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Festeggiando il centenario di una scuola elementare

La presentazione del libro Qui dove si impara a Monteroni (LE) diventa occasione per ripercorrere tratti di storia della Scuola italiana e, di riflesso, dell’intero Paese. Pubblichiamo l’intervento integrale del direttore Scrimitoredi Fabio Scrimitore AbstractAll’ombra dei pini che un secolo fa mani di bambini misero a dimora nel cortile del loro edificio scolastico, dedicando ogni piantina alla memoria di ciascun concittadino caduto nelle trincee della Marmolada e del Carso, la comunità locale si stringe commossa intorno ai suoi eroi, rileggendo nella piccola storia della scuola la grande storia italiana.

 

Spero che i lettori non considerino semplice, quanto ingiustificabile, sfoggio di memoria del tempo della giovinezza il ricordo del primo incontro che Dante ebbe con Virgilio, allorquando il Ghibellin fuggiasco chiese a Quel mar di tutto il senno la ragione per la quale gli fosse stato consentito di visitare, da vivo, il regno eterno delle anime senza il corpo. Dante sapeva bene che tale concessione era stata fatta soltanto a due personaggi di ben altra levatura, rispetto alla sua: Enea e San Paolo.

Ma io, perchè venirvi? – chiede il Poeta – Chi il concede? Me degno a ciò né io né altri ‘l crede.

Quasi allo stesso modo, mi chiedo per quale ragione mi sia stato concesso l’onore d’esser oggi qui, in questo storico edificio scolastico, sede della scuola primaria dell’Istituto comprensivo che si fregia del nome di uno dei suoi più illustri personaggi, il compianto prof. mons. Salvatore Colonna; non so spiegarmi perché, e a quale titolo, io sia oggi partecipe della presentazione di questo eccezionale volume, che l’editore ha saggiamente prodotto, continuando la sua instancabile opera di appassionato divulgatore di storia patria.

In risposta alla mia velatamente retorica domanda, professo la mia gratitudine, in primo luogo, al chiarissimo professor Mario Spedicato, accademico nume tutelare dei ricercatori di storia salentina, che mi ha ritenuto degno di assolvere l’incarico di tentare una lettura mirata del volume, lettura che mi dovrebbe essere consentita dalla originaria mia professione di cultore di interessi scolastici, che si mantiene viva anche nell’animo sereno della quiescenza grazie alla direzione d’un mensile scolastico che mi impegna felicemente da alcuni decenni, come può assicurare la stimatissima dirigente scolastica dell’Istituto che ci ospita, alla quale mi lega un debito di riconoscenza e stima.

 

Il titolo del volume, “Qui, dove si impara”, suggerisce una prima riflessione: il verbo imparare, come ha scritto Daniel Pennac nel suo “Diario di scuola”, insieme con i verbi amare e volere, corrisponde ad una delle funzioni fondamentali che la mente si rifiuta di svolgere allorché sia oggetto d’un’imposizione eteronoma

Allo stesso modo in cui non si può amare e non si può fare alcunché esclusivamente per volere altrui, similmente nessun bambino, né alcun ragazzo, imparerà mai a memoria una poesia, un capitoletto di storia, né un argomento di scienze naturali, se non vorrà farlo spontaneamente.

Gli insegnanti, e prima ancora i genitori, sanno bene che la prima modalità di apprendimento dei piccoli è la mimesi; il bambino imita i gesti e le parole di chi vive con lui gli anni della prima infanzia; ma, appena intuisce di poter apprendere da solo quel che gli piace, gradualmente si avvia lungo i sentieri della formazione autonoma. E difficilmente accetterà di imparare supinamente quel che gli verrà imposto.

Lo conferma la storia d’un tempo passato, in cui l’apprendimento era avvertito come un’esigenza intimamente connaturata all’indole umana; lo testimonia il sussidiario del secondo dopoguerra, le cui pagine insegnavano che l’ansia di imparare indusse colui che sarebbe stato considerato il padre della storiografia italiana, il pastorello Ludovico Antonio Muratori, a pascolare i suoi ovini in prossimità dell’informale aula scolastica in cui un maestro teneva le sue lezioni, delle quali il giovanetto tentava di trar profitto origliando dall’esterno d’un finestrino, mentre le pecorelle brucavano l’erba.

