• martedì , 7 Luglio 2020

Scienza e letteratura:

un solo orizzonte

di Antonio Errico

In una pagina de Il mondo come io lo vedo, Einstein diceva che il sentimento religioso dello scienziato prende la forma di uno stupore rapito davanti all’armonia della legge naturale, che rivela un’intelligenza di tale superiorità che, al confronto, tutto il pensiero e l’agire sistematici degli esseri umani sono un riflesso assolutamente insignificante. Ed è questo sentimento a costituire il principio guida della vita e del lavoro dello scienziato, nella misura in cui riesce a trattenersi dai vincoli del desiderio egoista.
Spesso Einstein ha riflettuto sul suo rapporto con il sovrannaturale, sulle relazioni, gli intrecci, le corrispondenze tra un pensiero di scienza e uno di fede. Perché davvero non si riesce a capire per quale ragione debba esserci una frattura tra le due condizioni, quasi che l’una e l’altra non muovano da un identico senso di stupore, non cerchino, l’una e l’altra, di penetrare il mistero della vita e della morte, come se l’una e l’altra non tentino di dare risposte alle domande ansiose dell’uomo; sempre le stesse domande, in fondo: qual è l’origine, qual è il fine e la fine, che cosa c’è stato prima, che cosa ci sarà dopo l’esistere di ciascuno, l’esistere dell’universo.
In fondo, scienza e fede non vogliono fare altro che scoprire quale sia l’alfabeto che consente di decifrare l’enigma, e vogliono farlo per lo stesso scopo, anche se adottano metodi d’investigazione diversi. Ma la diversità dei metodi non necessariamente comporta la difficoltà della loro conciliazione.
Anzi, probabilmente la loro integrazione consente un procedimento più efficace e un risultato meno settoriale, pur nella convinzione che alla risposta compiuta e definitiva si potrebbe anche non giungere mai.
L’uomo di fede guarda le stelle di una sera d’agosto e di esse conosce già tutto, oppure non si chiede niente.
L’uomo di scienza osserva le stesse stelle di quella stessa sera e mette insieme tutte le cose che di esse conosce per chiedersi qualcosa che non conosce ancora.
Davvero è difficile capire per quale motivo le certezze della fede e i metodi della scienza debbano essere considerati alternativi o conflittuali.
La fede senza fanatismo e la buona scienza sono al servizio della verità o delle molteplici verità, come il fanatismo e la cattiva scienza sono al servizio dell’ignobile inganno.
Chi ha fede crede che Dio ha creato gli esseri umani ponendoli al di sopra di tutte le altre creature.
La buona scienza cerca le maniere per far stare quell’uomo nel migliore dei mondi e dei modi possibili.
Se in qualche misura possiamo prevedere, controllare, governare i fenomeni della natura, lo dobbiamo alla scienza.
Se abbiamo sconfitto o se abbiamo la possibilità di combattere le epidemie, se possiamo assicurare una condizione di benessere a tanta parte dell’umanità, lo dobbiamo alla scienza.
Ma in tutto questo l’uomo di fede intravede un principio imprescindibile che consiste nel fatto che sia Dio a dare agli uomini di scienza l’intelligenza che occorre ad esplorare l’ignoto.
C’è chi pensa che ogni scoperta della scienza sia una possibilità che si dà all’uomo di conoscere qualcosa che prima di quel momento soltanto Dio conosceva.
Chissà se un giorno non si arriverà a conoscere tutte le cose che conosce Dio. Oppure chissà se non ha ragione l’Amleto di Shakespeare quando dice: “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia”.

La Commedia di Dante non ha avuto nessun progresso; non ha avuto progressi la Cappella Sistina e non ne ha avuti il Don Giovanni di Mozart. E’ l’assenza di evoluzione, l’immutabilità della loro condizione, l’indipendenza dalle contingenze a farne dei capolavori.
L’opera d’arte non ha progresso. Resta qual è dall’istante dell’origine fino a quello della sua eventuale consumazione.
Può scomparire per secoli, ma quando riappare, anche corrosa dal tempo, irradia tutta la sua energia di senso, rinnova tutto lo stupore.
Per secoli e secoli i Bronzi di Riace sono rimasti sul fondo del mare.
Non hanno avuto progresso. Sono un esempio di assolutezza, una metafora dell’irripetibilità.
Se un giorno si trovassero a passare da queste parti gli abitanti di un altro pianeta, senza la nostra cultura, senza i nostri canoni, probabilmente resterebbero comunque sbalorditi dalla bellezza custodita nei musei, da quella a cielo aperto.
Gli basterebbe avere solo un trasalimento di sensibilità.
Le opere della scienza invece mutano in continuazione. Non solo. Ogni nuova scoperta quasi sempre ne contraddice o ne smentisce una precedente.
Il genio si trasforma in errore.

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