento del tempo e del nostro essere nel tempo \u00e8 anche questo pensarsi nel futuro allo stesso modo in cui siamo stati nei giorni che abbiamo vissuto, in cui siamo nei giorni che viviamo.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Scienza o poesia. Scienza e poesia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Il mondo \u00e8 pieno di mistero, dice il fisico Carlo Rovelli. \u201cE&#8217; pieno di emozioni di cui non riusciamo a parlare, di fenomeni complessi che non sappiamo spiegare, di galassie lontane in cui non sappiamo che cosa ci sia. Poeti e scienziati esplorano pezzetti del mistero e creano linguaggi per cercare di afferrarne dei pezzi. Poi i mezzi sono quanto di pi\u00f9 diverso ovviamente, e soprattutto \u00e8 diverso il modo di verificare l&#8217;efficacia di quanto si costruisce. Un poeta \u00e8 efficace quando le sue parole ci toccano, ci emozionano, ci parlano. Uno scienziato \u00e8 efficace quando le sue teorie permettono di prevedere il futuro, di costruire cose che prima non c&#8217;erano, eccetera. Ma la spinta \u00e8 la stessa: andare verso il mistero\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente scienza e poesia cominciano sempre sulla soglia dell&#8217;incognita, scagliano il pensiero verso paesaggi sconosciuti, a volte soltanto immaginati, altre volte neppure immaginati, sognano di proiettarsi oltre la siepe, di giungere ad altezze dalle quali neanche la vertigine&nbsp; \u00e8 pi\u00f9 possibile, di perlustrare la profondit\u00e0 senza misura degli abissi, di spingersi fino al confine di impossibili deserti.<\/p>\n\n\n\n<p>Al principio c&#8217;\u00e8 sempre l&#8217;attrazione del mistero.<\/p>\n\n\n\n<p>La Luna \u00e8 sempre quella stessa Luna, in natura. Lontana e presente, ad un tempo solo. Misteriosa e familiare. Oggetto dello stesso desiderio, delle stesse interrogazioni, protetta dall&#8217;identico mistero.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, una notte di gennaio del Milleseicentodieci, Galileo riesce ad approssimare lo sguardo alla luna; con il suo cannocchiale riesce a vedere cose che senza quello strumento non avrebbe mai potuto vedere.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il 30 di gennaio, a Belisario Vinta scrive che il cannocchiale gli ha fatto ritrovare una moltitudine di stelle fisse e, \u201cquello che eccede tutte le meraviglie\u201d, quattro nuovi pianeti, e gli ha permesso di osservare i loro movimenti, \u201cdifferenti fra di loro et da tutti li altri movimenti dell&#8217;altre stelle\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Non importa se Leopardi abbia mai osservato la luna con un cannocchiale, anche se non \u00e8 improbabile per uno che a quindici anni scrive una storia dell&#8217;astronomia.&nbsp; Ma che l&#8217;abbia fatto oppure no, \u00e8 certo che luna e&nbsp; cielo&nbsp; gli furono&nbsp; sempre dolcemente e terribilmente vicini. Ne ha trascritto la parola e il silenzio. Ha parlato con essi e li ha ascoltati.<\/p>\n\n\n\n<p>In una delle sue meravigliose Operette morali,&nbsp; immagin\u00f2 un dialogo tra la Terra e la Luna; ad un certo punto la Terra, rivolgendosi alla Luna, dice che \u201cun fisico di quaggi\u00f9, con certi cannocchiali, che sono instrumenti fatti per vedere molto lontano, ha scoperto cost\u00ec una bella fortezza, co&#8217; suoi bastioni diritti; che \u00e8 segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora la Luna le risponde: \u201cMa se cotesti cannocchiali non veggono meglio in altre cose, io creder\u00f2 che abbiano la buona vista de&#8217; tuoi fanciulli; che scuoprono in me gli occhi, la bocca, il naso, che io non so dove me gli abbia\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco, dunque, che la Luna rimane l\u00ec, sospesa, nello spazio e nel tempo, nell&#8217;immaginazione e nel sogno, orizzonte <strong>&nbsp;<\/strong>della stessa tensione di conoscenza,&nbsp; coinvolta nella stessa ansiet\u00e0 di rivelazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la scienza, con i propri metodi sistematici e i propri strumenti calibrati, segue un percorso di ricerca, e la poesia \u2013 l&#8217;arte &#8211; ne segue un altro con un metodo che si fonda su un costante rinnovamento dello stupore e con&nbsp; strumenti che rispondono quasi esclusivamente ai principi determinati dall&#8217;emozione filtrata dalla ragione.