• venerdì , 22 Novembre 2019

Insegnare la profondità

di Antonio Errico

Quello che vediamo è soltanto superficie; quello che sentiamo è sempre superficie; non tocchiamo altro che la  superficie delle cose: l’esterno, la crosta, la corteccia, il guscio, l’involucro.

La relazione tra l’essere e le cose, spesso anche tra l’essere e l’essere, è un contatto tra superfici. Finanche le parole, che di un uomo sono l’espressione più profonda, più intima, non di rado riescono soltanto a darci una parte delle cose, la loro apparenza e, nei casi in cui tentano di sintetizzarne la sostanza, devono ricorrere al simbolo, alla metafora.

Dice Marcel Proust in Dalla parte di Swann: “Le parole ci presentano, delle cose, una piccola immagine nitida e consueta, simile alle figure che si appendono alle pareti delle scuole per dare ai bambini l’esempio di quel che sia un banco, un uccello, un formicaio, cose concepite come uguali a tutte quelle della medesima specie”.

Ecco, dunque, che la rappresentazione, la riproduzione, la mimesi, l’indistinto, l’indifferenziato non mostrano la profondità. La profondità sta nella differenza, nell’analisi esatta, nella comparazione che rivela l’unicità e l’irripetibilità del segno o del simbolo o del significato.

Soltanto l’analisi ci consente di andare al di là della superficie, di tentare la profondità.

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