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La memoria e il sogno della conoscenza

di  Antonio  Errico conoscenza, memoriaABSTRACTTre percorsi sul senso del sapere e dell’insegnare in un tempo che pare smemorato e assediato dalla superficialità, dal provvisorio, dall’apparenza inconsistente e luccicante.Tre abbozzi di scenari culturali. Tre movimenti di approssimazione all’essenzialità del conoscere.  Argomenti.

La memoria quale condizione fondamentale per la costruzione di conoscenze consistenti e strutturali. L’incertezza della conoscenza come motivo e movente della ricerca di significati ulteriori. Il fascino del costante ripensamento dei fatti e delle storie. La necessità della formazione di un pensiero capace di proiettarsi oltre ed altrove, di elaborare visioni dell’essere in contesti futuri.

 

 

Tutto si costruisce sulla fondamenta. E’ una cosa così scontata che non ha bisogno di essere detta e forse neppure pensata. Non esiste teoria e non esiste prassi, non esiste disciplina, non esiste scienza, pensiero, parola, baracca, cattedrale, sistema, società, civiltà, espressione, occasione, situazione, storia, accadimento, non esiste politica, economia, ragione che non abbia fondamenta, non esiste religione e neppure sentimento. Anche il sentimento ha fondamenta: deriva da un’emozione o da un altro sentimento.

Le fondamenta del presente sono costituite dal passato: dalle sue tracce e dalle sue manifestazioni; quelle del futuro da quanto, ora e qui, costituisce il presente: dalle tracce che resteranno per domani, domani l’altro.

Non bisognerebbe dirlo, neppure pensarlo; è così scontato che dirlo e pensarlo risulta straordinariamente banale.

Però, certe volte si ha l’impressione che si attraversino stagioni nelle quali in molti contesti, in molte circostanze, le fondamenta restino ignorate, perché si tende a trascurare, in qualche caso anche a cancellare le fondamenta sulle quali abbiamo costruito o stiamo costruendo una cultura. Se è possibile sostenere che le fondamenta sono la memoria dalla quale si sviluppano le storie, certe volte si ha l’impressione che si proceda senza tener conto della memoria, più o meno consapevolmente, più o meno intenzionalmente. La memoria viene oscurata o comunque relegata in spazi senz’aria, come qualcosa di marginale, improduttivo, o che può addirittura rappresentare un impedimento per lo sviluppo. Come dice la voce di Edith Conant nell’ Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters,  la memoria, le memorie, se ne stanno sole, perché nessun occhio le vede; sole, timorose, con gli occhi chiusi nell’infinita tristezza di piangere.

Non vogliamo leggere – o non sappiamo leggere?- le tracce lungo i sentieri aperti da chi c’è stato prima, quasi a voler presuntuosamente dimostrare che quel sentiero in mezzo al bosco lo stiamo aprendo noi, a mani nude.

Sono sempre meno frequenti le circostanze e i contesti in cui i ragionamenti si sviluppano partendo dalle narrazioni del com’era e del come eravamo e del come siamo arrivati ad essere nel modo in cui siamo.

Tutto ha principio nel momento esatto in cui ci si trova. Tutto si consuma in quel momento stesso. Quasi che un’epidemia di smemoratezza ci avesse contagiati. O come fossimo divinità venute sulla terra, o in una delle innumerevoli piazze virtuali, a rivelare una verità che non proviene da nessun pensiero e che non potrà avere mai un’alternativa. O come se tutto quello che è stato fosse stato assolutamente vano e tutti coloro che sono esistiti  fossero esistiti assolutamente invano.

Non vogliamo leggere le tracce. Forse non sappiamo. Se è vero che non vogliamo, allora si può ipotizzare che esista una motivazione soggettiva e collettiva per la rimozione della memoria. Addirittura si potrebbe considerarla una scelta, una posizione ideologica, e di conseguenza giustificarla.