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente la differenza \u00e8 tutta qui: nei metodi e negli strumenti; non nelle finalit\u00e0, non negli esiti, nemmeno nelle verit\u00e0, se le verit\u00e0 in qualche modo esistono. La differenza \u00e8 nelle modalit\u00e0 con cui si osserva la Luna, nei significati che s&#8217;intende attribuire alla conoscenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 tra scienza e poesia non si dovrebbero spalancare fratture perch\u00e9 esiste quantomeno una condizione in comune, che \u00e8 rappresentata dalla consapevolezza della provvisoriet\u00e0 di qualsiasi scoperta, di qualsiasi elemento di conoscenza raggiunto.<\/p>\n\n\n\n<p>La scienza sa perfettamente che c&#8217;\u00e8 sempre qualcosa al di l\u00e0 di quello che conosce, che c&#8217;\u00e8 sempre un&#8217;altra soglia dalla quale mettersi a scrutare l&#8217;infinito. La poesia sa che c&#8217;\u00e8 sempre una nuova emozione oppure una variante della stessa emozione con cui doversi confrontare e fare i conti.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec l&#8217;una e l&#8217;altra si ritrovano, pi\u00f9 o meno consapevolmente, in un accordo di senso, nella condizione di un sentimento che sospinge verso un costante superamento dell&#8217;acquisito.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;una e l&#8217;altra non vogliono fare altro che illuminare appena appena il buio, proprio perch\u00e9 \u00e8&nbsp; il buio che le attrae; non vogliono altro che disvelare l&#8217;ignoto, perch\u00e9 \u00e8 l&#8217;ignoto che le seduce.<\/p>\n\n\n\n<p>Per scienza e poesia, quello che gi\u00e0 si conosce ha un valore assolutamente inferiore a quello che non si conosce.<\/p>\n\n\n\n<p>Se tutto fosse conosciuto, scienza e poesia non esisterebbero, oppure il loro significato non avrebbe l&#8217;importanza assoluta che ha sempre avuto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non ha alcun senso, dunque, perseverare, assurdamente, nelle contrapposizioni e, ancor peggio, nelle classificazioni delle priorit\u00e0. Ha senso, invece, determinare o rinforzare la relazione, l&#8217;interdipendenza, la reciprocit\u00e0, l&#8217;integrazione e l&#8217;interazione&nbsp; del sapere scientifico con quello umanistico.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando accade, \u00e8 come un miracolo. Quando accade, \u00e8 un incontro di universi. Per esempio, accade nel <em>De rerum natura <\/em>&nbsp;di Lucrezio. Per esempio, accade quando dice che nessuna sostanza ritorna nel nulla, ma tutte, dissolte, ritornano alle particelle elementari della materia. Accade quando dice che ogni cosa visibile&nbsp; non perisce del tutto perch\u00e9 la natura ricrea una cosa dall&#8217;altra, e non lascia che alcuna&nbsp; ne nasca, se non dalla morte di un&#8217;altra.<\/p>\n\n\n\n<p>Come si fa a dire se durante il suo viaggio verso la luna, in qualche momento di riposo, Neil Armstrong non abbia riletto qualche pagina del <em>Sidereus Nuncius.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Come si fa a dire se in qualche angolo dell&#8217;Apollo 11, lui e Buzz Aldrin e&nbsp; Michael Collins non avessero una traduzione inglese del \u201cCanto notturno di un pastore errante nell&#8217;Asia\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre andavano verso il mistero. Come fa ciascuno di noi, ogni minuto.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>La scienza di esistere<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201c Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l&#8217;oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Finiscono cos\u00ec le <em>Sette brevi lezioni di fisica <\/em>di Carlo Rovelli.<\/p>\n\n\n\n<p>Con questa consapevolezza lucida per il poco che sappiamo; con l&#8217;attrazione per tutto quello che non sappiamo e che non potremo sapere mai del tutto.