{"id":13307,"date":"2022-10-24T19:45:42","date_gmt":"2022-10-24T17:45:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/?p=13307"},"modified":"2022-10-25T11:30:28","modified_gmt":"2022-10-25T09:30:28","slug":"letteratur-e-rerum-vulgarium-fragmenta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/letteratur-e-rerum-vulgarium-fragmenta\/","title":{"rendered":"Letteratur (e)  Rerum vulgarium fragmenta"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-align-center\"><em>Al principio della confusione &#8211; Al tempo degli argini smottanti &#8211; Il profondo Novecento &#8211; Per salvarci dall\u2019apparenza &#8211; Dove tutto quello che pu\u00f2 avvenire \u00e8 gi\u00e0 avvenuto &#8211; Quando sognare da soli non basta &#8211; Soltanto una faccenda di casa &#8211; L\u2019indispensabile inutilit\u00e0 del classici &#8211; La libert\u00e0 del dilettante &#8211; Quella cosa chiamata passione &#8211; La perfetta rassomiglianza<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>di <strong>Antonio Errico<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ciascuno di noi pensa che ci sia qualcosa che possa cambiare il mondo. Ciascuno di noi pensa qualcosa di diverso da chiunque altro o, se pensa la stessa cosa di un altro, comunque la pensa in modo diverso.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 qualcuno che pensa che il mondo possa essere cambiato dalla letteratura, per esempio. C\u2019\u00e8 qualcuno che per un pensiero del genere prova quasi un moto di sdegno. C\u2019\u00e8 qualcuno che ci crede fino ad un certo punto e poi ci crede di meno e poi non ci crede pi\u00f9. C\u2019\u00e8 qualcuno che fino ad un certo punto non ci crede e che da quel punto in poi comincia a crederci pi\u00f9 o meno astrattamente, pi\u00f9 o meno concretamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma tanto quelli che ci credono quanto quelli che non ci credono dovrebbero compiere l\u2019impresa di attraversare le pagine delle <em>Lezioni di letteratura <\/em>di Vladimir Nabokov. Per smentita o per conferma, quale che sia la cosa che pensano.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho ripreso quel libro: con le sottolineature a matita e a penna, con gli appunti a pi\u00e8 di pagina che si decifrano a stento. Ho cominciato a leggere dalla fine, dall\u2019ultima pagina, dal congedo. Scoprendo la straordinaria coerenza del libro con la condizione culturale di questi tempi. Se Nabokov lo avesse scritto oggi, probabilmente non avrebbe cambiato niente, non avrebbe avuto bisogno di cambiare niente. Forse perch\u00e9 la letteratura trascende i tempi, sconfina da quelli ai quali appartiene geneticamente per trovare un\u2019appartenenza trasversale, ulteriore, sempre nuova e sempre differente.<\/p>\n\n\n\n<p>Congedandosi dagli studenti, dunque, Nabokov dice che i romanzi analizzati con loro nel corso delle lezioni non possono insegnare niente di applicabile a un qualunque problema della vita. Non aiutano in cucina, in caserma, in ufficio. Non servono a capire l\u2019economia, e neppure i segreti del cuore di un giovane o di una donna. Forse possono soltanto insegnare a sentire la pura soddisfazione che offre un\u2019opera d\u2019arte ispirata e precisa. Niente pi\u00f9 di una soddisfazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Quelli che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e quelli che invece non ci credono dovrebbero rifletterci un poco. Perch\u00e9 forse, sia in un caso che nell\u2019altro, sbagliano completamente prospettiva, attribuiscono o negano alla letteratura un valore che non ha e non pretende di avere, suppongono che possa essere utile a qualcosa di pratico, immediato, comunque funzionale al presente, che abbia una finalit\u00e0 predeterminata, un obiettivo preciso. La confondono con la realt\u00e0. Ma la letteratura rappresenta il contrario della realt\u00e0. Quando si confronta con essa e di essa si serve, lo fa per superarla, per distaccarsene, qualche volta per contraddirla, per confutarla.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec lascio la fine del libro e vado all\u2019inizio, saltando le lezioni su \u201cMansfield Park\u201d di Jane Austen, \u201cCasa desolata\u201d di Charles Dickens, \u201cMadame Bovary\u201d di Gustave Flaubert, \u201cIl Dottor Jekill e Mister Hyde\u201d di Stevenson, \u201cLa strada di Swann\u201d di Proust, \u201cLa metamorfosi\u201d di Kafka, \u201cUlisse\u201d di Joyce.<\/p>\n\n\n\n<p>Vado direttamente al punto in cui Nabokov dice che la letteratura non \u00e8 nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, usc\u00ec di corsa dalla valle di Neanderthal con un grosso lupo alle calcagna; \u00e8 nata il giorno in cui un ragazzo arriv\u00f2 gridando al lupo al lupo, e non c\u2019erano lupi dietro di lui.<\/p>\n\n\n\n<p>Non ha nessuna importanza, aggiunge Nabokov, che il ragazzino, per aver mentito troppo spesso, alla fine sia stato divorato da un lupo. L\u2019importante \u00e8 che tra il lupo del grande prato e il lupo della grande frottola c\u2019\u00e8 un magico intermediario: questo intermediario, questo prisma, \u00e8 l\u2019arte della letteratura.<\/p>\n\n\n\n<p>Quelli che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e quelli che credono che non possa cambiare assolutamente niente adottano un metro che condiziona il loro giudizio, alterandolo.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura non \u00e8 di questo mondo. E\u2019 di un mondo completamente inventato, falso, finto, truccato, artificioso.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura racconta delle storie, ma non \u00e8 la Storia. Non serve a comprendere il passato perch\u00e9 di esso le arrivano soltanto figure opache, e non serve a comprendere il presente perch\u00e9, mentre lo sta osservando e si sta sforzando di decifrarlo, \u00e8 gi\u00e0 passato.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura non \u00e8 il mondo, non \u00e8 la realt\u00e0. Ma quando \u00e8 davvero letteratura, prefigura la realt\u00e0 che dovr\u00e0 essere, preannuncia il mondo che dovr\u00e0 venire.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 questa la funzione terribile della letteratura con cui quelli che credono che possa cambiare il mondo e quelli che non ci credono sono costretti a confrontarsi, pi\u00f9 o meno consapevolmente. Quando sembra che stia parlando del passato, sta bleffando: il passato le serve per una riconfigurazione e per una proiezione, ne prende gli elementi fondanti per manipolarli e trasformarli in forme che nascondono condizioni di futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura dice: il lupo finto della fiaba pu\u00f2 trasformarsi in lupo vero e pu\u00f2 sbranarvi. Dice: se nella fiaba vi racconto di un lupo finto, \u00e8 comunque dalla realt\u00e0 che lo sto prendendo. Dice: non illudetevi che possa restare finto per sempre, che possa restare per sempre nella fiaba.<\/p>\n\n\n\n<!--more-->\n\n\n\n<p>La funzione della letteratura consiste nel mostrare quello che non esiste, ma di cui non si pu\u00f2 escludere un\u2019esistenza futura.<\/p>\n\n\n\n<p>Di conseguenza, se non serve a cambiare il mondo, comunque pu\u00f2 servire a rappresentarne il possibile cambiamento e quindi ad aprire gli occhi a tutti coloro che, con cose diverse dalla letteratura, possono cambiarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Coloro che possono cambiare il mondo con cose diverse dalla letteratura possono farlo in meglio o in peggio. Per esempio, la scienza, la tecnica, la tecnologia possono cambiarlo in meglio o in peggio.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura forse dice quali sono i metodi e i mezzi per cambiarlo in meglio o in peggio. Solitamente dice quali sono quelli per cambiarlo in peggio, in maniera tale da lasciare ogni possibile immaginazione del contrario.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura non serve a niente e a nessuno, non insegna, non cambia il mondo. Molto semplicemente racconta delle storie su come il mondo potrebbe diventare. Su come ciascuno di noi pu\u00f2 farlo diventare.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Al principio della confusione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ogni tempo pretende un racconto che in qualche modo lo rappresenti, che scopra ed esponga quelle che sono le sue ferite superficiali e profonde, che ne riveli le farse e le tragedie, le coerenze e le contraddizioni, le fortune e le sfortune, le vanit\u00e0 e le miserie, le realt\u00e0 e gli immaginari, gli entusiasmi, le paure, le illusioni, le virt\u00f9, i vizi, le finzioni, i volti degli uomini e le maschere sotto cui i volti si nascondono.<\/p>\n\n\n\n<p>Se le vicende del tempo sono prevalentemente lineari, se si dispiegano<strong> <\/strong>con un principio e una fine, se le loro trame e i loro intrecci hanno strutture ordinarie, allora sono possibili le grandi narrazioni: quelle storie possenti come cattedrali, con personaggi marcati e robusti, esemplari che interpretano l\u2019epoca e i progetti. Se gli eventi che accadono risultano semanticamente accessibili con logiche interpretazioni, si rivela anche agevole tessere allegorie del sociale, rappresentazioni della realt\u00e0 nel suo trasformarsi e diventare Storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma se i fatti, le circostanze, gli avvenimenti si presentano come groviglio, intrico, continua complicazione, se la decifrazione di quello che accade \u00e8 sempre dubitabile, precaria, soggetta al sospetto di improbabilit\u00e0, se la realt\u00e0 si propone come coacervo di frammenti per cui risulta difficile e comunque incoerente tentare di introdurre un ordine nella confusione perch\u00e9 il principio regolatore \u00e8 costituito proprio dalla confusione, dalla frammentariet\u00e0, dall\u2019incoerenza, dal travaglio, dalla fluttuazione dei significati, dall\u2019assenza di nessi e dalla disgregazione, allora non si pu\u00f2 fare altro che raccontare per frammenti, per microstorie, attraverso disarticolazioni delle ampie strutture, delle macrostorie. Non si pu\u00f2 fare altro che muoversi in piccole stanze, analizzando gli strati di polvere depositati sui mobili.