Se è vero che non sappiamo, la cosa potrebbe essere anche considerata come una colpa culturale dovuta ad una progressiva rinuncia ad attribuire valenza alla memoria e all’interpretazione delle sue tracce.

Ci muoviamo nei territori culturali come turisti che fotografano qualcosa nel modo in cui è sconoscendone la storia, le fondamenta, le stratificazioni, e quindi i suoi significati.

Ci lasciamo attrarre da una molteplicità di richiami estemporanei, distrarre dalle loro promesse di offerte immediate, sedurre dalle loro apparenze luccicanti.

Tutto sembra facile da fare. Probabilmente, in realtà, molto di quello che si fa è facile davvero, semplicemente per il motivo che esistono le fondamenta su cui poggiarlo. E’ così scontato che esistano le fondamenta che nessuno ci fa caso. Esistono. Chi le ha gettate non importa; quanta fatica e quanto tempo sono costate non importa. Non importa la memoria.

Forse la verità è che non sappiamo leggere le tracce perché un sistema culturale superficiale ha lasciato intendere che la storia non conta.

Ecco, superficiale. Soltanto una condizione di superficialità e di provvisorietà culturale può ignorare la funzione essenziale che assume la memoria, soltanto la consapevole o inconsapevole considerazione che un’espressione di cultura possa essere destinata al consumo immediato e definitivo. Può ignorare la memoria soltanto quel genere di cultura che non ha l’ambizione di trasformarsi in memoria, di costruire fondamenta per successive realizzazioni.

A volte sembra che molte espressioni culturali – o che si dicono tali – con cui ci confrontiamo non abbiano questa ambizione. Sembra che obbediscano all’ideologia del consumo e a nient’altro. Sembra che il valore di un romanzo, di un film, di un’opera quale che sia, debba essere stabilito soltanto dal mercato: vale se vende. Che di essa rimanga o non rimanga memoria non ha nessuna importanza.

Allora si potrebbe anche ipotizzare che è proprio questa trasversale ideologia del mercato che ha determinato la svalutazione culturale della memoria. Ma il discorso sarebbe lungo e complesso e complicato.

Ma se si pensa che una rivalutazione culturale della memoria sia indispensabile, non si può fare altro che mettere in atto un processo di educazione.

Così ci si guarda intorno per cercare di individuare chi può pensare, programmare, realizzare un processo di questo genere.

Ci si guarda intorno e non si riesce a scorgere nessun soggetto e nessun contesto che possa farlo. Oppure solo uno: il solito: quello a cui da decenni ormai si affida il compito e la responsabilità esclusiva di ogni educazione e formazione.

Ci si guarda intorno e si vede soltanto la scuola. Che già lo fa. Ma in questo tempo l’impegno che ad essa si domanda è ancora più forte. Non basta più che educhi alla memoria, alla sua bellezza, alla sua essenzialità; non basta più che insegni a decifrare e ad interpretare le tracce, a comprendere che tutto è realizzato e realizzabile sulle fondamenta. Serve anche che diseduchi alla dimenticanza che ghermisce il pensiero.

 

***

 

Forse non è mai esistito e non potrà esistere mai un tempo delle certezze. Accade sempre qualcosa che scompagina le agende presuntuose dei nostri programmi, che mette in dubbio qualcosa su cui si pensava di non poter avere alcun dubbio, che si offuschi l’orizzonte che qualche istante prima appariva nitido agli occhi. Si ha l’impressione, a volte l’illusione, che una condizione sociale, politica, economica, ideologica, valoriale, presenti una sua stabilità alla quale riferirsi e poi, nel volgere di poco tempo, quella stabilità comincia a vacillare, si accascia.

Spesso l’incertezza con la quale si attraversa il presente fa pensare che nel passato di certezze se ne avesse di più, ma non è vero. Probabilmente questo pensiero è determinato dal superamento delle incertezze che si avevano in passato oppure dal fatto che le incertezze passate non disorientino più in quanto nel confronto con esse  si è acquisita una capacità di governarle.