<\/p>\n\n\n\n<p>Finiscono con la convinzione implicita che si rester\u00e0 sempre sui bordi, insoddisfatti del nostro sapere e richiamati dall&#8217;oceano sterminato dell&#8217;incognito.<\/p>\n\n\n\n<p>Si rester\u00e0 sempre sui bordi, nonostante il loro continuo smottare, il loro continuo franare, con il desiderio di intraprendere il viaggio verso mondi nuovi e con la rassicurante certezza del lembo di terraferma di una conoscenza che abbiamo conquistato.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la terra, il cielo, il mare reclamano un&#8217;esplorazione. Anche la mente dell&#8217;uomo, anche le storie dell&#8217;uomo richiamano o pretendono un&#8217;esplorazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Sappiamo che le nostre filosofie sono precarie, che lo sono le nostre psicologie, le nostre ragioni, le capacit\u00e0 di analisi, i metodi con i quali tentiamo di indagare, sappiamo che sono precari gli strumenti che abbiamo, il nostro tempo, la nostra memoria; che la nostra esistenza e precaria. Vorremmo che non lo fossero i nostri sentimenti, per\u00f2 anche quelli sono precari: mutano, svaniscono.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la precariet\u00e0 di tutto non&nbsp; scalfisce la tensione \u2013 la passione &#8211;&nbsp; per la conoscenza, n\u00e9 la lusinga che esercita il viaggio. Anche quando a volte ci si dice che, a conclusione di tutti i conti, fatto il pari e dispari che si deve fare,&nbsp; ogni conoscenza pu\u00f2 essere inutile; anche quando ci si dice che le cose che riguardano il principio e la fine non si potr\u00e0 arrivare a conoscerle mai compiutamente, anche in quei casi, l&#8217;ansia di conoscenza non smette di assediarci.<\/p>\n\n\n\n<p>Restiamo sui bordi. Con le nostre certezze mai definitive, con le nostre incertezze sconfinate, con le conoscenze mancate e con quelle improbabili o&nbsp; impossibili. Restiamo sui bordi, con le inquiete speranze, con i dubbi profondi. Con le nostre idee di realt\u00e0 che spesso non corrispondono alla realt\u00e0; con le nostre immaginazioni, figurazioni, con i disegni del futuro, con le ipotesi su come pu\u00f2 essere l&#8217;oceano che non conosciamo, con le continue conferme e smentite. Con le inevitabili e irrisolvibili&nbsp; contraddizioni. Ma, come diceva Blaise Pascal, la contraddizione non \u00e8 contrassegnata da falsit\u00e0, n\u00e9 la coerenza \u00e8 contrassegnata da verit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, noi abbiamo alcune verit\u00e0 che sono elaborate sulla base di quello che conosciamo, ma sappiamo che quello che conosciamo spesso \u00e8 assolutamente relativo, \u00e8 assolutamente incerto. Cos\u00ec ci chiediamo se nell&#8217;oceano dell&#8217;incognito ci possano essere altre verit\u00e0 che, una volta conosciute, potrebbero smentire quelle che abbiamo, sostituirle.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa ipotesi un po&#8217; ci rapisce e un po&#8217; ci impaura. Alle nostre verit\u00e0 noi siamo affezionati. A volte non ci interessa nemmeno che si tratti di vere verit\u00e0; ci interessa che appaghino il nostro bisogno di verit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2, di tanto in tanto, ci si chiede se nell&#8217;oceano esistano altre verit\u00e0 e se possano essere migliori di quelle che abbiamo, se, per esempio, possano consolarci di pi\u00f9, darci un&#8217;altra idea dell&#8217;ora e del dopo, svelarci uno dei tanti misteri che attraversano l&#8217;universo, offrirci nuove possibilit\u00e0, altri orizzonti,&nbsp; proporci un&#8217;altra bellezza pi\u00f9 consistente, pi\u00f9 intensa.<\/p>\n\n\n\n<p>Restiamo sui bordi. Accerchiati da molte domande senza risposta, o alle quali diamo risposte ambigue, inadeguate, superficiali.<\/p>\n\n\n\n<p>Restiamo sui bordi, incerti se avventurarci nell&#8217;oceano o se restare sul confine fra la terra conosciuta e l&#8217;incognita del mare.