<\/p>\n\n\n\n<p>Molte narrazioni del Novecento hanno fatto i conti con questa condizione, ne hanno elaborato innumerevoli figurazioni, ed \u00e8 stato un poeta a formularne l\u2019essenza, la natura intima. Mario Luzi dice: \u201cNon pi\u00f9 lunghi poemi, suppongo.\/ L\u2019anima brucia rapidamente la sua scorza,\/la mente divora la metafora,\/ il significato \u00e8 fulmineo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora sono passati pi\u00f9 di vent\u2019anni anni dal principio di questo secolo nuovo, di questo nuovo millennio, e forse la situazione si \u00e8 oltremodo complicata. Il presente si \u00e8 fatto ancora pi\u00f9 frammentato, ancora pi\u00f9 difficilmente decodificabile, l\u2019interpretazione si ritrova inevitabilmente insidiata dalle turbolenze della complessit\u00e0, tutte le teorie e tutte le prassi sembrano superate, inadeguate alle forme dei paesaggi che mutano in continuazione, alle improvvise svolte del tempo, alle figure dell\u2019umano che agiscono sulle scene dell\u2019esistere.<\/p>\n\n\n\n<p>Talune volte si ha finanche l\u2019impressione che il presente non abbia una significanza tale da motivare la narrazione, che non meriti il racconto.<\/p>\n\n\n\n<p>Dieci anni prima che il secolo si concludesse, nella premessa a <em>La chimera<\/em>, Sebastiano Vassalli sosteneva di aver capito che nel presente non c\u2019\u00e8 niente che meriti di essere raccontato. Il presente \u00e8 rumore, diceva: milioni, miliardi di voci che gridano, tutte insieme e in tutte le lingue, cercando di sopraffarsi l\u2019una con l\u2019altra. Per cercare le chiavi del presente, diceva, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore, andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla.<\/p>\n\n\n\n<p>Sebastiano Vassalli un po\u2019 aveva ragione e un po\u2019 sbagliava.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 vero che il presente \u00e8 rumore, ma forse \u00e8 proprio quel rumore che esprime &#8211; invoca &#8211; una domanda di racconto.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 aveva ragione considerando che, per comprendere il presente, bisogna uscire dal rumore per addentrarsi nella notte: nel silenzio che ricopre e a volte difende la memoria, la Storia, che attribuisce la riconoscibilit\u00e0 alle forme e alle figure.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente intendeva affermare, coerentemente con la sua poetica, l\u2019indispensabilit\u00e0 di un confronto del racconto con la Storia, con le sue riverberanze, con le sue implicazioni, ma anche con i suoi codici.<\/p>\n\n\n\n<p>Si pensa solitamente che un elemento di identificazione dei fatti storici sia costituito dalla trama. Cos\u00ec il rapporto che la narrazione stabilisce con la Storia molto spesso \u00e8 caratterizzato da questo elemento.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma dal Novecento in poi la relazione fra narrazione, Storia e trama si \u00e8 frantumata, specularmente alla frammentariet\u00e0 che connota il tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora una volta \u00e8 stato un poeta, Giorgio Caproni, a darne una formula significativa: \u201cLeone o Drago che sia, \/ il fatto poco importa. \/ La Storia \u00e8 testimonianza morta. \/ E vale quanto una fantasia\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche tempo fa, parlando del pi\u00f9 e del meno, una persona mi diceva che nei romanzi di un certo scrittore \u00e8 quasi totalmente assente la trama. Mi diceva che a volte ne abbozza una ma poi ci rinuncia, si ritrae.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho letto i romanzi di quello scrittore man mano che venivano pubblicati. Il suo primo lavoro, uscito qualche anno prima della fine del secolo, era un libro di racconti: frammenti, dunque. I personaggi erano figure che cercavano di costituirsi come rappresentazione di destini. Niente trama, perch\u00e9 i destini non hanno una trama. Poi ha continuato con romanzi che usavano la Storia come pretesto. Anche in questo caso nessuna trama, perch\u00e9 la Storia quasi sempre \u00e8 determinata dal caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Non l\u2019ho pi\u00f9 riletto, ma sulla base di quello che ricordavo, ho cercato di dire alla persona amica che con molta probabilit\u00e0 l\u2019assenza di una trama voleva intenzionalmente significare l\u2019impossibilit\u00e0 da parte del narratore di governare quello che narrava, allo stesso modo in cui nessuno pu\u00f2 governare la propria esistenza e meno ancora l\u2019accadere dei fatti, se non limitatamente a minuscole e sostanzialmente ininfluenti circostanze.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse l\u2019assenza di una trama significava che in ogni tempo, e in questo pi\u00f9 che in ogni altro, noi non andiamo da nessuna parte, che siamo trascinati da un vento che non sappiamo neppure da dove venga, che meno che mai sappiamo dove ci sta portando.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse soltanto questo vento, oggi, possiamo raccontare. Forse soltanto questo trascinamento, quest\u2019incognita. Forse non possiamo raccontare altro che una domanda sui destini che ci toccano, nient\u2019altro che la consapevolezza che la risposta non potr\u00e0 mai darla nessuna narrazione, nessuna filosofia, nessuna scienza.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Al tempo degli argini smottanti<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Dice di essere una contastorie, di credere nel potere delle storie, nella magia delle parole, perch\u00e9 le parole creano connessioni, ci rendono pi\u00f9 consapevoli, pi\u00f9 umani, pi\u00f9 compassionevoli. Dice che i libri possono guidarci, ispirarci, svegliarci; a volte anche salvarci. La letteratura ci aiuta a rimetterci in contatto con gli altri esseri umani in modo molto pi\u00f9 profondo, attiva la nostra immaginazione, il pensiero, riunisce le emozioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec dice la scrittrice turca Elif Shafak in un suo articolo sulla \u201cStampa\u201d di qualche tempo fa.<\/p>\n\n\n\n<p>Accade, a volte, che si dia per acquisita, per indiscutibile la rilevanza che la letteratura assume nella dimensione esistenziale di ciascuno e in quella di una civilt\u00e0. Accade anche, a volte, che si dia per acquisito esattamente il contrario, che si consideri la letteratura del tutto irrilevante nei processi di sviluppo e di progresso sociale e personale.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse, sia l\u2019una che l\u2019altra considerazione provengono da una stratificazione concettuale che non si lascia penetrare da sospetti di errore. Chi crede che la letteratura serva a molto, a moltissimo, che sia ad ogni livello essenziale, non \u00e8 disposto a cambiare idea neanche davanti a prove ipoteticamente inconfutabili che ne dimostrano l\u2019inutilit\u00e0; la stessa cosa accade a chi ritiene che la letteratura non possa servire a niente, a nessuno, per nessuna ragione: non c\u2019\u00e8 argomento che possa convincerlo che invece in qualche caso e a qualcosa pu\u00f2 servire.<\/p>\n\n\n\n<p>Non c\u2019\u00e8 alcun dubbio che uomini senza un rapporto con la letteratura siano vissuti, vivano e vivranno tranquillamente, e forse anche pi\u00f9 tranquillamente di quegli altri che con la letteratura hanno avuto, hanno ed avranno un rapporto sistematico, che per alcuni aspetti ne conforma la personalit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2 non c\u2019\u00e8 alcun dubbio neanche sul fatto che gli uomini senza letteratura non potranno sapere mai come avrebbero vissuto, come vivrebbero, se la letteratura avesse accompagnato o accompagnasse in qualche modo i loro giorni. Certamente non sarebbero pi\u00f9 felici e neanche meno infelici, non sarebbero pi\u00f9 o meno sapienti; non avrebbero pi\u00f9 sentimento e neanche di meno, probabilmente non avrebbero neppure meno idee, neanche meno sogni, neanche meno parole. Probabilmente la sola cosa in pi\u00f9 che avrebbero avuto, che avrebbero, se fossero stati o se fossero uomini con letteratura, sarebbe stata e sarebbe la conoscenza di una rappresentazione un po\u2019 reale e un po\u2019 fantastica della profondit\u00e0 dell\u2019esistenza. Che \u00e8 quella conoscenza di cui forse, in questo tempo, abbiamo pi\u00f9 bisogno. Perch\u00e9 questo tempo non consente pi\u00f9, non tollera pi\u00f9 il lusso della superficialit\u00e0. Quel lusso abbiamo potuto permettercelo fino ad un certo punto. Adesso non pi\u00f9. Adesso abbiamo bisogno di scendere fino ad arrivare al lievito delle storie che attraversiamo, alla radice semantica dei fatti che accadono vicino a noi, lontano da noi, dentro di noi. Abbiamo bisogno, come dice Elif Shafak, di rimetterci in contatto con gli altri esseri umani in modo molto pi\u00f9 profondo, perch\u00e9 soltanto scandagliando le profondit\u00e0 possiamo capire il nostro essere umani. Le emozioni si generano nella profondit\u00e0. Le passioni, le paure hanno la loro residenza nella profondit\u00e0. La letteratura ci insegna a cercare nella dimensione della profondit\u00e0. Con la sua ambivalenza, con le sue metafore, con la sua carica metonimica, con i suoi giochi di specchi, con i riflessi, con la sua finzione, ci insegna a cercare l\u2019essenziale di ogni esistenza custodito dalla profondit\u00e0. Anche quando sembra che voglia svagare, che voglia distogliere dagli affanni, che intenda semplicemente intrattenere, ci sta insegnando ad essere pi\u00f9 consapevoli, pi\u00f9 umani, pi\u00f9 compassionevoli.