• martedì , 19 Novembre 2019

Editoriale marzo 2016

L’incertezza è il fascino del nostro tempo

di Antonio Errico

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Antonio Giuliano, classe 1930, è uno dei più grandi archeologi e storici dell’arte. Ha insegnato archeologia e storia dell’arte greca e romana nelle università di Genova e di Roma Tor Vergata. Ad Antonio Gnoli, che in un’intervista per “Repubblica” gli chiede che cosa lo ha affascinato del mondo antico, Giuliano risponde: la sua enorme capacità selettiva, il senso del visionario e l’uso dei sogni, il senso dell’inestimabile, il senso del definitivo in contrasto con il nostro mondo che ha solo il senso del provvisorio.
Ecco. Con una sintesi essenziale, con un grumo di senso, Giuliano rappresenta la condizione del nostro essere ed esistere nella contemporaneità.
Perché è vero che non selezioniamo più, nonostante costantemente e in ogni campo si proclami la necessità di selezionare, commettendo l’errore madornale, ispirato da una molto equivoca idea di oggettività, di elaborare sistemi, modelli, schemi, griglie, indicatori, livelli di selezione. Vogliamo compendiare tutto il nostro pensare e il nostro agire in una formula che esprima un gradimento, con la presunzione di valutare, per esempio, un’opera, un metodo, un insegnamento, un risultato, senza tener conto del soggetto che dev’essere valutato, di quello che pensa, della sua esperienza, della sua vita, dei suoi bisogni, delle sue felicità e delle sue angosce. Vogliamo soltanto che compili un questionario rispondendo sì o no, vero o falso, giusto o sbagliato. Performance, si dice, performance. Misuriamo la tua, la nostra, le vostre performance, attribuiamo ad esse un punteggio da uno a dieci, facciamo la somma e attribuiamo un valore, stiliamo una graduatoria. Tabuliamo. Attribuiamo il merito. Ma a questo punto occorre chiedersi se quel valore, quel merito che attribuiamo è riferito alla persona o al questionario o alla graduatoria. Allora strutturiamo sistemi di valutazione che misurano ma non valutano, in quanto, trasformando il soggetto in oggetto, si svuotano di ogni coerenza.
La selezione, dunque, non avviene perché il processo di valutazione è falsato. Se hai scritto una poesia, sei già poeta alla pari di Leopardi; se una domenica pomeriggio che piove butti tre colori su una tela, sei Van Gogh, e se uno sconosciuto amico del Van Gogh sui tre colori della tela stende una scarna didascalia, al citofono mette l’etichetta di critico d’arte. L’indagine quantitativa, la tabulazione dei dati di quanti negli ultimi dieci anni si siano occupati di opere d’arte glielo consentono.
Certo, c’è una bellezza in tutto questo, che è quella dell’assenza di ogni selezione e del principio di uguaglianza.
Poi Antonio Giuliano sostiene che abbiamo perso il senso del visionario e l’uso dei sogni.
Una volta, in una vallata, un essere che si muoveva a quattro zampe ebbe l’ardire, la sfrontatezza di pensare che poteva tentare di camminare con due. L’essere era un visionario. Ma tutto quello che è venuto dopo è stato prodotto dalla sua visionarietà. Poi scoprì il fuoco, inventò la ruota, giunse in terre di cui non immaginava l’esistenza, indagò i misteri del cielo, impastò erbe facendone medicamenti, ma tutto – tutto – ha avuto origine dalla visionarietà di colui che si alzò sulle due zampe.
Forse non c’è stato un solo uomo di scienza che non abbia prima sognato l’esperimento che lo ha portato alla scoperta. Forse non c’è stato un solo poeta che, nel fondo dell’insonnia, non abbia sognato la sua poesia.
Ecco, probabilmente su questo non c’è nessuna differenza fra le epoche, fra l’antico e il moderno, e probabilmente mai ce ne sarà. Spesso si parla della fine dell’umanità. Non ci sarà nessuna fine dell’umanità finche esisterà un uomo – uno solo – che farà un sogno ad occhi aperti.
Il senso dell’inestimabile, invece, lo stiamo progressivamente perdendo. Siamo arroganti al punto tale da pensare di poter stimare tutto, di far corrispondere un prezzo ad ogni cosa. Anche alla vita. La nostra vita ha il prezzo di una polizza assicurativa. Per una invalidità temporanea l’indennizzo è tanto; per quella permanente più di tanto; per la morte un poco di più o un poco meno di tanto. Dipende dalle condizioni di polizza.
Il mondo antico aveva il senso del definitivo; noi abbiamo quello del provvisorio, dice Giuliano. Il senso della provvisorietà, dell’incertezza, dell’insicurezza, della fluidità, dell’instabilità, del dubbio, della caducità è una condizione strutturale del tempo che viviamo.
E’ una condizione che talvolta provoca lo sgomento di ritrovarsi davanti alle cose, ai fenomeni, alle storie che accadono soltanto con la coscienza della propria precarietà, di non riuscire a comprendere il senso di una nuova idea, di dover rinunciare a quello che si è appreso, di dover reimparare in continuazione, di accettare che anche quelli che si considerano come macigni del nostro sapere si tramutino in polvere diffusa nella memoria, di doversi dire spesso – molto spesso – non è più così ma è il contrario di così.
L’uomo del Novecento, l’uomo di questo secolo nuovo, di questo nuovo millennio, ha dovuto confrontarsi e ogni giorno si confronta con la caduta dei riferimenti, con lo smarrimento della rotta, con il disorientamento nell’immensità incontrollabile del sapere, con il rimaneggiamento costante delle cognizioni, delle credenze, delle culture. L’uomo del Novecento, del doponovecento, ha imparato ad assistere al crollo di idee e ideologie, a fare la strada in compagnia della crisi, ad alternare certezze e incertezze su tutto, a fare l’esperienza della deriva cercando di evitare il naufragio. Ma anche del naufragio ha fatto esperienza. Ha conosciuto la disperazione e l’allegria di naufragi, come il “superstite lupo di mare” ungarettiano.
Il senso del provvisorio provoca sgomento, certo. Ma il senso del provvisorio è anche il fascino che avvolge questo tempo, che ci coinvolge.

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In copertina immagine di:
Caterina Barletta 2 D
Scuola Secondaria 1 grado “G.Pascoli”
del 1° Istituto Comprensivo di Ceglie Messapica (BR)
Dirigente scolastico Dott. Giulio Simoni