Victoria Chaplin e Riserva Canini
La forza evocativa del teatro di figura
a cura di Vincenzo Sardelli
(docente di lettere nella scuola secondaria di II grado)
Il senso della contemporaneità, nelle arti e nella comunicazione, sembra affidato alle immagini più che alle parole. L’immagine s’impone come forma comunicativa primordiale meno ambigua. È gesto essenziale, soprattutto a teatro. Segno, simbolo, esorcismo, è mezzo per sfatare il mondo. Attraverso le immagini il mondo impone la propria discontinuità.
Legata all’emisfero destro del cervello, l’immagine permette una conoscenza che attraversa il controllo della mente, supera le difese e le repressioni, libera la fantasia.
Se nel teatro di parola bisogna capire per emozionarsi, nel teatro di figura accade il contrario. Occorre aprirsi alla fascinazione emotiva per afferrare il senso delle parole non dette. Così si svelano i segreti di un’arte che unisce vari stili: animazione su nero, marionette, ombre orientali.
Il teatro di figura si è affermato in Italia alla fine degli anni Settanta. Ha sostituito nella terminologia proprio il “teatro di animazione”, spesso confuso con l’animazione teatrale e sociale. L’espressione “teatro di figura” riassume il concetto di un’azione teatrale specifica e quello dei manufatti connessi, appunto le “figure” (nel significato di derivazione latina di “oggetto modellato”).
Ma in Italia è un genere ancora trascurato. Il Belpaese fatica a sganciarsi dai modelli tradizionali. Ecco perché, appena ricapita, non va persa l’occasione di vedere Murmures des Murs, spettacolo francese che ha fatto capolino in Italia l’ultima volta un anno fa, all’Arena del Sole di Bologna.

Un linguaggio sospeso nel sogno. Le molteplici ambiguità di una scena immaginifica, imprevedibile e mutevole, che presenta luoghi dove tutto è possibile. In Murmures des Murs (mormorii delle pareti) Aurélia Thierrée, diretta dalla madre Victoria Thierrée Chaplin, viaggia attraverso città abbandonate che prendono vita grazie a favolosi giochi scenografici.
Il punto di partenza sono le immagini create da Victoria, che Aurélia mette in scena. E stiamo parlando della figlia e della nipote del grande Charlot.
La notte creata dalle luci è luogo metafisico di piazze, palazzi, case, interni precari. L’immagine indefinita è viatico all’immaginazione. Sono proiezioni dell’anima. Il puzzle si compone lentamente, partendo da pluriball e cartoni, per animare mostri, inquietudini, sogni d’amore, ad esempio, nella forma di una Giulietta al balcone. È un continuo movimento, come un cartone animato giapponese di Miyazaki. Gli oggetti, i luoghi, i costumi e le persone scivolano, appaiono, scompaiono.
Fumo e polvere, treni di scatole di cartone, draghi, gatti e uomini pesce. Tip tap in parrucca e danze illuminate. Tempeste di cellophane creano distese d’acqua, bozzoli dentro di cui germogliano mostri fiabeschi. Alti edifici o interi isolati, giardini e panni distesi sui fili ad asciugare nascono, rullano, collassano. I fili diventano trapezi per equilibristi. Scivolano dentro al palcoscenico o ne fuoriescono, risucchiando ed espellendo personaggi fantastici: una sorta di mantide religiosa; uno strano personaggio il cui capo è un mantice; un serpente marino dalle spire avvolgenti.
Arrampicandosi sulle facciate degli edifici Aurélia, con i suoi occhi stralunati da diva del cinema muto, incontra figure irreali e s’immerge in storie intrappolate nei “mormorii delle pareti”. Annega tra barche volanti, salvata da un principe che non atterra mai sul morbido.
Fughe, trucchi, ombre, acrobazie. Trovate esilaranti. È un susseguirsi di scene deliziose, tra clownerie ed effetti illusionistici.