<\/p>\n\n\n\n<p>Non ad altro che a questo \u00e8 sempre servita la letteratura, sostanzialmente: ad esprimere l\u2019indispensabilit\u00e0 della prossimit\u00e0 delle esistenze, a rappresentare il valore della diversit\u00e0 delle esperienze, a disegnare volti nei quali cercare rassomiglianze e differenze. A proporre un catalogo dei destini.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma in questo tempo di complessit\u00e0, di complicazione, di garbuglio, probabilmente serve, soprattutto, ad insegnarci una maggiore consapevolezza di quello che siamo, delle nostre possibilit\u00e0 e impossibilit\u00e0, a procurarci una pi\u00f9 esplicita sensibilit\u00e0 nei confronti dell\u2019altro, ma anche nei confronti di noi stessi e della nostra esperienza di esistere, a rinvigorire il sentimento della compassione, della passione condivisa.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, della letteratura si pu\u00f2 fare a meno, senza che il farne a meno provochi l\u2019apocalisse. Per\u00f2, senza letteratura ci si ritrova pi\u00f9 soli: si ritrova pi\u00f9 solo un uomo; si ritrova pi\u00f9 sola una civilt\u00e0. Forse siamo arrivati ad un tempo in cui bisogna scegliere. Di solito i tempi in cui bisogna scegliere sono quelli delle mutazioni antropologiche, delle riformulazioni radicali che coinvolgono i codici con cui si rappresentano i sistemi sociali. Solitamente i tempi in cui si rivela urgente scegliere sono quelli che vengono definiti della crisi, o comunque delle riconsiderazioni particolari e generali. Sono i tempi in cui gli argini sembrano smottare o smottano veramente.<\/p>\n\n\n\n<p>Molte condizioni e molti segni dicono che noi, ora, qui, stiamo attraversando un tempo cos\u00ec: di crisi, riformulazioni, riconsiderazioni. Anche di smottamenti delle certezze.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora questo \u00e8 un tempo che richiede, che forse impone di fare delle scelte. Fra le tante, anche quella di sentirci pi\u00f9 o meno soli, come uomini e come civilt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il profondo Novecento<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Nelle prime righe del prologo delle <em>Storie di Giacobbe,<\/em> Thomas Mann fa esplodere, come una mina, questa affermazione e questa domanda: : \u201cProfondo \u00e8 il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile?\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse non tutto il passato ha la stessa profondit\u00e0. Forse il passato pu\u00f2 essere pi\u00f9 o meno profondo, e la profondit\u00e0 \u00e8 determinata dai fatti, dalle circostanze, da quello che si \u00e8 riusciti a comprendere di quei fatti e di quelle circostanze, da quello che resta incompreso, indecifrato.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse il Novecento \u00e8 un passato dalla profondit\u00e0 abissale. Forse perch\u00e9 \u00e8 ancora troppo poco passato. Forse perch\u00e9 non \u00e8 ancora finito. Costituisce ancora il riferimento essenziale per molte conoscenze, per molte esperienze. Il Novecento si ripresenta, a volte in modo leggero, a volte in modo invadente, nella nostra esistenza, ogni giorno. Perch\u00e9 veniamo tutti da l\u00ec, da quegli anni di storie intrecciate, talvolta complicate. Vengono da l\u00ec anche quelle creature che adesso hanno vent\u2019anni, che una parvenza di Novecento la incontrano sui libri di storia. Vengono dalla sua scienza, dalla sua tecnica, dalla sua letteratura, dalle passioni, dalle contraddizioni, dai grovigli, dalle sue ambiguit\u00e0, dai suoi chiaroscuri. Anche quelli che adesso hanno vent\u2019anni vengono dalle bellezze e dalle tragedie del Novecento, dalle lacerazioni, dalle ansie, dalle tensioni, dagli entusiasmi, dalle disperazioni che lo hanno attraversato, da tutto quello che ha promesso e che ha mantenuto, da quello che ha promesso e che ha disatteso, dal progresso di cui ci ha fatto dono e dalle esasperazioni di quel progresso che alle volte ci turbano. Veniamo tutti da l\u00ec e ci portiamo dietro, dentro, i significati giganteschi che abbiamo acquisito e la tristezza per tutto quello che non siamo ancora riusciti a capire.<\/p>\n\n\n\n<p>In quegli anni si \u00e8 delineata la nostra identit\u00e0 soggettiva e collettiva, \u00e8 maturata la nostra appartenenza a qualcosa, a qualcuno, si sono conformate le nostre categorie di pensiero; in quel tempo abbiamo costruito le certezze alle quali ci affidiamo e si sono insinuate le incertezze con le quali ci ritroviamo a fare sempre i conti.<\/p>\n\n\n\n<p>In un saggio che s\u2019intitola <em>Oltre il Novecento<\/em>, Marco Revelli sostiene che il Novecento \u00e8 finito, e tuttavia la sensazione che la sua fine comunica \u00e8 quella di un falso movimento, di un arresto, o di una inspiegabile difficolt\u00e0 a procedere. \u201cCome nell \u201cAngelo sterminatore\u201d di <em>Bu\u00f1uel<\/em><em>,<\/em> anche noi stiamo immobili al di qua d\u2019una soglia gi\u00e0 cronologicamente infranta, forse ormai fuori con le nostre fiammanti tecnologie e l\u2019effimera mutevolezza delle nostre mode, ma mentalmente prigionieri d\u2019un secolo che ci trattiene con la forza spenta delle sue antitesi non risolte. Con la potenza impalpabile dei suoi fantasmi non placati\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Novecento pretende che si discenda nelle sue profondit\u00e0 per scoprirne le meraviglie e i relitti.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma durante la discesa, ad un certo punto ci ritroveremo sempre, inevitabilmente, davanti allo sbarramento di quella frase di Thomas Mann: \u201cProfondo \u00e8 il pozzo del passato. Non dovremmo dirlo insondabile?\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ad un certo punto, davanti a quello sbarramento, avremo l\u2019istinto di abbandonare la discesa, di risalire alle nostre rassicuranti superfici, di limitarci alle cose che vediamo e che passano, che ascoltiamo e che si disperdono, alle storie lineari, con un incipit ed un explicit che non ci confondono, non ci impensieriscono.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, a quel punto, per non rinunciare al tentativo di comprensione, forse avremo bisogno di una sintesi essenziale. Forse, a quel punto, avremo bisogno della letteratura: di quell\u2019universo di finzione che per\u00f2 rappresenta un catalogo del tempo e delle storie e delle creature di quel tempo.<\/p>\n\n\n\n<p>Avremo bisogno di quella condizione che ci consente la possibilit\u00e0 della riflessione, dell\u2019analisi, del confronto. Certo, il territorio \u00e8 sterminato. Bisognerebbe fare selezioni, e le selezioni sono sempre arbitrarie. A limitarsi soltanto alla letteratura italiana, si potrebbe dire Gozzano e Montale. Per esempio. Si potrebbe dire Buzzati, Svevo, Tozzi, Moravia. Il Calvino della Resistenza. Pirandello, Pratolini, Pavese, Pasolini, Stefano D\u2019Arrigo e Primo Levi. Fenoglio, certo: Fenoglio. Ma sono solo esempi. Nomi fatti a caso. Elsa Morante. Quasimodo. Ungaretti. Giovanni Comisso, Ignazio Silone, Italo Svevo e, indubbiamente, Gabriele D\u2019Annunzio, Piero Jahier. Forse, prima di tutti, verrebbe quella riflessione che un ragazzo di trentuno anni scrisse pochi mesi prima di morire in combattimento sul Pogdora, il 20 di luglio del 1915. Si chiamava Renato Serra, e il libro \u00e8 l\u2019 <em>Esame di coscienza di un letterato<\/em>. Davvero solo esempi; solo nomi a caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la profondit\u00e0 del Novecento \u00e8 nella letteratura. In quel luogo si manifestano, o si celano, i significati essenziali; allora \u00e8 in quel luogo che occorre cercare. Poi, anche la letteratura che si \u00e8 sviluppata in questi primi vent\u2019anni di secolo, dice sostanzialmente, quasi esclusivamente, del Novecento, a dimostrazione che, per avventurarsi nella dimensione del presente, \u00e8 indispensabile risolvere prima i problemi con il passato, capire tutto quello che \u00e8 possibile capire, anche che esistono accadimenti di cui si possono soltanto intuire, ipotizzare, immaginare le ragioni, ma di cui probabilmente non si potr\u00e0 avere mai una compiuta conoscenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, la letteratura esiste per scagliare domande, non per concedere risposte, per insinuare dubbi, scardinare certezze.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2, forse \u00e8 con le domande scagliate dalla letteratura, con i dubbi che insinua continuamente, che si pu\u00f2 tentare di scendere nel pozzo profondo del passato. Con la consapevolezza che quel pozzo resta insondabile comunque.