E la bellezza dell’imparare può divenire anche irresistibile necessità, come si legge nelle biografie del grande, passionale tragediografo Vittorio Alfieri che, per soddisfare tale impellente bisogno, confessò: “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli”, facendosi legare dall’imbarazzato maggiordomo alla sedia del suo scrittoio: plagiando, così, lo stesso metodo adottato da un altro inimitabile simbolo della bramosia della conoscenza, il quale, peregrinando nelle acque del Tirreno agitategli intorno dal rancoroso tridente di Nettuno, volle farsi legare dai compagni, ormai vecchi e stanchi, all’albero della sua vela greca per non rinunciare all’ascolto dell’ammaliante canto delle sirene.

 

La libertà d’iniziativa che caratterizza l’imparare ha suggerito a Maria Montessori il modello, universalmente apprezzato, di porre a base della didattica la ricerca di un naturale e personale interesse che stimoli l’alunno ad apprendere.

E noi oggi siamo qui, fra queste solenni strutture architettoniche, per celebrare la storia secolare dell’edificio, che le bellissime immagini in bianco nero, riportate nelle ultime pagine del volume e intrise di familiare nostalgia, ci concedono di ammirare da diverse prospettive.

Da 100 anni, queste aule accolgono i ragazzini della città che hanno percorso, e continuano a percorrere, le verdi età della loro prima formazione scolastica, sotto gli occhi attenti degli insegnanti che, giorno dopo giorno, con la mente e con il cuore, orientano i loro alunni a conoscere se stessi, il proprio modo d’ essere, la storia del proprio paese, il senso della socialità e, insieme, i diversi modi che potranno aiutarli a vivere in serenità e operosamente nelle diverse realtà che compongono la società.

L’osservazione attenta delle numerosissime fotografie che ritraggono gli alunni e le alunne delle classi elementari che si sono succedute dal 1923/24 al 1959/60, tutti intorno composti con al centro il maestro o la maestra, consente di leggere nei volti degli insegnanti la tensione che rivela quanto avvertito fosse in loro il senso dell’impegno educativo, che un tempo era considerato unanimemente espressione della percezione quasi missionaria della professione docente, tanto da aver fatto accostare poeticamente l’ansia educativa del maestro, che aiuta i suoi alunni a mantener vivo l’ interesse ad apprendere, all’impegno delle sacerdotesse del tempio di Vesta, sempre attente a che non si spegnesse mai il sacro fuoco, simbolo della vitalità della città.

L’autore del libro, professor Carlo Miglietta, ci ricorda che fra queste mura risuona eterna l’eco di almeno cinque generazioni di persone che compongono la storia di un intero secolo della città di Monteroni e che egli ha riportato, con certosina accuratezza, nelle 480 pagine della sua opera per impedire al tempo, come dice il Poeta di Zacinto, “con le sue fredde ali vi spazza fin le rovine”, di cancellare dalla mente dei cittadini, che qui hanno trascorso la loro fanciullezza, le antiche immagini delle aule, il volto del compagno di banco, i visi dei condiscepoli d’aula, gli sguardi dei loro maestri, le attenzioni dei bidelli, le cure quasi domestiche dei custodi.

 

Non sempre i bambini ed i fanciulli hanno avuto la possibilità di apprendere, seduti fra i banchi, davanti a imponenti lavagne di ardesia, in accoglienti aule di istituti scolastici costruiti ad hoc dall’ente pubblico per consentire all’insegnante d’aver davanti a sé 20–30 alunni, riuniti per partecipare serenamente ai processi di apprendimento dei saperi fondamentali, cioè di quelle conoscenze che sono necessarie perché, da persone adulte, possano esercitare in pienezza i loro diritti sociali, civili e politici; oggi, sulla falsariga delle Raccomandazioni del Parlamento Europeo, si direbbe: perché acquisiscano le competenze strategiche necessarie per l’apprendimento permanente lungo tutto l’arco della vita.

