Teatro civile contro la mafia
La Sicilia di Falcone e la Milano di Zia Severina
a cura di Vincenzo Sardelli
(docente di lettere nella scuola secondaria di II grado)
Il teatro e la mafia. Raccontare una pagina di criminalità per simboli ed evocazioni. Oppure narrarla di sbieco, attraverso l’umana vicenda di una donna anziana che subisce una sequela di ricatti. Se in Giovanni Falcone, violentazione di una terra Comteatro evoca in gli eccessi cruenti di Cosa Nostra negli anni Novanta, in Zia Severina è in piedi Carolina De La Calle Casanova apre invece uno squarcio nella coltre d’invisibilità che caratterizza la mafia nella Milano dei nostri tempi.
Il Sud e il Nord. Le donne come protagoniste. La malinconica e la solitudine di chi prova a lottare contro una mentalità retrograda e omertosa, che è il vero brodo di coltura della malavita organizzata. Spesso non si può scegliere, e si è costretti a obbedire alle regole del sistema.
In Giovanni Falcone, violentazione di una terra, Comteatro, storica compagnia di Corsico (MI) diretta dal brindisino Claudio Orlandini, racconta una Sicilia senza santi né eroi. Lo spettacolo evoca le atmosfere di una Sicilia di luce e mare, impregnata del profumo dei gelsomini e degli aranceti. Una terra solare, gioiosa, bizzarra. La Sicilia dei lenzuoli bianchi, una volta simboli di morte (ricoprivano i cadaveri dei morti ammazzati per strada), ora simboli di protesta, vessilli di chi non si arrende. La Sicilia delle conchiglie e delle panelle, dei pupi, dei carretti; dei fili visibili e invisibili che stravolgono la vita delle persone.

Terra luminosa e amorfa la Sicilia. Sorridente, straniante. Ma anche nera, depredata, infetta, che emana odore di tritolo, di sangue e di cenere.
Il riscatto può essere avviato dalle donne, che abitano la scena e la vivono come bambine, spose promesse, mogli e madri di uomini che giocano la morte tutti i giorni. Visi trasfigurati, pelle scottata dal sole, le donne esercitano una memoria viva. La loro capacità di riflessione aiuta a smascherare il codice ipocrita e l’indottrinamento della mafia. Con la loro umanità di madri livide, le donne possono promuovere una mentalità d’antagonismo, capace di disinnescare odio e morte.
Lo spettacolo, che unisce emozione e intelligenza, danza convulsa e gesti solenni, esprime una libertà graffiante.
Orlandini trova una via suggestiva alla propria consueta vena surreale, lontana sia dal grottesco, sia dall’intellettualismo.
I ritmi si cadenzano su una meditazione malinconica. Lo spettatore incontra le quattro attrici (Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Chantal Masserey, Paola Casella), avvolte in un’aura flou che le rende fantasmi prigionieri di un’esistenza improbabile.

Sullo sfondo, Falcone eroe suo malgrado. Più che idealismo e spirito di sacrificio, lo animava il senso del dovere. Aveva un concetto etico del suo ruolo all’interno di una società democratica.
Forse, il messaggio dello spettacolo è che proprio nell’indagine lucida e caparbia di uomini come Falcone, nella loro sfida alla cultura del silenzio, è tollerabile l’uso della parola “verità”. Senza temere di cadere nel ridicolo.
“A Milano la mafia non esiste. Ci sono altri problemi, neri, albanesi, zingari. La mafia no, è roba del Sud. Cosa loro”. I pareri rilevati alla rinfusa tra la gente del quartiere Isola denunciano l’inconsapevolezza, secondo l’associazione Libera, di quasi il 60 per cento dei milanesi.
A Cinisi il 9 maggio di ogni anno, anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato, gli organizzatori del Forum Sociale Antimafia espongono lo striscione storico di Radio Aut, da cui Peppino denunciava le malefatte del boss Badalamenti. C’è scritto: «La mafia uccide, il silenzio anche».
Ma qual è il silenzio peggiore? Quello dei disonesti o quello degli onesti?
I dati smentiscono gli stereotipi. A Milano, negli ultimi anni, sono stati inflitti più ergastoli che a Palermo. Solo tra il 1989 e il 1994 ci sono stati 3mila anni di condanne per reati di mafia. Come Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dal compagno Carlo appartenente al clan dei Cosco. Abitava nella centralissima via Montello. Sotto la Madonnina la mafia dilaga.
Ecco perché è doveroso parlare di Zia Severina è in piedi, monologo teatrale con Valentina Scuderi.
Meritevole l’impegno della spagnola Carolina De La Calle Casanova, autrice e regista della pièce. Zia Severina è parte di una trilogia che comprende lo spettacolo Quinta mafia e il monologo La bestia dentro, oltre a percorsi di formazione scolastica. Spettacoli proposti con coraggio nelle vie e nei cortili dove la mafia agisce. Come Niguarda, dove Zia Severina ha vissuto una vita intera.
Zia Severina, vedova, anziana, donna sola, è stata capace di denunciare il racket delle case popolari sfidando le cosche. Qui la vediamo in una scena claustrofobica curata da Petra Trombini. Trapela, invisibile e inquietante, la presenza di Mongolfiera, giovane recluta della ‘ndrangheta infiltrata nella minuscola casa popolare della donna per intimidirla e indurla a svignarsela.
Zia Severina, raccontata da Giuseppe Catozzella nel romanzo Alveare, è quel tipo di nonna che tanti hanno in mente. Poltrona con plaid, tavolino con vaso di fiori, lumino e foto del marito defunto. Uncinetto e gomitolo di lana. Borse della spesa e televisore. Cuffie sulla testa, grembiule e pantofole. Una bottiglia di sambuca a portata di bocca. E un telefono, foriero di cattivi presagi.
Ciò che caratterizza le regìe di Carolina De La Calle (qui supportata da Chiara Boscaro) è lo studio sul personaggio, la centralità dell’attore. Valentina Scuderi anima una donna del popolo dalla psicologia semplice, dai gesti rituali, con un accento settentrionale impastato che strascina le consonanti. Qui, anche senza parole, basterebbe il volto a evocare una coscienza: occhi lucidi dentro le occhiaie, fronte rugosa madida di sudore, guance pallide. Quel guardarsi circospetto tra tensione e paura. La solitudine e la rabbia. La forza d’opporsi, trovata chissà dove.
La voce stridula mischia dialoghi e imprecazioni, silenzi e bestemmie soffocate sotto il segno della croce. Il rimpianto del passato, i ricordi sono quelli di una persona avviata al tramonto. Qui il crepuscolo è affrettato dal ricatto.
Zia Severina non si arrese, faceva le barricate. Carolina De La Calle la libera facendone affiorare l’identità. Con buona maieutica registica, poche luci dosate, musiche sospese, ottimizza l’abilità interpretativa della Scuderi.
GIOVANNI FALCONE, VIOLENTAZIONE DI UNA TERRA
di e con Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Chantal Masserey, Paola Casella, luci Fausto Bonvini, scenografia e costumi Anna Bertolotti, aiuto costumi Athos Cassaro, trucco Beatrice Cammarata
regia Claudio Orlandini
INFO: Comteatro, Tel. e fax 02. 4472626, www.comteatro.it – info@comteatro.it
ETÀ: Triennio scuola Superiore
ZIA SEVERINA È IN PIEDI
testo e regia di Carolina De La Calle Casanova
con Valentina Scuderi. assistente alla regia Chiara Boscaro, scenografia e costumi Petra Trombini
INFO: casanova.scuderi@gmail.com
ETÀ: Triennio scuola Superiore