Allora forse il metodo più corretto da adottare è quello di stabilire un confronto culturale con le incertezze, in modo da poterle governare: almeno nelle loro manifestazioni governabili; almeno con quelle che si possono governare. Perché ce ne sono alcune che sfuggono da sempre ad ogni investigazione logica, a qualsiasi perfezione di metodo, e sono proprio quelle essenziali, che riguardano gli aspetti profondissimi dell’esistere. Con quel tipo di incertezze non ci può essere nulla da fare. Bisogna tenersele e convivere, consolandosi con il fatto che hanno riguardato e riguarderanno le creature di ogni tempo e di ogni luogo, di ogni ideologia e di ogni fede, di ogni povertà e di ogni ricchezza. Con quelle non c’è proprio nulla da fare.

Per le altre si può tentare qualcosa, ragionando sulle opportunità che offrono, soprattutto a livello di crescita collettiva e individuale.

Per esempio si può considerare che senza incertezza non ci può essere ricerca, in nessun campo, per nessuna finalità.

Tanto tempo fa – ma poi non proprio tanto- tutti avevano la certezza che la terra stesse ferma. Qualcuno quella certezza non ce l’aveva, sospettava che fosse diversamente, aveva indizi che lo facevano dubitare, e così cominciò la ricerca. Si può immaginare che quando tutti gli altri furono costretti a rinunciare alla certezza, si verificò una sorta di tragedia psicologica collettiva: il convincimento maturò attraverso una sofferenza che scomponeva e decostruiva un’immagine mentale per sostituirla con un’altra.

Senza incertezza non c’è ricerca nella fisica, nella medicina, nella filosofia, nella biologia, nella chimica, nell’arte. L’incertezza è il movente esistenziale e culturale.

La conoscenza, l’apprendimento, tanto nella scienza quanto nell’esperienza quotidiana, provengono da un’incertezza, da una condizione di imprecisione, dalla contraddittorietà di dati conoscitivi, da un dubbio, una perplessità, da una precarietà di elementi che possano consentire di stabilire la differenza fra  vero e  falso, giusto o sbagliato, esatto o inesatto, da un’insicurezza, dalla instabilità che coinvolge ogni sfera dell’essere e del conoscere, da una situazione complessiva o particolare che impedisce o limita la prevedibilità in ordine agli sviluppi che quella determinata situazione possa avere.

Banalmente: se mentre si sta scrivendo si ha un’incertezza rispetto al lessico, alla grammatica, alla sintassi, la ricerca della forma giusta, della giusta espressione, è motivata proprio da quella incertezza. La ricerca di una esatta definizione, di un concetto esatto, della verità relativa a qualcosa per la quale esista una verità, è motivata dall’incertezza.

A molte domande che facciamo a noi stessi e che ci fanno gli altri, si risponde con incertezza; siamo incerti rispetto a molte azioni che compiamo ogni minuto, a molti pensieri con i quali ci confrontiamo; siamo incerti sulle decisioni da assumere, sulle strade da intraprendere, su quasi tutto quello che dobbiamo scegliere.

Tutto quello che presumiamo di conoscere con certezza deriva da una precedente incertezza, ogni convinzione da una precedente perplessità, ogni sicurezza da un’insicurezza, qualsiasi fiducia da una precedente sfiducia, probabilmente. E’ tutto sempre inesatto, parziale, relativo.

E’ stato sempre così. Adesso l’incertezza è diventata una condizione sistematica, strutturale. Si vive in una ininterrotta condizione di insicurezza. Sono passati quasi vent’anni  da quando Zigmunt Bauman nel suo saggio intitolato  “La società dell’incertezza” sosteneva che  la versione postmoderna dell’incertezza non si presenta come un semplice fastidio temporaneo che può essere mitigato o risolto; “il mondo postmoderno si sta preparando a vivere una condizione di incertezza permanente e irresolubile”.