Prima che la civiltà dell’Illuminismo proclamasse il diritto all’istruzione formale fra i doveri imprescindibili che l’istituzione pubblica ha nei confronti dei cittadini, se la fortuna non avesse dato ai fanciulli livelli di dignità economico-sociale assimilabili a quello dei milanesi duchi Serbelloni – le scale del cui avito palazzo l’austero abate Giuseppe Parini saliva per dar lezioni al futuro Giovin Signore , prima di quel tempo, la formazione dei giovani era sostanzialmente una questione privata, alla quale dedicavano energie soprattutto le organizzazioni ecclesiastiche nella generosità degli oratori parrocchiali e, prima ancora, nella quiete degli accoglienti spazi messi a disposizione dagli ordini religiosi. E molti secoli addietro, lungo l’arco verdeggiante della mezzaluna fertile, seduti nelle riposanti ore della sera con attorno la numerosa famiglia raccolta davanti alle tende, dalle ricorrenti narrazioni dei patriarchi delle tribù seminomadi i figlioletti ed i pastorelli apprendevano le ataviche provenienze familiari e tribali, gli alfabeti della vita, gli strumenti e le tecniche del lavoro.

In alcune aree geografiche dei mari australi, i ragazzi ancora oggi si ritrovano insieme sulle loro imbarcazioni autoctone, accanto agli anziani della famiglia, per riceverne informazioni sulla navigazione a vela e per imparare nomi e collocazione delle centinaia di isole fra le quali dovranno muoversi per la pesca ed il commercio.

 

I nostri studenti ricordano che, protetti dalle consunte assi di pino della sfortunata barca dal benaugurante nome Provvidenza, fra le burrasche e le bonacce del mare di Acitrezza, e con il pensiero rivolto alla Casa del nespolo, lo sfortunato Bastianuzzo e l’inquieto ‘Ntoni Malavoglia apprendevano dal preoccupato padron ‘Ntoni il  mestiere della pesca e quello della conservazione delle sardine dello Jonio, allo stesso modo in cui, fra le timide case dell’ultimo lembo orientale della nostra assolata Penisola, le figliolette delle maestre tessitrici apprendevano come si potessero intrecciare pazientemente, con la sgusciante spoletta fra le dita, i fili della trama con quelli dell’ordito, per farne autarchiche lenzuola e calde coperte per grandi e piccini.

Mamme, papà e maestri di bottega insegnavano in silenzio ai discepoli; parlavano i loro attenti occhi ed i loro accorti gesti;  figlie, figli ed apprendisti imparavano a comporre ed a costruire, senza sapere di frequentare la scuola della prima sapienza, la scuola di quel sapere che non era scritto sui libri, né esercitato sui quaderni.

Nel silenzio delle campagne, il nonno teneva, senza saperlo, le prime lezioni di geografia al nipotino, indicandogli le diverse inclinazioni sull’orizzonte del sole a mezzogiorno, e la nonna ne completava intuitivamente le unità didattiche mostrandogli l’ultima stella del Piccolo carro nell’alto del cielo di tramontana, e gli parlava delle acque del Mar Rosso aperte dal bastone di Mosè e dello sbarco a Marsala di Garibaldi con Anita.

I pedagogisti del XX secolo daranno il nome di scuola non formale a quel mondo di polverose botteghe artigiane, odorose di resine d’ arboree essenze domestiche, a quegli antri ipogei, pregni del fumo di forge, corrusche del rosso dei cerchi di ferro delle ruote dei carri agricoli

Poi l’affermazione dei ceti sociali della neo-borghesia commerciale, emergenti dalla decadente economia dell’ultimo Medioevo ed interessati ad ottenere l’omologazione sociale della nuova dignità economica raggiunta, generò l’idea di ingentilire le relazioni delle nuove generazioni di adolescenti, facendo acquisire loro i tratti di eleganza formale che avrebbero distinto i nuovi ceti sociali, concorrenti nell’eterna gara per comporre le élite del tempo.

Nacquero in quei tempi i collegi rinascimentali, che austeri maestri di sapienza e di stile hanno reso famosi e che sono rimasti impressi nella memoria dei salentini, a partire da quelli che operavano sui verdeggianti viali Gallipoli ed Otranto del capoluogo, i cui curricoli erano incentrati sulle tradizionali arti liberali, quali la grammatica, la retorica, la dialettica (il Trivio), insieme con l’aritmetica, la geometria, la musica e l’astronomia (il Quadrivio).

