A margine delle riflessioni sulla dirigenza scolastica
Di Fabio Scrimitore
Abstract
L’effettiva realizzazione dell’autonomia didattica, riconosciuta ai Collegi dei docenti affinchè progettino percorsi di formazione coerenti con gli specifici bisogni degli alunni e con le peculiarità delle comunità locali, è necessariamente connessa all’autonomia organizzativa delle singole scuole. Sarebbe tutt’altro che armonica una scuola al cui Dirigente venisse affidata la sola funzione esecutiva di un PTOF formulato senza il suo apporto.
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“Così, liberati dalla soffocante tutela dei dirigenti dell’amministrazione scolastica centrale e periferica, le scuole dell’autonomia potranno finalmente far delle aule scolastiche i nuovi santuari della libertà di insegnamento e dei corrispondenti, nuovi metodi di insegnamento”.
Con queste scultoree parole, declamate a conclusione di un seminario di studio tenuto nel lontano 11 maggio del 1997, il vice-presidente nazionale di un’associazione di Presidi raccolse il plauso della generalità dei più giovani colleghi, che occupavano le prime file delle austere poltroncine, in rosso mogano, che impreziosivano la sala consiliare dell’Amministrazione provinciale ospitante.
Il biancocrinito Preside di liceo scientifico, che sedeva al tavolo della presidenza accanto al pensionando provveditore agli studi, presente all’incontro per obblighi istituzionali, piegando lentamente il capo verso l’autorevole vicino, gli sussurrò con tono apparentemente consolatorio:
“Peccato che le nostre età non ci consentirannno di godere dei frutti della nuova scuola dell’autonomia, voluta dall’ottimo neo-ministro Luigi Berlinguer ”.
Con i toni ispirati alla retorica classica dell’indimenticabile Marlon Brando, l’Antonio delle idi di marzo del 44 a. C. nel film “Giulio Cesare” di Mankiewicz, Luigi Berlinguer aveva dimostrato ai preoccupati dirigenti amministrativi dei provveditorati agli studi e delle poco storiche sovrintendenze scolastiche, ormai relegati a ruoli marginali, che soltanto un radicale, copernicano sovvertimento della compassata struttura gentiliana della scuola avrebbe potuto dare al sistema educativo nazionale l’impulso necessario per assicurare alle generazioni del nuovo millennio il dinamismo e la flessibilità che le avrebbero poste nelle condizioni più adatte per competere ad armi pari con i sistemi formativi delle altre nazioni dell’Europa Unita e con quelle d’un mondo ormai globalizzato. Per il Ministro venuto dalla isolana terra dei nuraghi, era doveroso riconoscere alle scuole quel che la nuova legislazione aveva riconosciuto con la legge “Bassanini 2” agli Enti locali, trasferendo ai loro organi di gestione i poteri e le funzioni che fino ad allora erano appartenuti allo Stato e che apparivano indispensabili per valutare attentamente le esigenze delle singole comunità e realizzarne il soddisfacimento.
Nei Collegi dei docenti delle scuole non mancavano certamente le competenze professionali necessarie per progettare percorsi formativi e traguardi di apprendimento corrispondenti alle peculiari esigenze delle popolazioni scolastiche dei diversi territori. Era una certezza, questa, che traspariva dalle dichiarazioni con le quali il Ministro aveva annunciato che, così come la Legge n. 59 del 1997 aveva affidato agli Enti locali la piena legittimazione ad interpretare i bisogni delle comunità territoriali, allo stesso modo egli avrebbe proposto che a quella stessa legge fosse aggiunto l’articolo 21, che avrebbe riconosciuto ai Collegi dei docenti il diritto di interpretare le esigenze formative delle nuove generazioni e il contestuale dovere di programmare gli itinerari più corrispondenti alle sempre nuove richieste legate alla evoluzione sociale ed economica delle popolazioni.