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Per salvarci dall\u2019apparenza<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura serve a poco, serve sempre di meno, forse non serve pi\u00f9 a niente. Non sappiamo che farcene dei profili di esistenza, delle configurazioni di destini, delle storie profonde, complesse, degli interrogativi, dei dubbi, dei ragionamenti a cui ci costringe. Noi adoriamo la linearit\u00e0, la superficie. Anche il vuoto. Non vogliamo risposte perch\u00e9 non abbiamo e non vogliamo domande. La letteratura che frequentiamo, casualmente e per spassatempo, pensata e prodotta per i nostri brevissimi intermezzi, non deve implicare il pensiero, non deve complicare la vita, non ci deve richiedere di soffermarci a pensare, perch\u00e9 quello che pensiamo ci basta ed avanza, perch\u00e9 abbiamo tanto da fare e andiamo in fretta. Ma poi, il suo universo \u00e8 ormai superato, consumato nei suoi significati, nelle sue metafore. E\u2019 un universo di opaca nostalgia. Ne abbiamo altri, adesso, di universi. Risplendenti, stralucenti, che proiettano forme e sostanze adeguate ai tempi. In questi universi l\u2019esperienza di esistere \u00e8 collettiva, senza differenze di felicit\u00e0 e di angoscia. Siamo tutti felici e angosciati all\u2019identico modo. Soddisfatti da un\u2019esteriorit\u00e0 che trascura o ignora la dimensione interiore.<\/p>\n\n\n\n<p>Per\u00f2, di tanto in tanto qualcuno insinua un dubbio: si avventura nel dire che stiamo perdendo o abbiamo gi\u00e0 perso autenticit\u00e0, identit\u00e0, pensiero. Dice che abbiamo perso la parola che significa, che vale.<\/p>\n\n\n\n<p>Di tanto in tanto qualcuno insinua dubbi.<\/p>\n\n\n\n<p>All\u2019inizio di una conversazione fra Zigmunt Bauman e Riccardo Mazzeo, proposta in un libro che s\u2019intitola, semplicemente, <em>Elogio della letteratura<\/em>, Mazzeo sostiene che, se si vuole rispettare la complessit\u00e0 e l\u2019infinita variegatezza dell\u2019esperienza umana cos\u00ec come viene percepita e vissuta intimamente, \u00e8 evidente che non si possono ridurre gli individui a \u201chomunculi\u201d identificabili o descrivibili in termini di schemi e statistiche, di dati e fatti oggettivi, e la letteratura \u00e8 per sua stessa natura ambivalente, metaforica e metonimica, capace di rendere la solidit\u00e0 e la liquidit\u00e0, l\u2019omogeneit\u00e0 e la pluralit\u00e0, il liscio della continuit\u00e0 ma anche l\u2019agro, il ruvido, il crocchiante che abitano le nostre esistenze. Non solo siamo carenti delle parole per dire chi siamo e che cosa vogliamo, ma siamo finanche imbeccati, rimpinzati e saturati di parole tanto vuote e inerti quanto luccicanti e attraenti e adescatrici. Sono le parole chiave che ci vengono ripetute dalle sirene dell\u2019 entertainment, dei nuovi sbalorditivi dispositivi tecnologici, dei sempre nuovi irresistibili prodotti di culto che ci consentono di apparire in societ\u00e0 come gli altri si aspettano.<\/p>\n\n\n\n<p>Ecco, dunque. Forse viviamo in una bolla colorata che in qualche caso si dissolve, e quando si dissolve ci lascia nella solitudine pi\u00f9 assoluta e nella totale irriconoscibilit\u00e0 di noi stessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Non abbiamo parole per dirci, raccontarci, per esprimere le nostre paure e le nostre speranze, se non quelle false registrate in un dizionario del mercato al quale facciamo ricorso per ogni evenienza.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, forse avremmo bisogno di ricercarci nella letteratura: in quella realt\u00e0 di finzione che per\u00f2 rappresenta un catalogo dei tempi e delle creature, in quel linguaggio che nella forma dell\u2019 artificio cela la sostanza della naturalezza, della sincerit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Ne avremmo bisogno a livello soggettivo e a livello di civilt\u00e0. Per non farci travolgere, singolarmente e collettivamente, dalla valanga della vacuit\u00e0 e dell\u2019indifferenza, per non ridurre le nostre esistenze ad immagine e somiglianza di robot.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse la letteratura \u00e8 ancora una delle poche condizioni che ci consentono la possibilit\u00e0 della riflessione, dell\u2019analisi, del confronto. Ma forse \u00e8 proprio questa la ragione che ci induce, consapevolmente o inconsapevolmente, a sbarazzarcene. Perch\u00e9 vogliamo pensare sempre di meno. Vogliamo indagarci sempre di meno. Comprenderci sempre di meno. Vogliamo allontanarci dalla nostra congenita complessit\u00e0, metterci al riparo dalla sassaiola<strong><\/strong> di domande che altri potrebbero farci, che pi\u00f9 probabilmente noi stessi potremmo farci. La moltitudine di strumenti che abbiamo a disposizione, e di cui ci siamo circondati, ci ha fatto capire che possiamo fare a meno di cercare risposte dentro di noi perch\u00e9 abbiamo a disposizione sistemi che danno immediatamente risposte comode, compiacenti, che non ci scuotono, che non ci incomodano, che non ci inquietano. Che ci illudono sempre, non ci deludono mai.<\/p>\n\n\n\n<p>Non vogliamo parole e rappresentazioni con le quali dirci chi siamo, veramente, di che cosa abbiamo paura o desiderio, veramente. Stiamo bene sotto la grande, immensa galleria della luminaria che attraversiamo continuamente e non vogliamo conoscere il sottosuolo, non vogliamo neppure il buio che ci permette di vedere le stelle. Ci piace la luce innaturale.<\/p>\n\n\n\n<p>Non si vuole fare nessun riferimento all\u2019antica questione della funzione sociale della letteratura. Per\u00f2 viene spontaneo affermare che, forse mai come in questo tempo, la letteratura si carica di una funzione essenziale per l\u2019espressione dell\u2019unicit\u00e0 della condizione umana. Perch\u00e9 il rischio che si possa arrivare a non saper pronunciare neppure il proprio nome si deve mettere nel conto.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente l\u2019affermazione risulta esagerata. Per\u00f2 talune volte accade che le esagerazioni si costituiscano come previsioni. Nessuno lo vorrebbe, certamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Se questo tempo ha bisogno della letteratura pi\u00f9 di quanto ne abbiano avuto i tempi passati, probabilmente lo si deve alla circostanza che mai come in questo tempo i prodotti creati dall\u2019uomo possono finire con l\u2019assoggettarlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec quella letteratura che serve proprio a poco, che serve sempre di meno, che non serve quasi a niente, forse rimane ancora la sola situazione in grado di raccontarci non solo come siamo stati e come siamo, ma anche come sar\u00e0 il mondo domani, domani l\u2019altro, come saranno coloro che lo abiteranno. In modo da poterci regolare sul da farsi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Dove tutto quello che pu\u00f2 avvenire \u00e8 gi\u00e0 avvenuto<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Quando i tempi sono, o sembrano, lineari, sbrogliati, distesi, armonici, regolari, per comprendere quello che accade pu\u00f2 essere sufficiente anche solo osservare.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando, invece, i tempi sono aggrovigliati, complessi, multiformi, confusi, complicati, per comprenderne i significati non basta osservare. Bisogna guardare oltre quello che appare. Rintracciare differenze e analogie con altri tempi. Individuare figure che rappresentano i significati. Probabilmente il territorio che pi\u00f9 di ogni altro \u00e8 in grado di proporre figure che rappresentano i significati \u00e8 la letteratura. Anche la storia, senza alcun dubbio. Ma la letteratura un po\u2019 di pi\u00f9. La Commedia di Dante presenta figure che oltrepassano la storia e si costituiscono come riferimenti per gli accadimenti di ogni tempo. E\u2019 solo un esempio.<\/p>\n\n\n\n<p>Dicono i dizionari che la letteratura \u00e8 l\u2019insieme delle opere scritte relative a una civilt\u00e0, a un\u2019epoca, a un genere, a un Paese.<\/p>\n\n\n\n<p>E\u2019 quest\u2019insieme di opere scritte che consente di comprendere la Storia e le storie, l\u2019immaginario dell\u2019epoca, le forme di una civilt\u00e0, l\u2019identit\u00e0 di un Paese. E\u2019 la letteratura che restituisce, attraverso la finzione che \u00e8 la sua natura, il senso del tempo, le passioni e le ragioni, l\u2019essenza dei fatti accaduti. Soltanto la letteratura pu\u00f2 fare questo. Non c\u2019\u00e8 altra disciplina, non c\u2019\u00e8 macchina, n\u00e9 enciclopedia che riescano ad esprimere le condizioni, le emozioni, le paure, le contraddizioni, le speranze, le tensioni del tempo. Non c\u2019\u00e8 disciplina che come e quanto la letteratura possa ricostruire la mentalit\u00e0, il sentimento religioso, il profilo esistenziale, il sistema simbolico- culturale, la dimensione inconscia e archetipa, la vita affettiva e psicologica, il linguaggio, le idee, quella che potremmo chiamare la Weltanschauung, la visione del mondo e della vita di un\u2019epoca.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma in quest\u2019opera di restituzione del senso del tempo, la letteratura va oltre, consentendo la trasferibilit\u00e0 dei suoi significati, proponendo una conoscenza ed un\u2019esperienza dei fatti del mondo che non sono mai assolute, n\u00e9 ultime, definitive, irreversibili, inevitabilmente compiute. Raccontando di un solo uomo, riesce a rappresentare la sorte di tutti gli uomini, o comunque di molti, la loro sapienza e la loro follia, il disincanto e lo stupore per il terreno e l\u2019ultraterreno, il visibile e l\u2019invisibile, a dare conto dei destini che si cercano o che si rifiutano, che si rincorrono o che si allontanano, che si contemperano o che si dilacerano; riesce a figurare la confusione che spesso si verifica fra il reale e l\u2019irreale, il verosimile e l\u2019inverosimile, il probabile e l\u2019improbabile, il vero e il falso.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura \u00e8 quel luogo della cultura dove tutto quello che pu\u00f2 avvenire \u00e8 gi\u00e0 avvenuto. E\u2019 il catalogo di tutte le possibili esistenze. Tutto quello che pu\u00f2 accadere ad un uomo, a una donna, \u00e8 gi\u00e0 accaduto in una pagina di romanzo, nel verso di una poesia, in una scena di teatro. Almeno nella sua natura essenziale, nel suo nucleo di senso, nel suo lievito sostanziale. Per esempio, ancora: nella tragedia greca c\u2019\u00e8 il grumo semantico di ogni possibile vicenda. I personaggi sono archetipi che costituiscono il riferimento ineludibile per una comprensione profonda del manifestarsi dei sentimenti.