 

Quandoque bonus dormitat Homerus, si leggeva nell’appendice del familiare vocabolario Campanini-Carboni: “anche i sapienti qualche volta si distraggono”; così sarà consentito dire che non è vero quel che lamentava uno dei più geniali linguisti del nostro tempo, il compianto ministro della Pubblica istruzione, prof. Tullio De Mauro, che, denunziando nel 2000 l’arretratezza della scuola d’inizio del terzo millennio rispetto alle più accreditate intuizioni della ricerca pedagogica, affermò che quella italiana aveva “la medesima organizzazione della scuola dei Sumeri”. Sta di fatto che, nel terzo millennio prima di Cristo, neppure nell’allora civilissima terra fra il Tigri e l’Eufrate si apprendeva stando seduti in aula. La sapienza del buon prof. De Mauro gli legittimava appieno l’uso dell’iperbole.

Avvicinandoci alle stagioni meno lontane nel tempo, ci si potrà compiacere della saggezza del legislatore del neonato Regno d’Italia, il quale istituì l’obbligo scolastico prima ancora che si realizzasse l’unità degli stati italiani.

L’esperienza storica degli anni successivi obbliga a proporre una riflessione semantica sul valore dell’obbligo scolastico, che la generalità degli interpreti ha considerato originariamente soltanto come precetto giuridico che impone solo al minore di frequentare la scuola.

Gli eventi successivi dimostreranno, in realtà, che le famiglie non potevano far adempiere l’obbligo scolastico ai propri figli non per negligenza, ma soltanto perché non esistevano strutture scolastiche che potessero essere agevolmente frequentate. Sembrò, perciò, più corretto accostare a quella prima accezione di obbligo scolastico quella di obbligo imposto all’ente locale di istituire scuole

Fu nel 1859 che venne stabilito, per la prima volta, l’obbligo scolastico così come lo intendiamo oggi, anche se limitato al primo dei due bienni che componevano la scuola elementare del tempo.

Nel 1977 l’obbligo fu elevato a 3 anni e bisognerà attendere il 1904 perché venga elevato al 14° anno di età e sia, poi, accompagnato dall’istituzione delle classi 5^ e 6^, alle quali sarà attribuita la denominazione di Corso popolare.

La stessa legge impose ai comuni di istituire scuole almeno sino alla classe 4^ elementare.

 

Si legge nel volume di cui ci stiamo occupando che il 30 aprile del 1907 il Consiglio comunale di Monteroni avviò il lungo procedimento necessario per edificare l’attuale edificio scolastico, e lo fece ancor prima che la legge Donea-Credaro, del 1911, operasse una delle più attese riforme del sistema scolastico, con la statalizzazione della scuola elementare e l’assunzione dei relativi insegnanti – fino ad allora dipendenti dalle Amministrazioni comunali – nei ruoli del Ministero della Pubblica istruzione.

La stessa legge apportò un’ulteriore innovazione, istituendo i patronati scolastici, ai quali venne assegnata la meritoria funzione di aiutare la popolazione, che ne avesse avuto bisogno, a far frequentare ai minori la scuola elementare.

 

Al filosofo Giovanni Gentile va ascritto poi il merito d’aver dato, nel 1923, all’intero sistema scolastico pre-universitario la struttura che sarebbe rimasta sostanzialmente invariata almeno sino al 31 dicembre del 1962, anno, questo, che vide la nascita della prima grande riforma democratica della scuola dei preadolescenti, nota come legge n. 1849; è una norma, questa, che avrebbe posto le famiglie della Penisola, unitamente a quelle delle isole, nelle condizioni effettive di far adempiere realmente ai figli l’obbligo scolastico, che, formalmente istituito dalla citata riforma  Gentile, sarebbe stato confermato dalla Costituzione Repubblicana, entrata in vigore, come è noto, il 1° gennaio del 1948.

Gentile articolò la scuola elementare in un triennio iniziale ed in un biennio conclusivo. Con gli esami sostenuti alla fine del triennio, gli alunni avrebbero concluso il Compimento inferiore; il superamento degli esami finali del 5° anno avrebbe certificato il Compimento superiore.

