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Gli esami di stato in presenza? Controproducenti

“Sarebbe un’esperienza surreale. Un piccolo sfregio su cinque anni di condivisione di parole, emozioni, sguardi, sorrisi, musi lunghi e qualche lacrima. Sarebbe un brutto ricordo. Meglio la videoconferenza”

Di Vincenzo Sardelli

L’idea degli esami di maturità in presenza, oltre che velleitaria, mi pare controproducente. È una photo opportunity dell’Italia che riparte, sulla pelle di ragazzi mediamente depressi e dei loro insegnanti.

Non è solo un problema di rischi per la salute a causa del virus. Non è tanto la preoccupazione per l’età mediamente avanzata di noi insegnanti, dopo che da mesi ci stiamo arrabattando tra lezioni, verifiche di tutti i tipi e acrobatiche interrogazioni a distanza.

Ci dovremmo chiedere, anche senza essere psicologici, come si possa pensare che degli alunni che per quattro mesi hanno perso la quotidianità con la scuola, come primo e ultimo atto di rientro si trovino davanti a una commissione di sette individui bendati e bardati di tutto punto, in uno spazio che assomiglierà a una sala operatoria piuttosto che a un’aula scolastica.

Un’esperienza surreale. Un piccolo sfregio su cinque anni di condivisione di parole, emozioni, sguardi, sorrisi, musi lunghi e qualche lacrima.

Che brutto ricordo da custodire per il resto degli anni: meglio la maturità in videoconferenza, ormai noi docenti siamo equipaggiati per questa modalità di confronto.

La maturità in aula è irragionevole in assenza di un impatto morbido e di un ritorno graduale ai riti e ai ritmi di prima del virus.

Noi tutti siamo giunti alla nostra maturità dopo un rush di cinque anni all’insegna della condivisione. I maturandi al tempo del Covid si ritroveranno catapultati dalla quiete ovattata domestica alla prova più impattante di questo loro tratto di vita.
A questo punto, che parlano a fare gli psicologi di un trauma da elaborare? Di ansia, disagi psichici e depressione?

C’è poi la cosiddetta “sindrome della capanna”: la difficoltà di chi ha vissuto sotto stress e ha gestito il confinamento, e ora vive con difficoltà il ritorno alla vita, con la pressione di doversi nuovamente lanciare nel tran tran frenetico. Può essere complicato uscire dal letargo per una passeggiata, figuriamoci per un esame.

È plausibile che lo stress sia enorme. Molti ragazzi sono reduci da lutti da cui stanno facendo una fatica pazzesca a riprendersi. Pensiamo ad esempio agli studenti della Bergamasca, che hanno perso affetti e riferimenti.
Massimo Recalcati ha parlato del Coronavirus come di un evento che

«spezza violentemente la nostra rappresentazione ordinaria del mondo introducendo la dimensione angosciante dell’inatteso, dell’imprevedibile, dell’ingovernabile».

La filosofa Donatella Di Cesare ha definito la quarantena

«un’enorme implosione psichica»

Stiamo vivendo una sospensione temporanea della nostra vita ordinaria, e conviene prenderne atto.

Occorrerebbe un riavvicinamento graduale alla normalità. Abbiamo faticato tutti per adeguarci al lockdown. Ci siamo arrivati lentamente, ora è paradossale pretendere che la normalità sia un salto repentino, improvvisato, verso un esame in solitaria tra sette docenti imbavagliati, distanziati, con odore di disinfettante e la tensione a mille.

Voglio guardare i miei alunni in faccia senza filtri. Voglio ricordare il loro sorriso.

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