Le certezze ministeriali erano garantite dalle conclusioni dell’accreditata Commissione dei 40 saggi, che aveva impegnato il pedagogista Roberto Maragliano a trasformare in proposte concrete le intuizioni di premi Nobel, cattedratici d’ateneo, accademici dei Lincei, direttori d’orchestra e prelati in porpora.
Anteriormente al 1° settembre del 2000, sarebbe stato più facile veder sorgere i fantastici colori dell’aurora boreale alle latitudini del Tropico del cancro, che sentir levarsi da non più di venticinque presidenze e da altrettante direzioni didattiche delle voci che fossero eroicamente dissonanti con le intuizioni dei riformatori ministeriali. Quale Preside, e quale Direttore didattico avrebbe mai potuto porre in dubbio la sapiente legislazione della scuola dell’autonomia, che, recideva l’improprio vincolo di subordinazione gerarchica delle presidenze scolastiche agli uffici scolastici provinciali ?
Lasciando a mezzogiorno dell’11 maggio 1997 la sala consiliare, insieme con l’amico provveditore agli studi, il vecchio Preside di liceo scientifico, che non avrebbe fatto in tempo a rivestire la qualifica dirigenziale perchè collocato a riposo, per limiti d’età, il successivo 31 agosto del 2000, riaccostò il suo capo a quello dell’amico, come nell’ultima Cena leonardesca San Giovanni a Cristo, ripetendogli lentamente le parole che Omero fece rivolgere ai Troiani da Laocoonte nella piana dello Scamandro, per convincerli a diffidare dell’ingannevole dono del Cavallo e a non fargli attraversare le sacre Porte Scee con il suo carico di armi e di eroi argivi :
“Timeo Danaos, et dona ferentes! ”.
Da epigono dei provveditori provenienti dalla carriera dei presidi, il dirigente delle scuole della provincia riaffermò al compagno di studi giovanili e di esperienze scolastiche la sua personale convinzione che gli eventi, che stavano rivoluzionando l’organizzazione della scuola, avrebbero continuato il loro corso, indipendentemente dalla genialità del Ministro della pubblica istruzione, perché la storia, come suggerisce Lev Tolstoj nelle pagine conclusive di “Guerra e pace”, soltanto apparentemente è opera dei grandi condottieri, ma, nella realtà effettiva, è la conseguenza dei comportamenti dei popoli; le impercettibili emozioni, le quotidiane ansie e le intuizioni delle singole persone, le loro sensibilità, le loro piccole storie sono gli elementi all’origine delle imprese di quella che noi chiamiamo “storia”.
Che le scuole dovessero essere poste in grado di programmare i percorsi educativi e didattici, tenendo in rigoroso conto le specificità dei territori in cui operano, era una convinzione che aveva cominciato ad animare il dibattito pubblico sin dai primi anni ‘70, sull’onda delle proteste studentesche iniziate nel 1968 nel Quartiere latino di Parigi. La cautela degli uffici studi dei partiti e la sapienza dei ministri dell’istruzione aveva imposto riflessioni e ripensamenti all’attuazione delle attese riforme in senso autonomistico delle scuole, sino a quando la stabilità relativa del governo degli ultimi anni del XX secolo consentì a Luigi Berlinguer di sciogliere, ma senza reciderlo del tutto, il nodo che legava la scuola docente alla scuola amministrativa, come Alessandro Magno recise con la sua spada il nodo che legava il giogo dei buoi di Frigia al carro di Gordio.
All’augusto allievo di Aristotele il taglio del nodo fruttò un regno; al generoso Luigi Berlinguer l’abbandono della politica attiva.
Al dimissionario Dirigente scolastico, prof. Vincenzo Campisi, si rivolge la stessa invocazione che la Sibilla Cumana rivolse nell’Ade ad Enea ed all’ombra del povero Palinuro, morto insepolto:
“Cessa di sperare di cambiare i fati degli dei con la preghiera”,
perché la storia non può essere cambiata con le preghiere umane. Con l’augurio che l’insegnamento delle lettere ai suoi alunni di scuola media consegua gli esiti attesi.