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse il senso profondo della relazione che noi abbiamo con il conoscere potrebbe anche essere quest&#8217;incertezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono circostanze in cui diciamo che ci basta quello che sappiamo, le grandi o piccole conoscenze&nbsp; che abbiamo; ce ne sono altre in cui quello che sappiamo ci sembra cos\u00ec insufficiente e misero, cos\u00ec banale.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse il processo di conoscenza comincia proprio nella circostanza in cui avvertiamo l&#8217;insufficienza, la miseria, la banalit\u00e0 di quello che sappiamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il viaggio comincia a quel punto. Quando si \u00e8 disponibili a staccarsi dalle certezze, da quelle che crediamo siano verit\u00e0, dai sistemi che si costituiscono come&nbsp; riferimento, dagli assoluti, per confrontarci non solo con il nuovo, ma anche con la sua idea, la sua ipotesi, con la possibilit\u00e0 che esistano altre ragioni, altre storie.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec il nostro conoscere \u00e8 l&#8217;esito della coesistenza delle due condizioni di bisogno: quello di sentirsi dentro un universo di cui abbiamo esperienza e quello di esplorare universi di cui non abbiamo esperienza. Le sicurezze ci sono date da quello che sappiamo; le seduzioni provengono da quello che non conosciamo. Siamo sempre in una sospensione fra il bordo e il mare aperto, tra un punto di arrivo che coincide&nbsp; con uno di partenza, tra un entusiasmo di essere l\u00ec dove siamo e il richiamo insistente del mistero.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente non \u00e8 solo la scienza a strutturarsi su questo comportamento. Accade anche nel nostro esistere quotidiano, nel mestiere che facciamo, nel rapporto con gli altri. Restiamo sul bordo e contemporaneamente ci stacchiamo da esso ogni giorno. Ci sentiamo rassicurati dalle nostre certezze e richiamati da ipotesi di realt\u00e0 di cui non abbiamo certezze, ogni giorno. Abbiamo, ad un tempo, curiosit\u00e0 e paura dell&#8217;ignoto ogni giorno. Ci chiediamo, ogni giorno, se i valori consistenti, le verit\u00e0 vere si trovino nei territori conosciuti o in quelli sconosciuti. Non \u00e8 solo la scienza a procedere tra certezza e incertezza. Oppure potremmo dire che il nostro esistere quotidiano sia scienza. Forse \u00e8 cos\u00ec, si potrebbe dire cos\u00ec: la scienza di esistere. Che poi \u00e8 quella probabilmente pi\u00f9 complicata, quella che, pi\u00f9 di ogni altra, \u00e8 determinata dal contrasto fra&nbsp; sapere e non sapere, fra la certezza del bordo di quello che sappiamo&nbsp; e il mistero affascinante di quello che non sappiamo, dalla bellezza di una cosa e dell&#8217;altra.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse \u00e8 la&nbsp; scienza di esistere che ci lascia senza fiato.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Antonio Errico Con il vestito buono e la cravatta Noi eravamo al centro. Su una Terra piatta e immobile, per\u00f2 eravamo al centro. Tutto ci ruotava intorno: la Luna, Mercurio, Venere, il Sole,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":2511,"featured_media":11623,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[816],"tags":[861,863,112,51],"class_list":["post-11622","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-i-quaderni","tag-antonio-errico","tag-quaderni-2","tag-saggio","tag-scuola"],"aioseo_notices":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11622","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2511"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=11622"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11622\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":11647,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/11622\/revisions\/11647"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/11623"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=11622"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=11622"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=11622"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}