Ci si potrà chiedere, ora, se quanto è stato sin qui descritto possa corrispondere a quel che ci è stato richiesto, cioè una visione mirata del pregiatissimo volume del prof. Carlo Miglietta, e nel timore di non aver corrisposto alla fiducia accordata, proverò ad integrare quanto già detto proponendo qualche utile riflessione sulle non comuni potenzialità che il libro presenta, per la sua struttura di più che esaustiva silloge storiografica dei corsi ordinari di scuola primaria, che sono stati svolti nella scuola di Monteroni fra gli anni scolastici 1923/24 e 1956/57, e dei corsi di scuola popolare che vi si sono tenuti dal 1957/58 fino al 1961/62.

Interesserà il ricercatore di storia dei sistemi scolastici la lunga sequenza dei verbali delle operazioni di esami e di scrutinio di Compimento del corso superiore e quelli di Compimento del corso inferiore, insieme con i verbali degli scrutini finali per il passaggio all’interno del corso triennale e di quello conclusivo, biennale.

 

La scrupolosa esposizione delle tracce dei temi assegnati agli esami di Compimento dei corsi, sia quelli della prima quanto quelli della seconda sessione, offrono elementi sufficienti per verificare se sia fondata l’asserzione che, soltanto a far data dall’ultimo decennio del secolo scorso, la scuola elementare – oggi primaria – farebbe acquisire agli alunni delle competenze, intendendo per tali le capacità di risolvere problemi della vita quotidiana, perché, sino almeno al 1990, essa si sarebbe posta come traguardo finale soltanto l’acquisizione di conoscenze di dati, di avvenimenti, di costrutti e di teorie formali.

Al riguardo, l’autore del volume ci informa che a Monteroni, il 9 e il 10 marzo 1925, si svolsero gli esami di promozione alla classe 5^ elementare, nel corso dei quali la commissione propose un tema formato da 3 parole, Uscendo da casa, ed un problema così strutturato: Un vaso cilindrico ha il raggio di m. 0,75 e l’altezza di m.- 1,75, Quanti litri di olio contiene? Se se ne vendono ¾ a lire 9 al litro, quanto si ricava dalla vendita? Per l’esame di disegno venne richiesta l’elaborazione di un bozzetto a piacere; per il lavoro domestico: impuntura – giornino – punto a catenella o punto pieno applicato ad ornato festoncino; per il lavoro manuale: Piegatura – Portaritratti.

 

Si ritiene che la generalità delle persone vicine alla scuola sappia che, sino all’anno scolastico 1976/77, nelle scuole elementari vi erano due sessioni d’esame: a quella ordinaria di giugno faceva seguito quella degli esami di riparazione.

Nella sessione dell’ottobre 1926, in questo edificio si svolsero esami di riparazione per due alunni, ai quali fu assegnato questo tema: Se sarò promosso; mentre il problema fu questo: Si vuol riempire un serbatoio di vino di forma cilindrica, avente il raggio di m. 0,85 e l’altezza di m. 6. Quanto hl di vino conterrà il serbatoio, e se sarà venduto a lire 125,50 l’hl, quanto si incasserà?

Da queste tracce si potrà verificare che i cosiddetti “compiti di realtà”, fiore all’occhiello degli ultimi innovatori di metodologie didattiche, venivano assegnati anche nelle nostre scuole già nella prima metà del XX secolo.

 

Le nostalgiche immagini delle pagelle riportate nel volume da Carlo Miglietta consentiranno ai ricercatori di ricomporre il corso della periodizzazione dell’anno scolastico, che ha mantenuto la rigida scansione in trimestri sino all’avvento della legge n. 477 del 1973, che avviò quel lungo processo di ricerca legislativa delle forme in cui si sarebbe realizzata l’autonomia scolastica, con la facoltà accordata ai Collegi dei docenti ed ai Consigli di istituto di strutturare autonomamente anche i periodi nei quali suddividere l’anno scolastico; tale innovazione avrebbe dato al sistema scolastico italiano del III millennio la possibilità di presentarsi come un mosaico di pentamestri, uniti al vecchio trimestre, di quadrimestri, di bimestri e di uni-mestre, alias monomestre, congiunto al più raro esamestre.

