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La notte che il nulla inghiottì la terra

l’inferno bianco sul fiume Don

a cura di Vincenzo Sardelli

(docente di lettere nella scuola secondaria di II grado)

La Storia raccontata dal basso. Una riflessione amara e disincantata sulla guerra. Nel ripiegamento dal fronte russo, la spedizione militare italiana dell’Armir si lasciò dietro una drammatica scia di dolore e morte. Tra il dicembre del 1942 e l’inizio del 1943 i caduti e i dispersi furono 81.820, i feriti e i congelati 29.690.
La notte che il nulla inghiottì la terra, spettacolo andato in scena al Teatro Libero di Milano, rievoca una delle pagine più tragiche della Seconda Guerra Mondiale: l’inferno bianco nella grande ansa del Don, per sfuggire ai russi.
Il monologo prodotto da Skené Teatro (soggetto di Emanuele Fant e Marco Merlini, regia di Marco Merlini) è teatro di narrazione e teatro civile. Sulla scia di esempi come Marco Paolini, Marco Baliani e Ascanio Celestini, l’attore Michele Bottini ripercorre un’epoca. Ne attraversa la mitologia e i sogni. Ne smaschera le illusioni e la retorica. Al cospetto di una vicenda umana dai risvolti valorosi, rimane l’esito catastrofico di una missione che lasciò nella neve migliaia di soldati, partiti con l’obiettivo di raggiungere Mosca in otto settimane. Invece fu una disfatta di proporzioni inaudite.

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Un’interpretazione multiforme, capace di spaziare dal comico al tragico. Un soldato, un’apparizione. Miraggi e imprecazioni. La notte che il nulla inghiottì la terra è l’odissea di un’anima insepolta condannata a vagare. Una tragedia lontana, eppure vicina alla nostra epoca di “guerre umanitarie” e “bombe intelligenti”.
La narrazione di Bottini inizia nell’estate 1942, vigilia della partenza per la Russia. Nell’evocazione dell’alpino Trentini Rolando rivivono la fiducia nel fascismo e la spavalderia incosciente. Ordini e marce. Il vagheggiamento di un ritorno in tripudio.
Nell’intensa messinscena rimbombano i suoni di un’epoca tra settantotto giri, grammofono ed Eiar. I canti degli alpini, baldanzosi o mesti, tra coraggio, fatica e nostalgia. Note swing o jazz che occhieggiano ai nuovi ritmi americani, nonostante le bordate censorie del fascismo. Motivi legati al folklore. Musiche da intrattenimento o spensierate, Rosamunda, Vivere, alcune eseguite dal vivo dalla fisarmonica di Davide Baldi. Note che si fanno sempre più cupe, corpose, fino ad assomigliare a un requiem. Momenti di una gioia mai piena, né fino in fondo reale, come quel ballo solitario con il fiasco di vino in mano. Allegria per esorcizzare la morte. Luci anch’esse mutevoli, dal raggio di sole filtrato attraverso un pertugio alla luna confidenziale, al riverbero di radure innevate, in una pianura sempre più ostile.

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