<\/p>\n\n\n\n<p>In una conferenza sugli esuli tenuta a Vienna nel dicembre del 1987, Josif Brodski disse che la letteratura \u201c \u00e8 un dizionario, un compendio di significati per questo o quel destino umano, per questa o quella esperienza. E\u2019 un dizionario della lingua nella quale la vita parla all\u2019uomo\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando i tempi sono complicati, per comprendere bisogna scavare. Questo \u00e8 un tempo complicato, per cui bisogna scavare se si vuole comprendere il senso che si porta dietro, dentro. Bisogna scavare nei luoghi che custodiscono i significati essenziali, quelli che servono a definire la relazione tra il presente e il passato, a delineare orizzonti di futuro. Bisogna scavare in quei classici che rielaborano i fatti delle storia, indubbiamente. Ma bisogna anche scavare nel tempo con un diverso linguaggio, con un altro metodo, con diversi argomenti, forse anche con uno stile diverso, con un diverso rapporto con la realt\u00e0 e con quella finzione che, si diceva, costituisce la condizione che connota la letteratura.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse bisogna pensare e praticare una nuova letteratura: una nuova narrativa, una nuova poesia. Forse occorre rifondare strutture, rielaborare forme espressive, rimodulare gli stili, aderire alla realt\u00e0 pi\u00f9 di quanto si \u00e8 fatto finora, finalizzare la finzione diversamente da come si \u00e8 fatto finora. Forse occorre condurre in maniera diversa l\u2019indagine nella memoria soggettiva e collettiva, rappresentare diversamente la dimensione del lontano e del vicino, del presente, del passato, del futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>Poi, si sa, la letteratura \u00e8 quella strana cosa che molto spesso non si lascia per nulla coinvolgere dalle previsioni e nemmeno dalle intenzioni. Sfonda i confini delle previsioni; ignora e oltrepassa le intenzioni. Impone le direzioni da seguire e che, probabilmente, \u00e8 conveniente seguire perch\u00e9, se non conducono alla verit\u00e0, forse si avvicinano a qualcosa che in qualche modo le rassomiglia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quando sognare da soli non basta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Durante una conversazione tra Edoardo Albinati e Walter Siti, alla domanda su \u201cperch\u00e9 la letteratura?\u201d Siti risponde cos\u00ec: \u201cPer la stessa ragione per la quale si sogna\u201d, riferendosi al sognare come necessit\u00e0 fisiologica. Poi dice: \u201cQuando uno viene tenuto sveglio molto a lungo, deperisce non tanto perch\u00e9 non dorme ma perch\u00e9 non sogna\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse ci si potrebbe domandare se questo tempo ha fisiologicamente bisogno di sogni: di sogni soggettivi e di sogni collettivi; se il sogno di tutti e di ciascuno pu\u00f2 determinare il progresso della nostra condizione di umani.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse si potrebbe considerare che vengono tempi e si giunge a certi punti in cui il sogno soggettivo non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente, che si ha bisogno di sogni da fare in comune. Allora inevitabilmente ci si chiede di quali sogni da fare in comune si ha bisogno. Una risposta immediata, soltanto appena pensata, non elaborata, non concettualizzata, potrebbe essere che si ha bisogno di un sogno di progresso: forse di un progresso diverso da quello al quale abbiamo sempre pensato, che abbiamo conquistato &#8211; con fatica, con molta fatica &#8211; , al quale ci siamo abituati e non avremmo dovuto abituarci perch\u00e9 il progresso non si deve mai dare per scontato. Poi, seguendo il dipanarsi delle domande, ci si dovrebbe chiedere in che senso, in che misura, per quale motivo la letteratura pu\u00f2 contribuire, significativamente, a generare e a conformare quel sogno collettivo, quello che recepisce e rielabora i sogni di ciascuno.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente, questa domanda costituisce la linea di confine, il nodo da sciogliere, perch\u00e9 inevitabilmente ne accende un\u2019altra anche pi\u00f9 complicata che si pu\u00f2 formulare cos\u00ec: ma davvero la letteratura, il prodotto di una finzione, la proiezione di una fantasia, la combinazione di realt\u00e0 e di immaginazione pu\u00f2 contribuire alla formazione di un nuovo concetto di progresso, alla sua realizzazione? Semplicisticamente, le risposte possono essere due. La prima: non pu\u00f2. La letteratura non ha mai predisposto e determinato un agio. Al contrario, ha sempre creato disagio. La letteratura esiste per mettere a disagio, per far mancare la terra sotto i piedi, per insinuare dubbi, scombussolare certezze, per mettere in crisi, confondere, depistare.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda risposta \u00e8 che s\u00ec, la letteratura pu\u00f2 diventare strumento per la ricerca di un progresso che sia coerente con i tempi, che risponda alle esigenze e a volte anche alle pretese dei mutamenti culturali, economici, sociali. La letteratura esiste per generare crisi che a loro volta, se governate sapientemente, generano progresso.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora forse si potrebbe dire che la letteratura pu\u00f2 rappresentare i sogni collettivi di progresso anche quando racconta le crisi della civilt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>A pensarci rapidamente, senza soffermarsi a riflettere, si potrebbe anche sostenere che, per esempio, tutta la letteratura europea dell\u2019Ottocento e della prima met\u00e0 del Novecento non ha fatto altro che raccontare la crisi profonda di una civilt\u00e0, figurando le possibili condizioni di un progresso.<\/p>\n\n\n\n<p>Quelli che viviamo sono tempi di crisi costante, strutturale: crisi della ragione, dei sentimenti, della conoscenza, dell\u2019esperienza, dei sistemi, dei criteri, dei modelli, di quelli che si chiamano i valori, di quelli che si considerano riferimenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, senza neppure il minimo accenno all\u2019antica questione della funzione sociale della letteratura, viene spontaneo sostenere che, forse mai come in questo tempo, la letteratura si carica di una funzione essenziale per l\u2019elaborazione di una condizione esistenziale nuova.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse questo tempo ha bisogno della letteratura pi\u00f9 di quanto ne abbiano avuta i tempi passati. Non perch\u00e9 abbia un maggiore bisogno di sogni, ma perch\u00e9 ha bisogno di strumenti capaci di attribuire ai sogni dei tempi passati significati nuovi da combinare ed armonizzare con sogni che prima non sono mai stati sognati.<\/p>\n\n\n\n<p>Il compito e il destino della letteratura consistono nel creare metafore. Forse si potrebbe dire che ogni metafora \u00e8, sostanzialmente, la rappresentazione del sogno di una trasformazione. Un pensare di andare oltre l\u2019esistente. Un immaginare significati nuovi. Sono molti, moltissimi, innumerevoli forse, i sintomi sociali e culturali che esprimono il desiderio ansioso che ha questo nostro tempo di trasformarsi pi\u00f9 di quanto costantemente si trasforma, di proiettarsi in un sistema di significati nuovi o comunque rinnovati, ricomposti, rifondati, rigenerati, riconfigurati. Sono moltissimi i segni che riferiscono il bisogno di fare sogni nuovi. Ecco, allora, che forse il conto torna: se la ragione della letteratura \u00e8 quella stessa per la quale si sogna, di conseguenza si ha bisogno di una nuova letteratura che racconti sogni nuovi ai quali riferirsi, nei quali riconoscersi, ai quali affidarsi. Certo, ognuno sogna per se stesso; \u00e8 normale che sia cos\u00ec. La letteratura sogna per conto di tutti. Fino a questo punto \u00e8 stato cos\u00ec. Si spera che continui ad essere com\u2019\u00e8 stato.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Soltanto una faccenda di casa<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Quell\u2019autore misterioso che \u00e8 Elena Ferrante ha un\u2019idea suggestiva, forse anche emozionante, di letteratura. Probabilmente \u00e8 un\u2019idea che in taluni casi pu\u00f2 corrispondere alla verit\u00e0, a condizione che la letteratura sia una faccenda in cui si crede: in cui si crede veramente, senza infingimenti, senza riserve. Dice dunque Elena Ferrante che \u201cuna poesia, un romanzo, un racconto sono colpi di dado e, per quanto tutto il corpo si concentri nel lancio, per quanto assommi in s\u00e9 con molto studio tutta l\u2019energia e tutta la perizia letteraria stipata nelle biblioteche, il lancio deve fare i conti con la fortuna\u201d. Dice che scrivere \u00e8 un gioco d\u2019azzardo e che raramente si vince. L\u2019azzardo dello scrivere riusciva raramente gi\u00e0 quando i libri parevano scritti in cielo, \u201cfigurati adesso che nessun dio fiata\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec dice, dunque, Elena Ferrante in un articolo su \u201cLa lettura\u201d del Corriere della sera.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa \u00e8 la sua idea di letteratura, che probabilmente, qualche volta, forse raramente, corrisponde alla realt\u00e0. Noi qualcuno lo abbiamo conosciuto. Qualcuno che ha vissuto la letteratura come un gioco d\u2019azzardo, che ci ha creduto in modo assoluto, lo abbiamo conosciuto.