E’ stato sempre così. Si è sempre vissuto tentando un’approssimazione alle certezze nella consapevolezza dell’impossibilità di arrivare ad una certezza definitiva.  Da questa consapevolezza dell’impossibilità delle certezze è venuto il progresso, lo sviluppo, l’evoluzione delle culture.

Dalle incertezze del tempo che attraversiamo, dalle instabilità, dalla provvisorietà, dalle crisi, dai dubbi, dalle contraddizioni, dalle turbolenze, deriveranno, nei tempi a venire, alcune certezze che sottoporremo a verifica, ad un costante processo di validazione, a discussione, a revisione. Molte di esse saranno scompigliate da altre. E’ stato sempre così. Ancora Bauman dice che la vita si vive nell’incertezza, per quanto ci si sforzi del contrario. Ogni decisione è condannata ad essere arbitraria; nessuna sarà esente da rischi e assicurata contro insuccesso e rimpianti tardivi. Per ogni argomento a favore di una scelta si trova un argomento contrario non meno pesante.

C’è una bellezza in tutto questo, indubbiamente; c’è il fascino del costante ripensare i fatti e le storie che ci riguardano e quindi un costante ripensarsi; c’è la seduzione che esercitano su di noi i nuovi eventi, le piccole e grandi avventure; c’è la curiosità, l’attrazione per l’incognita, per l’esplorazione di nuovi territori. Forse non sarebbe bello se si credesse sempre alle stesse cose. Forse è bello credere sempre in cose diverse per poter avere nostalgia di quelle in cui si è creduto.

 

***

 

C’è una poesia del ligure Giuseppe Conte che si intitola “L’insegnante”, i cui ultimi versi dicono così: “Eri un ragazzo, non dimenticarlo/ il tuo sogno di allora/ e quanto di esso si è compiuto poi:/ potrai insegnare il sogno?”.

Forse il sogno non si può insegnare: quel sogno ad occhi aperti che proietta nel tempo un’immagine di sé, di come si vorrebbe essere, di cosa si vorrebbe pensare, di cosa si vorrebbe fare quando gli anni e le occasioni della vita offrono una qualche  possibilità, quando negli anni si cercano e si fabbricano giorno per giorno, ora per ora, con entusiasmo, con affanno, occasioni che diano possibilità per la vita.

Forse il sogno non si può insegnare. Oppure, forse, non si può insegnare altro che il sogno: non si può insegnare nient’altro che ad essere per poter fare, a costruirsi le possibilità, a darsi costantemente un senso, a dare costantemente un senso a tutto quello che s’impara, senza disperdere mai un solo frammento di sapere, una sola scaglia di qualsiasi disciplina.

Non si può insegnare altro che ad immaginare, a prefigurare il proprio essere nel tempo. A cos’altro può servire una disciplina, qualsiasi disciplina, se non a questo. A cos’altro può servire una poesia, per esempio, o un metodo per la soluzione di un problema, o il concetto di una filosofia, o la conoscenza di un contenuto di biologia; a cosa può servire la storia se non ad incamminarsi verso l’orizzonte con la conoscenza dell’umano da cui si proviene; a cosa può servire tutto il resto se non diventa l’acqua e il pane da mettere nella bisaccia per poter fare la strada che si ha da fare.

Se questo non è vero, se l’insegnamento non deve servire a dare quel che è indispensabile per fare la strada, allora si può anche rinunciare ad insegnare il sogno. Se invece è vero che deve servire a dare al viandante l’acqua e il pane e l’alfabeto essenziale per interpretare i segni del cielo, le tracce sul terreno, la scrittura di un libro, allora non si può fare altro che insegnare il sogno.

Insegnare il sogno significa conformare un pensiero capace di pensarsi sempre al di là: oltre il tempo presente, fuori dallo spazio che si abita, diversi da come si è, con creature diverse da quelle che si conosce, in situazioni e condizioni differenti da quelle in cui ci si trova.

Insegnare il sogno significa esercitare il pensiero alla crescita. Significa anche abituarlo ad oltrevedere, a decodificare i segnali del presente in funzione di una prefigurazione del futuro.