 

Una breve riflessione sul sistema delle valutazioni attribuite nelle pagelle potrà riallacciarci al dibattito che anima i mass media in questi giorni, riportando in auge la non facilmente risolubile questione della idoneità dei voti numerici a rappresentare una componente necessaria del processo di apprendimento

La prospettiva psico-analitica cerca di convincere gli insegnanti che l’assegnazione del voto può avere effetti demotivanti nei discenti che non siano riusciti a corrispondere, per il livello qualitativo degli elaborati scritti e delle interrogazioni, alle attese dell’insegnante; la prospettiva d’indole psico-pedagogica tende, invece, a ritenere indispensabile l’assegnazione del voto, in quanto ne considera la funzione formativa

 

Ricordando la notissima teoria di Karl Popper, che riconosce nell’errore dello sperimentatore il mezzo che le scienze fenomenologiche utilizzano per progredire nella difficile via della ricerca, il pedagogista vede nell’errore dell’alunno il mezzo che gli consente di emendarsi e di non ricadere più nello stesso errore.

L’argomentazione non porta, però, a concludere che sia necessaria l’assegnazione del voto: basterebbe sostituirne il valore di giudizio con una descrizione chiara dell’errore e delle sue cause, senza attribuire al medesimo errore una qualche forma di qualificazione sintetica, che potrebbe generare gli effetti improduttivi della possibile caduta del livello di autostima.

L’autostima, peraltro, è stata sempre a cuore degli insegnanti della scuola primaria, anche in quegli anni iniziali del ventennio che hanno preceduto la Repubblica; lo dimostra la frequenza con la quale compare il voto di dieci, quale risultato finale conseguito dai bambini di prima elementare.

 

Il secolo di vita della scuola elementare che ha operato in questo edificio non ha conosciuto il problema: le pagelle parlano soltanto con voti numerici.

Se, continuando ancora nell’esame delle pagelle riprodotte nel volume, si confrontano poi i voti che sono espressi nelle diverse discipline del piano di studi, si potrà constatare che le righe delle materie sono attraversate non da 3 colonne, quanti erano i trimestri, ma da 4; la quarta colonna è intitolata “Risultato dello scrutinio”. Prendendo a caso una pagella di quarta elementare, si potrà verificare che vi è accaduto quel che oggi non potrebbe certo accadere: nel corso dell’anno scolastico, un ragazzino è stato valutato con sette, con otto e con nove decimi, rispettivamente, nel primo, nel secondo e nel terzo trimestre di quell’anno; al bambino è stato poi assegnato un bel dieci quale risultato finale. Quel dieci esprime al meglio la funzione educativa della scuola d’antan, i cui maestri valutavano non soltanto con la rigida precisione dei numeri, ma anche con l’indefinita logica del cuore; quel dieci era una sorta di oscar alla carriera scolastica, concesso dagli insegnanti all’alunno.

“Nel mondo della Scuola – scrive oggi su uno dei più diffusi quotidiani nazionali lo psicoanalista Massimo Recalcati, riferendosi all’ansia del legislatore di sottrarre agli insegnanti ogni interferenza della loro componente emotiva nel processo di valutazione –, questo trionfo idolatrico del numero mostra come la selezione rischi di precedere la formazione, anziché esserne una logica conseguenza.

La conclusione di questa lettura critica del volume Qui, dove si impara prende spunto dalle già citate familiari immagini del nostro edificio, che il drone del signor Leon Colonna ha offerto a Miglietta: immagini che, riportando agli occhi analoghe linee architettoniche dei confratelli edifici scolastici costruiti in tutta l’Italia del Ventennio, fanno porre in relazione comparativa lo stile di questo edificio scolastico con quello che caratterizza gli edifici scolastici realizzati negli anni della Repubblica.

Credo che l’esito della comparazione si possa riassumere nella massima che il turista bolognese, il quale, lasciando alle sue spalle la Garisenda e gli Asinelli, percorre per andar verso Porta Maggiore, potrà leggere incisa sull’elegante prospetto del palazzo che fu di Gioacchino Rossini: Non domo dominus, ma domino domus: “non il padrone per la casa, ma la casa per il padrone”.

Sembra legittimo ipotizzare che gli ideatori del progetto dell’edificio scolastico, al cui centenario è dedicata questa giornata, conoscessero bene la massima del grande compositore pesarese, e vi si siano ispirati affinché ogni bambino, ogni insegnante ed ogni altra persona che vi sarebbe entrata ne avessero avvertito un’aura di bellezza estetica, oltre che di comodità e funzionalità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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