<\/p>\n\n\n\n<p>Erano creature che sapevano perfettamente che quella cosa chiamata letteratura chiede molto, costa troppo, pretende in modo sproporzionato e non restituisce mai niente di quello che pretende e che si prende. \u201cS\u00ec, qualche volta l\u2019ebbrezza\/ d\u2019esser vicini a qualcosa\/ ma in che rari momenti\/ e a che prezzo\/ d\u2019insofferenze, di rotture\/ d\u2019ogni pi\u00f9 delicata trama d\u2019affetti\u201d.<strong> <\/strong>Cos\u00ec scrisse una volta Vittorio Bodini.<strong><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Salvatore Toma, per esempio. E\u2019 un grande poeta perch\u00e9 ci ha creduto. Credere significa anteporre il pensare e l\u2019essere poeticamente a qualsiasi altra cosa. Anche alla vita. Tot\u00f2 Toma antepose: senza nessun dubbio, senza nessun ripensamento.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci ha creduto. Estremamente. Fino in fondo. Fino all\u2019ultimo respiro. Fino all\u2019ultima goccia di flebo che gli pass\u00f2 nelle vene in quel marzo nevoso, l\u00ec, gi\u00f9 gi\u00f9, nell\u2019ospedale di Gagliano. A Finibusterrae. Sono passati trentaquattro anni.<\/p>\n\n\n\n<p>Scriveva: un grande poeta si riconosce soprattutto dalla paura che si fa.<\/p>\n\n\n\n<p>Antonio Verri, per esempio. Faceva fogli di poesia che vendeva a cento lire per le strade di Lecce. Si ostinava a pensare che la poesia dovesse stare tra la gente, che dovesse sprofondare nella storia per poi riemergere e attraversare il presente, ogni giorno che chiariva e che scuriva. Pensava che la poesia potesse cambiare le cose che dovevano essere cambiate attraverso la bellezza e lo stupore, e tanti gli dicevano che era un illuso, e lui rispondeva provateci un po\u2019 a vivere senza un\u2019illusione per vedere l\u2019effetto che fa.<\/p>\n\n\n\n<p>Diceva che fare letteratura, fare poesia, significa che quando si fa il conto, come lo fa un uomo, di tutto quello che si \u00e8 scritto, rimangono soltanto lo stupore, le svuotate parole, i propositi di volo; rimane solo il gioco, la ripetizione, il bisticcio.<\/p>\n\n\n\n<p>Diceva che fare poesia, fare letteratura, non possa essere altro che un correre stolto, e un correre continuo, verso il solito albero d\u2019oro, verso il solito vecchio profumato eldorado.<\/p>\n\n\n\n<p>Spesso ci si chiede a che cosa serva la letteratura, oppure se abbia ancora senso in un tempo di tracotanza, di superfluit\u00e0, di mitologie sgretolate, di dei seppelliti, di utopie svaporate, di tecnologie prevaricanti, in un tempo arrogante, borioso, indifferente, sotto l\u2019impero dei mercati, nel contrasto vergognoso di opulenze e di miserie. Ma forse \u00e8 proprio in un tempo che si mostra con una fisonomia deformata che serve la letteratura, che serve una parola autentica e profonda, lontana da qualsiasi convenzionalismo, opportunismo, manierismo, artificio, accondiscendenza, autoreferenzialit\u00e0, ambizione.<\/p>\n\n\n\n<p>La letteratura (quella vera, perch\u00e9 esiste anche la letteratura falsa, l\u2019esercizio formale senza alcun significato, il libro scritto per divertissement) \u00e8 sempre stata un\u2019esperienza di liberazione e di libert\u00e0. E\u2019 questo che deve indispensabilmente continuare ad essere, provocando il pensiero, l\u2019indignazione, la rabbia, conformandosi ai volti innumerevoli dell\u2019Altro, ascoltandone le voci e i respiri, urlando contro le ingiustizie, le sofferenze, i qualunquismi, contro ogni sopruso, contro ogni ipocrita silenzio. Ma forse c\u2019\u00e8 una condizione che in questo tempo assume un\u2019importanza straordinaria. Forse in questo tempo la letteratura \u00e8 la possibilit\u00e0 che l\u2019esistenza si concede per sottrarsi alla massificazione, al livellamento, al conformismo e all\u2019uniformit\u00e0, all\u2019appiattimento, alla misura standard per tutto, per tutti, per riconquistare un\u2019intimit\u00e0 di tempo e di spazio, per ritrovare un sentimento di appartenenza a se stessi.<\/p>\n\n\n\n<p>Di Elena Ferrante non si sa niente.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse \u00e8 una(o) che resiste al richiamo della mondanit\u00e0 e della gloria. Forse \u00e8 uno(a) che ha gi\u00e0 una sua presenza consolidata nella cosiddetta societ\u00e0 letteraria e si gode lo spettacolo come spettatore. Ma sarebbe bello che fosse una donna di mezza et\u00e0 che, dopo aver sistemato le faccende di casa, si mette a scrivere soltanto perch\u00e9 scrivere le piace, soltanto perch\u00e9 quando scrive si sente bene. Poi ritorna alle faccende di casa. Ma a pensarci: in fondo, la letteratura non \u00e8 altro che una faccenda di casa. Niente di pi\u00f9 e niente di meno di una assai seria faccenda di casa.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019indispensabile inutilit\u00e0 del classici<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I classici possono anche non servire a niente. Per esempio, i classici non servono a niente quando non si riesce a fornire risposte alle loro domande. Perch\u00e9 i classici non danno mai risposte; scagliano sempre domande, insegnando che innumerevoli e costanti e assedianti sono le domande e che non si pu\u00f2 evitare di cercare le risposte. Poi succede, e anche abbastanza di frequente, che risposte non se ne trovino. Per\u00f2 bisogna cercarle. Forse un classico \u00e8 quel libro che pone sempre la stessa domanda sfidando gli uomini che abitano ogni tempo. Pone sempre la stessa domanda alla quale ciascuno d\u00e0 la propria risposta, senza che mai si possa capire quali siano le risposte giuste e quali le risposte sbagliate, oppure se siano tutte giuste, se siano tutte sbagliate. I classici possono anche non servire a niente. Accade che non servano a niente quando non si riesce a sentire il rombo silenzioso delle loro domande, quando i personaggi, il linguaggio, gli accadimenti che raccontano restano lontani, quando i significati ci risultano estranei. I classici non servono a niente quando ci lasciano indifferenti. Ma \u00e8 proprio a quel punto, dentro quella condizione di indifferenza, che probabilmente dovremmo farci la domanda pi\u00f9 difficile ma forse anche pi\u00f9 necessaria; \u00e8 in quell\u2019assenza di consonanza che ci dovremmo chiedere per quali motivi non riusciamo a percepire le domande, a sentire i significati ed a reagire emotivamente, razionalmente. Dovrebbe essere quella indifferenza a farci domandare come mai se per secoli gli uomini si sono confrontati con i significati di quei libri, in questo nostro tempo il confronto non avviene pi\u00f9, o si \u00e8 fatto pi\u00f9 raro, comunque culturalmente meno significativo.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche volta sopravviene l\u2019impressione che la mutazione antropologica provocata dalla tecnologia di massa abbia determinato una visione del mondo che non riesce a comprendere i significati elaborati dai classici. La tecnologia di massa ha cambiato le logiche, le categorie, le configurazioni del nostro pensiero, le nostre percezioni, le nostre modalit\u00e0 di acquisizione delle conoscenze, il nostro immaginario, i significati che attribuiamo alle nostre esperienze, per cui ci risulta difficile comprendere le strutture semantiche elaborate dai classici.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, si continua a studiarli. Ma studiarli non significa \u201csentirli\u201d, avvertire una corrispondenza, scoprire un\u2019appartenenza. Quei libri sono lontani, appartengono ad un mondo finito, che non esiste pi\u00f9. Anzi, costituiscono la testimonianza della scomparsa di una cultura.<\/p>\n\n\n\n<p>Se ne deve prendere atto. Ma bisogna anche prendere atto che, senza la comprensione dei significati dei classici, non pu\u00f2 esistere una comprensione dei significati profondi dell\u2019essere e dell\u2019esistere. Bisogna anche prendere atto che, senza l\u2019esperienza di ricerca delle risposte alle domande che i classici scaraventano come pietre di fionda, ci si deve inevitabilmente fermare alla superficie, all\u2019apparenza delle cose, dei fenomeni, delle storie. Senza quell\u2019esperienza di ricerca, non si pu\u00f2 indagare, non si pu\u00f2 scoprire che cosa c\u2019\u00e8 sotto, dietro, dentro, non si possono percepire i riflessi, rintracciare i riferimenti, individuare le cause e gli effetti. I classici dicono sempre quello che accadr\u00e0 raccontando quello che \u00e8 accaduto; dicono il futuro che se ne sta sempre acquattato in un angolo nascosto del passato. E\u2019 per questo che attraversano i tempi e le generazioni, riproponendo sempre le stesse domande, ma pretendendo sempre risposte diverse. Le domande sono sempre le stesse perch\u00e9 sono le domande che interessano e coinvolgono il destino di tutti e di ciascuno. Le risposte sono sempre diverse perch\u00e9 i tempi richiedono un diverso confronto con i destini.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la relazione con i classici degli uomini di questo tempo ha subito una frattura, si diceva. Per\u00f2, se non si vuole consegnarsi in maniera definitiva alla superficialit\u00e0 come condizione dell\u2019esistenza, occorre sanare la frattura, ricomporre la relazione, ricostituire la prossimit\u00e0. Non \u00e8 facile. Sono cambiati i linguaggi, le forme di espressione, i canali di comunicazione, le modalit\u00e0 della narrazione, i tempi e gli spazi della riflessione. Sono cambiati i modi di essere nel mondo, per cui diventa quasi impossibile riconoscersi ancora in certe identit\u00e0, in certe storie, nelle vicissitudini, nelle aspirazioni, nei sogni, nelle passioni ai quali un classico d\u00e0 forma. Forse \u00e8 cambiato anche il nostro sentimento del tempo. Non \u00e8 facile. Ma lo si deve fare. Si deve tentare una riconciliazione, che probabilmente pu\u00f2 verificarsi soltanto attraverso una diversa e nuova interpretazione delle metafore che i classici proiettano. C\u2019\u00e8 un solo luogo in cui questa riconciliazione indispensabile pu\u00f2 avvenire. E\u2019 un luogo in cui si attribuiscono costantemente significati nuovi a saperi antichi. E\u2019 un luogo che si chiama scuola. Se la riconciliazione non avviene in quel luogo, non pu\u00f2 avvenire in nessun altro.