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Mercanti di luce

Il sistema educativo italiano visto con gli occhi di uno studente: idee e potenzialità per arginare i “cervelli in fuga”Di Andrea Mustafa «Dodici sono addetti a visitare le terre straniere (…). Essi ci portano libri, sommari ed esemplari di quanto si è scoperto negli altri Paesi: son questi i cosiddetti “Mercanti di luce”».

Sembrano delle parole scritte in questi tempi, in cui spostarsi dalla propria terra risulta uno degli obiettivi principali, eppure sono state scritte ben quattro secoli fa. Non a caso Francis Bacon è considerato un profeta della scienza moderna, una scienza che aveva come base l’utilità sociale, la collaborazione tra gli individui.

E non è un caso, forse, se Bacon inserisce questa visione in un quadro completamente utopico. Allora come concretizzare il tutto? O meglio, è davvero possibile? Il nostro Paese oramai, è proiettato da tempo nella grande catena della globalizzazione, ma se quest’ultima ha dato degli effetti più che positivi per molti Paesi, in Italia invece ha comportato ad una pesante perdita in ambito culturale e intellettuale. Se guardiamo un po’ indietro nella storia, possiamo vedere come i Greci in primis, gli Spagnoli e tanti altri popoli, secoli fa, avevano come uno dei principali obiettivi e desideri quello di raggiungere la nostra Penisola; essi volevano entrare a contatto con la grandiosità dell’Impero Romano, i suoi edifici, le più grandi opere latine, i capolavori artistici e la Penisola era considerata una meta anche per i figli dei grandi principi e re, affinché avessero una formazione all’avanguardia.

Ma la storia ci insegna come tutto prima o poi cambia e si ribalta;  se prima l’Italia era vista come il Paese delle mille speranze e possibilità, negli ultimi anni essa è diventata un incubo da cui sempre più persone vogliono scappare.

 

Questa mobilitazione sociale è iniziata a partire dai primi anni del dopoguerra; i nostri nonni si armarono di valigie e partirono verso le Americhe, il Belgio, la Germania alla ricerca di un lavoro che potesse aiutarli a ricostruire una vita andata in frantumi con la guerra. Ma anche se lontani migliaia di chilometri, il pensiero e il cuore erano rivolti con un tono nostalgico alla propria patria. A cavallo tra un secolo e l’altro, ancora una volta la situazione è diversa. I media da tempo la chiamano “fuga di cervelli”, e a confermare questa affermazione sono i numerosi dati ISTAT che vedono, anno dopo anno, l’aumento esorbitante dei giovani italiani emigrati all’estero per motivi di studio e di lavoro.

«Prima si emigrava per la fame, adesso per una ricerca di gratificazione»: sono queste le parole di un professore universitario italiano, da tempo interessato ai motivi che portano i giovani laureandi a proiettare le loro speranze all’estero.

Mete indiscusse sono la Germania, l’Inghilterra, i Paesi Bassi: Paesi che, a parere degli Italiani, hanno delle istituzioni politiche migliori, in cui si dà maggiore importanza alla meritocrazia che al clientelismo, e la differenza che si riscontra maggiormente (secondo la testimonianza di una giovane emigrata all’estero) è «l’organizzazione in senso ampio, dall’efficienza nel fare/richiedere un certificato al Comune alla gestione della viabilità sulle strade».

In Italia, a mancare è proprio questo: «Un soddisfacente livello di dotazione infrastrutturale» che, come afferma Andrea Monorchio in “Apulia”, è stato da sempre fonte di ricchezza, «di maggiore produttività e maggior efficienza nel settore industriale» e che potrebbe addirittura portare ad una diminuzione del divario tra le Regioni.

Il caso più clamoroso è quello del Sud , che ha visto negli ultimi anni una crescita demografica, in particolare culturale, inferiore a quella del Nord. Anche qui, la causa principale del cambiamento sono i continui spostamenti. Se al Nord, i giovani cercano lavoro verso la Francia, la Germania, la Svizzera, al Sud non si vede l’ora di ottenere il diploma e iniziare una carriera universitaria in città come Milano, Roma, Torino e molte altre.

 Aldo Bello è molto chiaro sulla regressione del Sud; infatti egli afferma che «di fronte al reiterato fallimento dello Stato (…) vi è in atto una clamorosa selezione al contrario: si spostano gli intraprendenti e i capaci, e si deteriora progressivamente il capitale umano del Sud».

 

Come si è già detto inizialmente, uno dei tanti motivi di questa fuga di cervelli è la voglia di allontanarsi dall’assenza di meritocrazia in Italia.

Ragazzi con alte doti intellettuali, con grandi capacità e pensieri innovativi, si sentono sempre più stretti ed emarginati da una società che preferisce favorire persone totalmente incompetenti, per un effimero scopo personale e monetario. Tanti i casi, le denunce e i soldi utilizzati dalle famiglie per fare causa a una tale ingiustizia, ma pochi sono quelli che lottano per cercare un posto in Italia, molti quelli che preferiscono partire e non intendono tornare.

Infatti «solo uno su quattro degli scienziati con la valigia si dichiara disposto a rimpatriare»: dati disastrosi per un Paese che ha bisogno di genti nuove, con maggiore esperienza, disposte a cambiare le vecchie abitudini ormai in fallimento.

