• venerdì , 22 Novembre 2019

Editoriale febbraio 2016

Studiare anche se il futuro è incerto

di Antonio Errico

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Allora uno si chiede perché deve studiare. Se in Italia, come dicono le statistiche, entro i tre anni dal conseguimento della laurea trova lavoro solo il 52, 9% mentre la media europea è dell’80,5%, uno si chiede perché deve studiare. Si chiede a che cosa vale fare e chiedere di fare sacrifici, sostenere spese per nulla indifferenti, acquisire una formazione, specializzarsi, a cosa vale.
Allora non ci si può meravigliare se le iscrizioni all’università subiscono crolli, e meno ancora si possono attribuire le cause alla crisi. La causa è soltanto nella demotivazione provocata dal buio che cala all’orizzonte.
Allora uno si chiede perché deve studiare, e talvolta lo chiede anche agli adulti, ad un genitore, un insegnante, un amico, a qualcuno che pensa ne sappia di più, che ha esperienza, saggezza.
Glielo chiede e l’altro non sa cosa dire, oppure può dire cose alle quali crede ma che non bastano a convincere, non possono bastare. Uno a vent’anni vuole speranze concrete; non è un ossimoro. Vuole credere che i sogni che ha, le aspettative, le aspirazioni si possano realizzare; vuole essere certo che il cammino che fa lo porti nel luogo dove vuole arrivare. Uno a vent’anni non può pensare che ad un certo punto si troverà il passo sbarrato e che farà una strada senza alcuna ragione.
Allora uno ti chiede perché deve studiare e tu a tua volta ti chiedi che cosa puoi dirgli, sapendo perfettamente che non puoi mentire, che non puoi smentire quello in cui credi, in cui hai sempre creduto. Non gli puoi rispondere che non serve a niente: sarebbe falso. Però non puoi nemmeno prenderlo in giro, dargli sicurezze che non ci sono.
Magari puoi dirgli che non deve mollare, che il punto più basso forse lo abbiamo raggiunto, o almeno si spera, che d’ora in avanti si può soltanto risalire, che bisogna avere fiducia negli altri e in se stessi, che una civiltà non accetta di morire e che questa civiltà troverà il modo per salvarsi, troverà per la formazione un riconoscimento adeguato, e poi gli ripeti che non deve mollare, non può rassegnarsi, non si deve scoraggiare. Gli dici che ha vent’anni proprio per questo, perché deve confrontarsi con la difficoltà; gli dici così e intanto pensi che tu vent’anni non li vorresti più avere, per nessun motivo, perché le sofferenze di quell’età sono terribili, sono indicibili.
Gli dici questo, sì, e aggiungi anche che ci sono stati tempi in cui a vent’anni si era già da uno o due nell’inferno del fronte, con un fucile in braccio e una gavetta vuota.
Gli dici così e lui ti risponde che nel frattempo c’è stato qualcosa che alcuni chiamano progresso, e che poi, per il resto, sono tutte parole.
Allora, a quel punto, parole per parole, decidi di andare fino in fondo.
Guarda dentro di te, gli dici, allora. Guarda dentro di te e poi rifletti se quello che hai studiato fino ad ora ti ha dato qualcosa oppure no; rifletti se oggi saresti come sei, se non avessi studiato, se ti faresti le domande che ti fai, se avresti questa infelicità che ti fa rabbia, che ti indigna, ma che ti fa bello, ti fa uomo, ti fa grande. Gli dici così e ti accorgi che un poco comincia a vacillare.
Guarda dentro di te – continui – e dimmi se le parole, i numeri, le storie che hai imparato sono stati soltanto un tempo tuo bruciato, dimmi se ce l’avresti un verso di poesia mentre guardi la pioggia colare lungo il vetro, se ce l’avresti una filosofia per spiegarti il malessere che provi, un’espressione che racchiuda la tua vita.
Guarda dentro di te, gli dici, e quello ti dà retta e lo fa. Capisce che hai ragione, anche se in fondo lo sapeva già. Ma poi, inevitabilmente, torna a guardarsi intorno, non ce la fa a resistere, e allora ti risponde che nella relazione tra laurea e lavoro noi siamo in coda ai Paesi europei e che dunque non è un caso se in un decennio gli studenti immatricolati sono diminuiti del 20 per cento, che equivale a 65.000 in meno.
Va bene guardarsi dentro, ma poi bisogna fare i conti col concreto; poi bisogna crescere e il lavoro è quella condizione che serve a farti crescere; poi bisogna costruire, ti dice, e per costruire c’è bisogno dei mattoni e senza il lavoro di mattoni non ne puoi avere. Certo, posso guardarmi dentro ed accorgermi che è vero tutto quello che tu dici, ma poi alzo lo sguardo e quello che c’è fuori mi avvilisce quello che ho dentro. Non si tratta di esaltare l’aspetto pratico delle cose, ma di non trascurarne la realtà.
Allora a questo punto non sai più che cosa dire, avverti tutta l’inutilità delle parole. Allora ti fermi, lo guardi negli occhi e gli chiedi se ha passione per lo studio di qualcosa. Lui risponde che sì, una passione ce l’ha, da quando faceva la scuola elementare. Allora ti rendi conto che è l’ultima cosa che puoi tentare e gli dici che quella passione non la può tradire. Per nessuna ragione. Che un peccato contro se stesso non lo può fare. Che non può commettere peccato nei confronti di tutti coloro che confidano nella sua passione perché le cose vadano in modo diverso da quello in cui vanno. Gli dici così perché non puoi fare a meno di crederci davvero, di crederci ancora.

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In copertina immagine di:
Apruzzese Graziana 1 D
Scuola Secondaria 1 grado “G.Pascoli”
del 1° Istituto Comprensivo di Ceglie Messapica (BR)
Dirigente scolastico Dott. Giulio Simoni