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La libert\u00e0 del dilettante<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In un\u2019intervista per il Corriere della Sera, a Paolo Di Stefano che chiede quali autori indicherebbe come irrinunciabili in un ideale canone degli anni Duemila, magari da proporre nelle scuole, il linguista Maurizio Dardano risponde che \u00e8 difficile stabilire un canone degli anni Duemila e che, per quanto riguarda la narrativa contemporanea da proporre nella scuola secondaria, si dovrebbe evitare la letteratura di pura evasione. Maurizio Dardano ha buone ragioni per essere prudente. Lui sa perfettamente che i giovani non accettano canoni. Anzi, sa perfettamente che i giovani esistono per scardinare i canoni d\u2019ogni genere: quindi anche quelli letterari. Non c\u2019\u00e8 stata generazione che, mentre il professore teneva la sua lezione su un certo classico, non abbia letto un libro completamente diverso sotto il banco. Ecco: \u00e8 il rifiuto del canone, l\u2019opposizione silenziosa alla maggioranza celebrante. Le cose vanno cos\u00ec, e c\u2019\u00e8 una bellezza nelle cose che vanno cos\u00ec, che intendono rinnovare, rigenerare, proporre nuovi contenuti, forme nuove.<\/p>\n\n\n\n<p>In fondo, si legge per cercare significati nuovi o rinnovati. Si legge per ripensare, riconsiderare. Ci sono molte occasioni che conducono ad un ripensamento, ad una riconsiderazione. A volte anche la distrazione pu\u00f2 essere una di queste occasioni perch\u00e9, attraversando la condizione di distrazione e imponendosi poi di ritornare sui concetti, sulle storie con concentrazione, con attrazione, pu\u00f2 accadere che si scoprano significati che aderiscono al nostro esistere in quel momento, che si conformano al nostro pensiero, alla visione del mondo che abbiamo in quel momento. E\u2019 a quel punto che tutto viene riconsiderato, ripensato, rielaborato, riformulato, rivissuto, risignificato. E\u2019 a quel punto che tutto quello che si pensava fosse una conoscenza acquisita e immodificabile si ripresenta come forma sconosciuta, generando il desiderio o l\u2019interesse della conoscenza.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo tempo che macina le esperienze in pochi istanti e lascia di esse soltanto una insignificante poltiglia, forse la distrazione si pu\u00f2 costituire come un\u2019esperienza di senso, come un\u2019occasione per un approfondimento dei significati con cui ci ritroviamo a confrontarci.<\/p>\n\n\n\n<p>Ha buone ragioni Maurizio Dardano per essere prudente. Lui sa perfettamente che i giovani esistono per pretendere e per esercitare le loro libert\u00e0. Anche le loro libert\u00e0 di lettori.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel <em>Manifesto del libero lettore<\/em>, quel libro che \u00e8 un po\u2019 saggio e un po\u2019 racconto, Alessandro Piperno scrive che il libero lettore \u00e8 colui che si lascia guidare dal capriccio, dalle sete e dalla necessit\u00e0. Il libero lettore \u00e8 un dilettante e, in quanto tale, aspira al diletto, \u00e8 uno che si immerge in un\u2019opera narrativa e non sta l\u00ec ad interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria, non si chiede se sia realista, vittoriana, modernista, tradizionale, sperimentale, se appartenga ad un qualche genere. Non gli interessa.<\/p>\n\n\n\n<p>Il libero lettore legge e basta. Perch\u00e9 questo gesto gli d\u00e0 libert\u00e0 di pensiero, lo sottrae alle sovrastrutture degli schemi e delle categorie, dei canoni, delle classificazioni, dei modelli, delle predefinizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Il libero lettore \u00e8 anche colui che si prende la libert\u00e0 di indugiare, di rallentare il ritmo, di sfilacciare il tempo, di congetturare, di lasciarsi insidiare dalla distrazione. Il suo rapporto con il testo \u00e8 esclusivo e confidenziale e, in una dimensione confidenziale, la distrazione alle volte si acquatta in un angolo e se ne sta sempre pronta ad assalire. Quando assale, si pu\u00f2 lasciare che si tramuti in disinteresse, oppure la si pu\u00f2 contrastare e neutralizzare attraverso una nuova e pi\u00f9 forte concentrazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Il libero lettore \u00e8 convinto che la distrazione sia anche necessaria: perch\u00e9 costringe a ritornare indietro, a riprendere il filo, a ricomporre pi\u00f9 fili che si sono sfilati dal rocchetto; perch\u00e8 costringe a rinnovare l\u2019attenzione, a cercare le condizioni per una diversa e nuova attrazione. Molte cose le abbiamo imparate in compagnia della distrazione. Tante di quelle battaglie, di cui sono stracolmi certi periodi della storia, le abbiamo imparate sotto l\u2019assedio della distrazione. Certe pagine dei \u201cPromessi sposi\u201d ci hanno distratti in maniera spaventosa. Allora siamo tornati indietro, ci siamo imposti di leggere meglio, di capire di pi\u00f9, oppure soltanto di capire quello che comunque era indispensabile capire<\/p>\n\n\n\n<p>Allora, forse, la necessit\u00e0 della distrazione nell\u2019esperienza della lettura sta proprio nella continua ricerca, nella costante tensione ad un suo superamento. In fondo, \u00e8 come quando si cerca di trovare in ogni giorno un nuovo senso, anche quando pare che le faccende di quel giorno siano identiche a quelle del giorno passato. Ma poi si riflette un attimo e si comprende che le faccende della vita sono ogni giorno completamente diverse. Forse le pagine di un libro sono come i giorni di una vita, le frasi come le ore, le parole come gli istanti. In certi giorni, in certe ore, in certi istanti, una cosa ci attrae, un\u2019altra ci distrae. Come ci attraggono e ci distraggono le pagine, le ore, le parole.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Quella cosa chiamata passione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Dopo aver vinto lo Strega, Antonio Pennacchi disse che non riusciva pi\u00f9 a scrivere. Il successo lo aveva distratto, frastornato, bloccato. Era come se la scrittura rifiutasse quella condizione nuova e sconosciuta. Forse questo accade quando ci si ritrova a confrontarsi con scritture autentiche, di quelle che richiedono, pretendono un consegnarsi ad esse senza condizioni, senza distrazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Per vent\u2019anni Stefano D\u2019Arrigo scrisse e riscrisse <em>Horcynus Orca<\/em>. Cominci\u00f2 negli anni Cinquanta; per tutti gli anni Sessanta corresse alcune parti, ne cambi\u00f2 interamente altre. Il lavorio intenso, ossessivo, intorno ad una sola parola, un solo suono, lo racconta magistralmente Walter Pedull\u00e0 in <em>Il pallone di stoffa<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Horcynus Orca<\/em> \u00e8 un libro che non solo ha richiesto una dedizione assoluta a chi l\u2019ha scritto, ma anche a chi ha inteso o intende leggerlo. Un capolavoro che non passer\u00e0 mai di moda perch\u00e9 non \u00e8 stato mai di moda.<\/p>\n\n\n\n<p>Una sera, a Lecce, in occasione della presentazione di un suo libro, Vincenzo Consolo mi disse che a volte si dannava per intere settimane alla ricerca di una parola: perch\u00e9 doveva essere esattamente quella e non un\u2019altra, non poteva essere un\u2019altra, perch\u00e9 il pensiero, il suono, il ritmo pretendevano quella parola, insostituibile, assoluta. Consolo ha sempre avuto pochi lettori, eppure \u00e8 tra i pi\u00f9 grandi scrittori che il Novecento ha generato.<\/p>\n\n\n\n<p>Di Joyce \u00e8 proverbiale la lentezza nella scrittura. Si racconta che un amico, capitato un pomeriggio in casa sua, lo abbia trovato in stato di totale abbandono, con la testa riversa sul tavolino. Allora l\u2019amico gli domanda cos\u2019abbia. Lui gli risponde che ha scritto sei parole. Allora l\u2019amico gli dice: ma come? Per te sei parole sono un record. E James: s\u00ec, ma non so in che ordine vanno.<\/p>\n\n\n\n<p>Che cosa siano i libri di Joyce, \u00e8 assolutamente inutile dirlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Disse una volta Giuseppe Pontiggia che, se la letteratura ha un senso, ce l\u2019ha solo se si confronta con le cose essenziali che ci riguardano. Probabilmente \u00e8 vero. La letteratura ha un senso solo se si confronta con i significati pi\u00f9 o meno evidenti o pi\u00f9 o meno nascosti delle storie, delle cose che appartengono al tempo, al terreno e all\u2019ultraterreno, al reale e all\u2019irreale, alla storia e all\u2019immaginazione, al vicino e al lontano, alla superficie e alla profondit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Probabilmente moltissime sono le ragioni per le quali uno scrive e un altro dipinge, e un altro scala montagne, compone melodie, gioca a pallone, vola a trecento chilometri all\u2019ora su un\u2019auto da corsa, sale sul palcoscenico di un teatro, sprofonda nel silenzio di un laboratorio.