Se non ci sono risorse su cui lavorare, è bene che i giovani cerchino lavoro in Europa scommettendo su se stessi, ma è anche vero che la maggior parte di essi, una volta all’estero, non riesce a trovare la professione tanto desiderata o per la quale aveva studiato e allora si appresta a lavorare in ristoranti, pizzerie, locali, negozi, luoghi del tutto ordinari che si trovano in anche Italia (anche se con qualche difficoltà in più). Ma questo ci fa capire come la sola esperienza all’estero, anche il solo fatto di imparare una lingua straniera, nuove tradizioni, porta i giovani italiani a lasciare le proprie mura e a spingersi verso il nuovo.

E allora si ritorna alla domanda iniziale, come agire per fare del progresso un’utilità sociale. E la risposta va cercata proprio tra i banchi di scuola. Quei banchi che vedono bambini con tanta voglia di conoscere, di agire, di cambiare qualcosa che non va a genio diventare pian piano adolescenti stanchi del mondo che li circonda, stanchi della routine quotidiana e che li spinge poi a partire via.

La nostra società non si rende conto di quanto importante sia l’istruzione, di quanto possa veramente rendere un Paese ricco o povero, interessante o meno. Nell’ultimo periodo si parla tanto della Buona Scuola, dei cambiamenti nei confronti di studenti e docenti  ma effettivamente cos’è cambiato?

Si parla tanto di dare posto di lavoro a migliaia di giovani laureati attraverso i tanti concorsi, ma allo stesso tempo si prolungano gli anni di lavoro prima della pensione. Risultato? Che i giovani professori continuano a non avere un lavoro, e molti dei vecchi professori dimostrano ogni giorno che passa, sempre meno voglia di insegnare e si limitano a “riscaldare la sedia”, lamentandosi continuamente della loro situazione.

Fortunatamente non sempre è cosi, ci sono professori che nonostante l’età continuano a invogliare i giovani nello studio, a trovare un punto in comune tra due diverse generazioni; ma purtroppo essi diminuiscono sempre di più e la scuola oramai è fatta di persone che non vogliono più insegnare e giovani che non vogliono più studiare ma scappare via.

E come può mancare poi il problema della lingua straniera? Anche se con il passare del tempo, nuove lingue si sono sviluppate nell’ambiente del commercio e del lavoro, la lingua inglese rimane sempre la base su cui poggiare la propria esperienza lavorativa e anche universitaria ed è da tempo insegnata sin dalla materne. Il problema è come viene insegnata.

Chi ha le disponibilità economiche ha capito già da tempo che con la scuola non si impara più di tanto, se non si ha la fortuna di avere professori altamente qualificati, e quindi preferisce frequentare corsi pomeridiani a pagamento, spesso a prezzi esorbitanti.

Chi invece non può permettersi tali spese, deve accontentarsi della lezioncina fatta in classe, magari anche con il prof che spiega in italiano e invece di occuparsi della sua materia dà lezioni di vita ai suoi studenti; senza dubbio anche queste sono essenziali per crescere i cittadini del futuro, ma che almeno venissero fatte in lingua inglese!

 

Oltre alle competenze linguistiche, la società globale richiede anche diversi altri tipi di capacità, tra cui quelle relazionali, organizzative e tecniche.

La prima tra le più importanti in assoluto: riuscire a vivere e a lavorare con altre persone, fare lavori di squadra: aspetti che la scuola si limita a fare soltanto negli anni delle elementari, con cartelloni e power point, e riprende poi nelle università.

Ma è proprio nel passaggio da un livello all’altro di istruzione che c’è il guasto. Nelle scuole superiori non si da molta importanza ai lavori di gruppo; lavori di squadra come l’uso dei laboratori scientifici che la scuola offre e che purtroppo non vengono mai usati come dovuto. Analizzare organi di animali, reazioni, trovare leggi fisiche in cose che facciamo ogni giorno, attirano anche coloro ai quali fisica o chimica non interessano minimamente.

Si fa troppa teoria e poca pratica. I giovani imparano a relazionarsi in altri modi, chi negli scout, chi nell’oratorio della chiesa come animatore, chi suonando in band, ma a scuola non c’è la possibilità. Le poche opportunità che vengono date sono rivolte a coloro che hanno scelto il ramo linguistico, attraverso degli scambi culturali con altri Paesi: cosa molto giusta, ma occorrerebbe almeno dare l’essenziale anche agli altri.

Un Paese che non permette ai suoi cittadini di avere le doti necessarie per aprirsi al mondo moderno, non può ritenersi sviluppato!

 

Molte volte sono anche gli stessi professori a invogliare i ragazzi ad andare via, lamentandosi ad esempio di quanto poco sviluppato sia il Sud, ammirando le università del Nord e quelle internazionali.

Prendiamo in considerazione, ad esempio, Oxford, città universitaria per eccellenza, in un Paese, il Regno Unito, che sistematicamente coinvolge i giovani in ogni sua attività, rende un lavoro di squadra, di ritmo, di tecnica anche una semplice lezione di palestra.

L’entrata nei musei non è a pagamento come in molti Paesi europei, mentre in Italia aumentano i costi dei biglietti. I ragazzi hanno maggiori possibilità di inserirsi nella società, si sentono partecipi.

I giovani devono essere “Mercanti di Luce”, portare novità nel proprio Paese, guidarlo verso lo sviluppo, e non essere Viaggiatori con biglietto di solo andata. L’intero sistema italiano deve ricostruirsi dalla fondamenta, dare valore alla propria storia e alle proprie risorse, investire nel campo scientifico e tecnologico, perché il mondo esterno ha solo queste caratteristiche e bisogna fare di tutto per far capire agli italiani “la mia Italia ne vale la pena”.

 

 

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