È il paradiso di chi crede nei sogni. Le pareti si scrostano e si animano. Mummie trovano la vita attraverso gli effetti o liquori miracolosi, al suono di note d’archi e pianoforte. È un carosello di pertugi attraverso cui Aurélia, eterea, compare e scompare. I suoi costumi cadono a pezzi. Danno il via a mille travestimenti.
Virtuosismo ed eleganza contraddistinguono anche le performance del danzatore Jaime Martinez e del clown-acrobata Magnus Jakobsson, protagonisti sulla scena realizzata da Étienne Bousquet e Gerd Walter. Un universo di poesia, illusione, angoscia e persecuzione. Il desiderio di scoperta è già sul palco: tra gli attori, prima ancora che nel pubblico. Le musiche di Phillip Glass danno corpo allo spettacolo. Attingono dalla lirica, persino dalla canzone napoletana, in un orizzonte senza spazio né tempo.
In Italia, una compagnia che si cimenta con questo genere è Riserva Canini, di recente in scena al Teatro Comunale di Cassano Valcuvia (Va). Essenzialità, rigore di un linguaggio che ha nella sintesi e nella suggestione la sua forza espressiva, sono i caratteri di Talita kum. Bravissima Valeria Sacco, accompagnata alla regia da Marco Ferro, a comunicare la molteplice forza poietica della bellezza (il profumo dei fiori, il potere vitale dell’acqua, una mela edenica, il fluire del tempo evocato da una sveglia). L’allegoria focalizza il passaggio dall’ombra alla luce, dall’inanimato al respiro, dall’ignoranza e incoscienza al sapere rischiarato dal senso estetico e dal sentimento.
Dalla morte all’amore. Dall’incubo al sogno, alla vita. La potenza del gesto e degli sguardi impregna questo spettacolo (Talita kum in aramaico significa «svegliati bambina»), liberamente ispirato all’episodio evangelico della figlia di Giairo, la bimba morta risuscitata da Gesù.
La scena richiama lo sdoppiamento. Sin dal velo conico sullo sfondo, che, animato da luci gialle, rosse, azzurre, crea giochi d’ombre sulle note intimistiche di Luca Mauceri, Eleonora Pellegrini e Stefano de Ponti. Sin da quella valigia in primo piano, contenente oggetti incoerenti (fiori, frutti, acqua, scarpe, sciarpa, una radio che non si sintonizza), metafore di un viaggio indefinito.
Con un pesante costume nero, nel buio della scenografia, avanza una creatura amorfa imponente. Tenta con fatica di trasferire l’alito vitale a una vermiglia creatura inerte, trasformando il proscenio in evocazioni bizzarre. Lui e Lei sulla scena, robot disarticolati, manichini in equilibrio precario, in bilico tra danza e amplesso, trasferiscono l’uno nell’altra un’energia che sulle prime non diventa forza semovente. Poi sono le note sfolgoranti del Valzer sentimentale di Ciaikowsky a far emergere Lei dall’inverno esistenziale. A farle arpionare il respiro della vita.
Magistrale quest’arte del mimo, questo chiaroscuro che raggiunge il pubblico senza una parola. Non a caso Riserva Canini ha già portato con successo lo spettacolo in Colombia, Turchia e Indonesia. Potenza della mimica. Della musica. E della poesia.
MURMURES DES MURS,
di Victoria Thierree Chaplin, con Aurélia Thierrée e Jaime Martinez, Antonin Maurel – Ideazione e regia Victoria Thierrée-Chaplin, coreografia Victoria Thierrée-Chaplin e Armando Santin
ETÀ: dai 14 anni
Contatti: info@aureliathierree.com
TALITA KUM
Immaginato e creato da Marco Ferro & Valeria Sacco
Con Valeria Sacco, Disegno luci Andrea Narese, Disegno del suono Stefano de Ponti, Musiche originali Luca Mauceri, Eleonora Pellegrini e Stefano de Ponti, Consulenza tecnica Sergio Bernasani, Scena e puppet Valeria Sacco, Regia Marco Ferro
ETÀ: dai 12 anni
Contatti: riserva canini@yahoo.it