Insegnare il sogno significa insegnare a disegnare paesaggi di futuro ed a pensarsi dentro quei paesaggi.

In questo processo di insegnamento che elabora visioni dell’essere in contesti a venire non c’è nulla di astratto. Al contrario, avviene attraverso la concretezza degli apprendimenti, la consistenza delle conoscenze.

L’insegnamento del sogno è semplicemente una formazione del pensiero alla previsione, al pre-vedere la realtà che sarà e la possibilità di collocarsi significativamente in quella realtà. Vuol dire insegnare a capire come sarà domani e come si potrà essere nel domani che sarà.

Insegnare il sogno significa insegnare a credere che si possano violare i propri confini, che si possano abolire i limiti, che si può scrutare al di là dell’orizzonte visibile; significa insegnare la necessità della continua esplorazione di territori nuovi, di saperi sconosciuti.

Ci sono sogni individuali e sogni collettivi: si deve insegnare ad avere ed a realizzare sia quelli individuali che quelli collettivi, perché hanno la stessa importanza, perché sono interdipendenti. I sogni collettivi sono l’integrazione e l’interazione di quelli individuali, per cui occorre cominciare dai primi, da quelli di  ciascuno. Occorre insegnare che molto spesso, quasi sempre, il pensiero contempla il possibile, che abbozza progetti realizzabili. Se poi i progetti abbozzati si traducono in opera compiuta, dipende quasi esclusivamente dalla passione e dalla disponibilità ad investire la propria esistenza per dare concretezza alla passione; dipende dalla conoscenza e dalla capacità di renderla funzionale alla realizzazione del sogno; dipende da quanto si è disposti a rinunciare all’immediato tornaconto, a sacrificare l’istante presente a vantaggio di quello futuro.

Ma sono i sogni collettivi che assumono la responsabilità nei confronti dell’evoluzione.

Tutte le civiltà, in fondo, provengono da un sogno. La democrazia proviene da un sogno, per esempio; lo sviluppo, il progresso hanno la stessa origine.

Non è un caso che il 28 agosto del 1963 davanti al Lincoln Memorial di Washington, Martin Luther King abbia espresso una speranza di civiltà attraverso la metafora del sogno ripetuta otto volte nel discorso: I have a dream.

Stava dicendo che le azioni, i processi di trasformazione, le conquiste dei diritti, si generano da un sogno.  Stava insegnando ad avere sogni di civiltà da realizzare.

D’altra parte, in qualsiasi situazione in cui c’è qualcuno che insegna e qualcuno che apprende, si rivela necessario, indispensabile, attribuire un senso profondo all’insegnare e all’apprendere. Il senso profondo non può consistere in una rappresentazione delle cose che sono. Sarebbe limitato, riduttivo, forse anche banale. Probabilmente la profondità di senso è determinata dalla possibilità che la conoscenza consente di trasferirsi nell’avvenire.

Quel bambino di sei anni, il ragazzino di dieci, l’uomo che ne ha venti, devono riuscire a comprendere verso quale condizione stanno andando.

Per poter comprendere bisogna avere la possibilità di confrontarsi con l’oggetto da comprendere: è necessario poter vedere, figurarsi una forma, rendersi prossima la conoscenza da conquistare.

La conoscenza è un costante approssimarsi a qualcosa nella consapevolezza che ogni conoscenza è sempre relativa e che qualsiasi conquista è, fortunatamente, sempre limitata.

Allora, probabilmente, insegnare il sogno significa dare a tutti ed a ciascuno  strumenti con i quali realizzare quelle forme di civiltà che in un’aula di scuola vengono mostrate non come modelli del migliore dei mondi possibili ma come possibilità di un mondo migliore di quello in cui si vive.

Forse alla domanda del verso della poesia di Giuseppe Conte si potrebbe rispondere proprio così: insegnando come si fa a costruire un mondo migliore di quello in cui si vive.

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