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma c\u2019\u00e8 una cosa, probabilmente, che costituisce la radice profonda di quello che si fa, senza la quale tutto diventa terribilmente banale. Questa cosa si chiama passione. A proposito della scrittura, in un saggio intitolato <em>Perch\u00e9 amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione<\/em>, Duccio Demetrio dice che anche lo scrittore di professione ritorna sempre ad una naturale condizione amatoriale, incerta ed eccitante, inquieta e disponibile a lasciarsi stupire dalla vita, dalle persone, dai fatti, dal dubbio, dall\u2019ignoto. Nessuno potr\u00e0 mai essere uno scrittore autentico se avr\u00e0 cessato di dare ascolto ai propri tormenti interiori, se di tanto in tanto non si ripassa quella frase di Simenon: \u201c Scrivere non \u00e8 una professione ma una vocazione all\u2019infelicit\u00e0. Non credo che un artista possa mai essere felice\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Certo, si potrebbe anche rovesciare questa posizione e dire che la scrittura pu\u00f2 essere una vocazione alla felicit\u00e0, che si scrive per corteggiare l\u2018illusione di essere felici. Ma come che sia, di sicuro c\u2019\u00e8 che la felicit\u00e0 o l\u2019infelicit\u00e0 non dipendono dal successo, ma da quello che accade dentro.<\/p>\n\n\n\n<p>Al di qua della soglia della passione c\u2019\u00e8 la mediocrit\u00e0, il qualunquismo, il disimpegno, l\u2019indifferenza, la distrazione verso quello che si fa, verso il proprio impegno, e l\u2019attrazione verso altro, verso l\u2019inappartenente, verso le tante sirene che cantano ed attraggono con le loro promesse di apparente prodigio e sostanziale nullit\u00e0. Senza passione c\u2019\u00e8 il disinteresse, l\u2019apatia, l\u2019immobilit\u00e0, l\u2019abitudine, l\u2019uggia.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse questo \u00e8 un tempo che ha bisogno di passione soprattutto per le piccole cose, perch\u00e9 le grandi sono sempre il risultato di una tramatura di cose piccole, ordinarie. Ha bisogno di passioni quotidiane, costanti, tenaci, di passioni personali e di passioni sociali. Se qualcosa potr\u00e0 salvare quello che c\u2019\u00e8 da salvare, non sar\u00e0 la bellezza, ma la passione o, se si vuole, la bellezza della passione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La perfetta rassomiglianza<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cCredevo che non sarei mai arrivato in tempo\u201d. \u201cC\u2019\u00e8 ancora qualche minuto\u201d. \u201cHo sentito la radio\u201d. Anche per te ci sono novit\u00e0\u201d. \u201cE\u2019 una giornata di molte novit\u00e0, per me e per te\u201d. \u201cBene\u201d. \u201cE adesso?\u201d. \u201cAdesso dovrebbe cominciare una storia nuova\u201d. \u201cE questa?\u201d. \u201cQuesta \u00e8 finita\u201d. \u201c Finita finita?\u201d. \u201cFinita finita\u201d. \u201cLa scriver\u00e0 qualcuno?\u201d. \u201cNon so, penso di no. L\u2019importante non era scriverla, l\u2019importante era provarne un sentimento\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Atlante occidentale<\/em> di Daniele Del Giudice finisce con questo dialogo.<\/p>\n\n\n\n<p>Daniele se n\u2019\u00e8 andato a settantadue anni. Viveva in una casa di cura a Venezia, assediato dall\u2019Alzheimer.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse non ricordava pi\u00f9 nulla di s\u00e9, nulla della sua vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse non ricordava di aver raccontato qualcosa, una volta. Oppure ricordava di aver raccontato qualcosa, ma a quell\u2019aver raccontato non dava nessuna importanza. Forse, se ricordava, dava un\u2019inconscia importanza vitale ad una sensazione, un\u2019emozione, una percezione, un trasalimento, un brivido. Dava un\u2019inconscia importanza soltanto allo sfilacciato ricordo di un sentimento. Tutto il resto, tutte le pagine che aveva scritto, le sue storie, i suoi personaggi, si erano fatti infinitamente lontani. Era soltanto quella scaglia di inconsapevole memoria di vita vera che lo teneva in piedi.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, quel dialogo conclusivo di <em>Atlante occidentale<\/em>, oppure la pagina di un altro qualsiasi dei suoi romanzi, o una frase sola, o una parola sola, il pi\u00f9 marginale personaggio al quale ha dato un\u2019esistenza d\u2019inchiostro, avranno pi\u00f9 vita di quella che ha avuto il suo corpo.<\/p>\n\n\n\n<p>Una beffa. Una lusinga. Una disperazione. Una consolazione. Una ricompensa. Forse ogni racconto che si fa \u00e8 tutto questo insieme: beffa lusinga disperazione consolazione ricompensa. Tutto questo insieme e altro ancora, molto altro ancora; a volte, spesso, indipendentemente dal rapporto che ciascuno ha con il proprio racconto.<\/p>\n\n\n\n<p>Daniele Del Giudice sapeva perfettamente<strong> <\/strong>che scrivere \u00e8 difficile, che scrivere costa fatica e fa paura. Lo ha detto nelle bellissime righe che aprono una raccolta di saggi intitolata <em>In questa luce<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Se non ci si vuole accontentare del primo pensiero che passa, della prima immagine che arriva, della prima parola, della prima frase, del primo personaggio che spande la sua ombra sul foglio, del primo luogo che vuole essere narrato, se non ci si vuole accontentare di se stessi, scrivere \u00e8 difficile, costa fatica e fa paura. Se non si vuole riporre nessuna fiducia nel periodo che scivola leggero, nella frase morbida, nella modulazione armoniosa, se si pretende che per ogni parola non ci sia possibilit\u00e0 di sostituzione, che nessuna frase abbia possibilit\u00e0 di formulazione alternativa, che nessun periodo possa essere articolato in maniera diversa, scrivere \u00e8 difficile, costa una tremenda fatica.<\/p>\n\n\n\n<p>La storia \u00e8 finita, dice il finale del romanzo, e probabilmente non ci sar\u00e0 nessuno che penser\u00e0 di scriverla. Ma scriverla non \u00e8 importante; l\u2019importante \u00e8 averla vissuta, averne provato il sentimento.<\/p>\n\n\n\n<p>La parola storia pu\u00f2 essere sostituita con la parola vita: un sinonimo. Allora si pu\u00f2 anche dire che raccontare la vita non \u00e8 importante, che \u00e8 importante, essenziale viverla, provare nei suoi confronti un sentimento e assaporare quel sentimento.<\/p>\n\n\n\n<p>A volte ci si ritrova a dover scegliere tra l\u2019esistenza e la scrittura, a meno che non si riesca a creare una condizione di coincidenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche volta accade. Quando esistenza e racconto si rassomigliano a tal punto da non distinguersi pi\u00f9, quando l\u2019esistenza ha bisogno del racconto per potersi dare una motivazione o almeno una giustificazione, allora accade.<\/p>\n\n\n\n<p>S\u00ec, qualche volta accade. Forse a Daniele Del Giudice \u00e8 accaduto, e nessuno pu\u00f2 sapere se non ne abbia avuto consapevolezza, in qualche istante. Chiss\u00e0 se in qualche istante di consapevolezza non gli sia tornata alla memoria quella pagina in cui diceva di certe frasi lanciate come reti per raccogliere tutto il resto, e che potevano essere tirate a riva e staccate dalla storia e portate via. Chiss\u00e0 se non abbia avuto ricordo di quel personaggio che dice: \u201cLui sapeva che non avrebbe pi\u00f9 potuto accucciarsi tra le parole come un animale nella tana\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Forse Daniele aveva trovato la coincidenza. Era riuscito ad arrivare al punto in cui la possibilit\u00e0 di esistenza \u00e8 subordinata alla possibilit\u00e0 di scrittura. Forse aveva raggiunto quella condizione in cui la rassomiglianza fra vivere e scrivere diventa perfetta, e non si distingue pi\u00f9, non si pu\u00f2 n\u00e9 si vuole distinguere pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Chiss\u00e0 se non continuava a scrivere, Daniele Del Giudice: l\u00ec, nella casa di cura a Venezia. Chiss\u00e0 se non continuava a scrivere, anche senza fogli, anche senza biro, senza una tastiera. Come si fa a sapere se non scriveva ancora, tracciando e lasciando le parole nella sua mente, perch\u00e9 magari quando si raggiunge il punto di coincidenza, quando la rassomiglianza diventa perfetta, nessuno pu\u00f2 cancellarla pi\u00f9: nemmeno l<strong>\u2019<\/strong>Alzheimer. Come si fa a sapere se<strong><\/strong> non si accucciasse tra le parole come un animale nella tana. Come si fa a sapere.<\/p>\n\n\n\n<p>( Questo contributo riprende articoli apparsi in \u201cNuovo Quotidiano di Puglia\u201d)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Al principio della confusione &#8211; Al tempo degli argini smottanti &#8211; Il profondo Novecento &#8211; Per salvarci dall\u2019apparenza &#8211; Dove tutto quello che pu\u00f2 avvenire \u00e8 gi\u00e0 avvenuto &#8211; Quando sognare da soli non&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":2511,"featured_media":13311,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[816,37],"tags":[],"class_list":["post-13307","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-i-quaderni","category-rubriche"],"aioseo_notices":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13307","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2511"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=13307"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13307\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":13314,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13307\/revisions\/13314"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/13311"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=13307"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=13307"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuolaeamministrazione.it\/it\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=13307"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}