Processi formativi nell’Italia in crisi di oggi
Il 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, redatto dal Censis, registra le difficoltà degli Italiani. Tasto dolente la formazione: gli investimenti sui percorsi d’istruzione sono al di sotto della media europea, proprio come l’interesse a parteciparviA cura di Antonio Santoro
“Il sistema sociale, attraversato da tensioni, paure, rancore, guarda al sovrano autoritario e chiede stabilità, rompe l’empatia verso il progresso, teme le turbolenze della transizione”
(52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese – 2018).
È un Paese in crisi quello che il Censis fotografa nel 52° Rapporto sulla nostra situazione sociale: “Un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro”; un Paese che ha sempre più bisogno di “una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, che non si perda in vicoli di rancore e in ruscelli di paure, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi”.
E’ una realtà, la nostra, dalle molte criticità: che “sono sotto gli occhi di tutti” e che mostrano, in particolare, “lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi migratori; l’insicura assistenza alle persone non autosufficienti, interamente scaricata sulle famiglie e sul volontariato; l’incapacità di sostenere politiche di contrasto alla denatalità; la faticosa gestione della formazione scolastica e universitaria; il cedimento rovinoso della macchina burocratica e della digitalizzazione dell’azione amministrativa; la scarsità degli investimenti in nuove infrastrutture e nella manutenzione di quelle esistenti; il ritardo nella messa in sicurezza del territorio o nella ricostruzione dopo le devastazioni per alluvioni, frane e terremoti”.
Le preoccupazioni riguardano il presente, ma investono, evidentemente, anche il futuro, per le inadeguatezze e “i persistenti squilibri nella formazione del capitale umano”.
“L’Italia – precisa il Rapporto Censis – investe in istruzione e formazione il 3,9% del PIL, contro una media europea del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%)”.
Insufficiente risulta, inoltre, la nostra azione di contrasto nei confronti degli “abbandoni precoci dei percorsi di istruzione [i quali] nel 2017 riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media UE del 10,6%”.
Nel capitolo sui «Processi formativi», il Censis ferma lo sguardo su ambiti tematici e problematici di particolare rilevanza. Considera innanzitutto “il primo triennio di attuazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro nella scuola secondaria di II grado, così come delineati dalla «Buona scuola», per evidenziarne le criticità presenti nei licei più che nei percorsi tecnici e professionali, nonché le “differenze tra gli istituti del Centro-Nord e quelli delle aree meridionali del Paese, che anche a causa della rarefazione del tessuto imprenditoriale lamentano una maggiore difficoltà nel coinvolgere le imprese”.
Comunque, annota il Rapporto in esame, “Il 51% dei dirigenti (scolastici) è molto d’accordo e il 32% abbastanza d’accordo sul fatto che l’alternanza scuola-lavoro disegnata dalla riforma sia una pratica positiva, migliorabile e da continuare per accrescere l’occupabilità degli studenti”.
Successivamente l’indagine dell’istituto di ricerca, dopo aver analizzato le diverse condizioni degli edifici scolastici, riporta i convincimenti dei dirigenti scolastici interpellati:
- a) sul fatto che “sono gli episodi di bullismo (75,9%), cyberbullismo (67,3%) e furti ai danni di altri studenti o insegnanti (60,4%) a interferire più frequentemente con il normale vissuto scolastico”;
- b) relativamente alla necessità, diffusamente avvertita, di “contrastare a scuola uso e spaccio di droghe” privilegiando “la collaborazione tra scuole, aziende sanitarie locali e associazioni che operano nella prevenzione”, preparando “meglio gli insegnanti”, lavorando “in via preventiva su informazione ed educazione degli studenti”, rafforzando infine “videosorveglianza e controllo fuori dalle scuole più a rischio”, per tranquillizzare “famiglie e ragazzi”.
Anche il versante dell’educazione degli adulti mostra inadeguatezze e rassegnazioni. “Nel 2016 – precisa il 52° Rapporto Censis – il 41,5% degli italiani tra i 25 e i 64 anni aveva partecipato ad attività formative formali e non formali, con un aumento rispetto al 2011 di 5,9 punti percentuali. Il valore è più basso della media europea (45,1%) e lontano da Paesi Bassi (64,1%), Svezia (63,8%), Regno Unito (52,1%), Germania (52%) e Francia (51,3%)”. A preoccupare è soprattutto lo “zoccolo duro di 25-64enni (43,3%) che non ha partecipato ad attività formative formali e non vuole parteciparvi in futuro”; e pure il dato che “gli adulti italiani sono meno proattivi degli europei nei ricercare occasioni di apprendimento. Lo ha fatto il 14,3% dei 25-64enni, a fronte di una media europea del 21,9%”.
A ben considerare, tutte le indicazioni ripropongono l’esigenza di politiche educative in grado di promuovere e realizzare processi formativi attesi che interessino sia le nuove generazioni che la popolazione adulta. Per consentire alla società italiana di andare oltre l’attuale “crisi di spessore e di profondità”, con una crescita che non registri ancora le forti, preoccupanti diseguaglianze territoriali di oggi.

